Biopic musicali : La musica, La biografia, il romanzo, il mito. Viaggio tra le biografie d’artista

Fabrizio De Andrè – Il Principe Libero ha riacceso l’interesse per i biopic musicali: parliamo del genere biografico musicale, del suo significato e di alcuni tra i titoli iconici del genere.

Il film biografico nasce con il cinema muto, agli esordi del cinema, con la necessità di attrarre nelle sale un pubblico borghese e intellettuale, proponendo soggetti colti, di genere storico o letterario. Ma il biopic (biographical picture) tarda a imporsi come genere a sé stante, proponendosi piuttosto come una variante dei generi già codificati come il drama o il musical. E’ soprattutto al musical che si lega il biopic, ed è  attraverso l’evoluzione dei generi predeterminati che si compie la sua stessa evoluzione, sino alla codificazione del film biografico come genere autonomo che prevede, a sua volta, tre varianti: in breve, film basati sulla vita di sovrani, condottieri o eminenti personalità politiche; film basati sulla vita di uomini illustri, artisti o scienziati, e una terza tipologia, che in particolare ci riguarda: è quella dei film biografici legati al mondo dello spettacolo, di ballerini, attori, musicisti, in una prospettiva che potremmo definire metacinematografica.

Proprio a causa di questa ibridazione originale, lo statuto di genere è tuttora ampiamente discusso. Tra le cause, l’importanza fondamentale che in esso assumono aspetti generalmente secondari in una produzione cinematografica, come i costumi, la scenografia e l’interpretazione. Aspetti sui quali poggiano buona parte delle promesse nonché delle aspettative della critica, quanto del pubblico, nel momento in cui viene annunciato e proposto un film biografico.

Un film biografico può assumersi intenzioni differenti: può percorrere la strada della celebrazione, ai limiti della mitizzazione di un personaggio; può scegliere la fedeltà quasi documentaristica o optare per un taglio aneddotico, andando a trasporre soltanto quegli episodi ritenuti rilevanti all’interno di un percorso, di un’esistenza o di una carriera.

Ad ogni modo, si ritiene film biografico la rievocazione più o meno romanzata della vita e delle vicende di personaggi realmente vissuti.

L’aspetto romanzesco, benché faccia storcere il naso a qualcuno, è fondamentale nella distinzione tra documentario e film biografico, poiché, tenendo in considerazione la centralità del tempo e del suo decorso in un racconto biografico, una rappresentazione pedissequa dei fatti narrati non solo incorrerebbe nel rischio della pedanteria, ma la narrazione finirebbe per essere dispersiva e relativamente, poco fluida.

“Quando il mio corpo sarà cenere, il mio nome sarà leggenda”

(Jim Morrison)

Realizzare un film biografico significa restituire non il racconto di un’esistenza, ma di un’idea: l’idea è l’aura che gravita intorno ad un personaggio ed essa di rado appartiene all’uomo, o al suo stretto vissuto, bensì è piuttosto percezione collettiva.

Le gesta di un uomo lo consegnano all’immortalità della fama. Dal racconto di esse deriva quello della sua grandezza, il significato del suo passaggio sulla terra, il solco che ha lasciato sul dorso della storia; perché se nulla di tutto questo sussiste, non sussisterebbe l’esigenza di un film biografico. Il racconto aneddotico, che all’interno dell’evoluzione temporale esprima l’idea della trasformazione in atto, costituisce la forma migliore.

Biopic musicali
Fabrizio De Andrè – Il Principe Libero

Fabrizio De Andrè – Il Principe Libero di Luca Facchini, il film concepito per la tv incentrato sulla vita del cantautore genovese, ha rinnovato l’interesse per il cinema biografico musicale, costituendo un mirabile precedente, non solo per il genere stesso, quanto per il cinema italiano.

Merito indiscusso di Luca Marinelli, l’attore che ha rivestito il ruolo del cantautore, è stato quello di appropriarsi dell’uomo De Andrè, del suo sentire più genuino, così come esso traspare dai suoi testi, dalle rare interviste e, senza alcun dubbio, dal racconto di Dori Ghezzi: la storica compagna di De Andrè che ha collaborato a questa produzione. Il Faber che vive nei gesti di Marinelli è vero, spontaneo e per nulla macchinoso: non ha un’inflessione genovese, ma non per questo manca di credibilità.

Complice una mirabile fotografia, il ritratto del cantautore è immerso in una cornice di autentica bellezza: Genova, la Sardegna, gli ambienti domestici, le donne che gravitano intorno al Faber; tutto è splendido, luminoso, e l’irriverenza, la sagacia che lo caratterizzano talvolta stonano con questo candore. Il Principe libero ci propone il ritratto, talvolta spinoso, di un uomo celebrato come sommo poeta, dalla sconfinata sensibilità e dall’affascinata attenzione nei confronti delle minoranze, ma anche animato da una cocente ambizione, inquietudine e ricerca inesausta di un luogo da chiamare e soprattutto sentire, casa.

La sceneggiatura si prende qualche licenza sulla verità, accorciando drasticamente i tempi del passaggio dalla prima moglie all’incontro con Dori Ghezzi. Una condensazione funzionale alla suggestione di un momento fondamentale nella vita del Faber che, attraverso Dori, riconquista la campagna e trova la quiete spirituale.

“Pensi che l’anarchia sia fare quello che vuoi?
Anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri!”

Biopic musicali
The Doors

Un film in cui la licenza poetica finisce per snaturare il suo protagonista è The Doors di Oliver Stone (1991).

Uno straordinario Val Kilmer interpreta Jim Morrison, una rock star, una vita bruciata tra alcool e droghe ma anche un poeta, certo, maledetto, ma ben poco del poeta troviamo in questa pellicola che sembra indulgere con troppo compiacimento nel ritratto di un ragazzo sbandato e inquieto. La pellicola, che in fin dei conti dura persino troppo rispetto ai suoi intenti narrativi, mostra un ragazzo dedito alle droghe che, ad un certo punto, rivelerà di scrivere canzoni e da lì, nasceranno i Doors. Ma questo frontman è davvero ingestibile: sempre fatto, ubriaco, incapace di attenersi allo spartito, volgare e svampito. Un tiratore libero, potremmo dire. Lo spettatore, ignaro della realtà, non può far altro che chiedersi: in quale maniera si manifesta lo spirito di gruppo? Poiché, nel ritratto che ne fa Oliver Stone, Jim Morrison è solo. La realtà tramandata dalle fonti, invece, è ben diversa: Morrison non era soltanto un animale da palco dalle performance al limite della decenza, ma un musicista, un poeta in forte affinità con il suo gruppo. La sua lungimiranza, la sua sensibilità di poeta, l’affetto che lo legava ai suoi compagni, l’amore manifestato per la compagna sono del tutto assenti in questo film. Ciò che resta è la storia di un ragazzo senza riferimenti, senza sogni, senza speranze. Possiamo supporre, schiacciato da una sensibilità fuori dal normale, ma abbandonato a se stesso. Ciononostante mi piace immaginare un Jim Morrison differente, un uomo malinconico, magari triste e arrabbiato, ma con una speranza ancora: la musica.

“Le poesie hanno i lupi dentro”

Biopic musicali
Sid & Nancy

Checchè ne dica Johnny Rotten, voce dei Sex Pistols, il film biografico Sid & Nacy di Alex Cox (1986) fu un ottimo tentativo di coniugare il racconto dell’artista maledetto con la storia di amore e morte. Non solo grazie all’interpretazione straordinaria di Gary Oldman nei panni dell’irriverente Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols, ma perchè Sid & Nancy non è prettamente un film biografico quanto piuttosto un film generazionale. Attraverso l’amore dei due protagonisti, il regista racconta una storia di ordinaria perdizione. Il tema della dipendenza dalle droghe si svolge su due livelli: Sid prova per la prima volta l’eroina in compagnia di Nancy instaurando con lei e con la droga una doppia dipendenza, senza soluzione, che ne rivelerà a più riprese la fragilità, la debolezza caratteriale. Il tunnel che si aprirà davanti a loro ingoierà ogni cosa: il talento di Sid, la sua immagine pubblica, il senso stesso della sua esistenza che diventerà ogni giorno più stanca e logora. La morte, invocata a gran voce da Nancy, sembrerà essere l’unica via di uscita possibile da un’esistenza scandita dall’euforia dello sballo e il dolore dell’astinenza. La fine del dolore coincide con la fine della speranza: i due giovani non hanno altro che se stessi e la prospettiva di un gran finale.

Sidney vuole crederci ancora, almeno finché avrà Nancy. Nancy non è stata mai null’altro che una tossica e non crede, non crede più neppure in Sid: la morte è la sola opportunità che ha.

“E’ l’amore che uccide non la droga”

Biopic musicali
Walk the Line

La simbiosi ha anche la possibilità di essere produttiva e non esclusivamente distruttiva, nel mondo della musica.  A perorare questa causa ci pensa il piacevolissimo film di James Mangold, Walk the Line (2005) o conosciuto in Italia con il nome di Quando l’amore brucia l’anima. Il biopic racconta la storia d’amore tra il genio della country music, Johnny Cash (Joaquin Phoenix)  e June Carter (Reese Whiterspoon). La storia ripercorre la carriera di Johnny Cash, dall’infanzia alla maturità, i primi passi nella musica fino al successo e agli immancabili eccessi di droga e alcool. June entrerà nella vita del musicista a piccoli passi, tra incontri mancati e matrimoni falliti, e si proporrà come l’angelo custode in grado di salvare Cash da se stesso, servendosi dell’amore incondizionato e della propria integrità.

Il film, approvato e sostenuto attivamente dalla stessa coppia, è fortemente romanzato e si propone come una storia romantica ambientata in un luogo ameno, chiamato Musica, sui cui verdi prati la realtà più difficile può intercettare la strada dei desideri.

“Ti vesti di nero perchè non hai trovato nient’altro da mettere, hai scoperto il tuo sound perchè non suoni bene e hai cercato di baciarmi perchè non volevi.. dovresti prenderti qualche responsabilità una volta ogni tanto John.”

Biopic musicali
Worried about the boy

Worried about the boy (2010) di Julian Jarrold è un film per la Tv che ricalca le origini del mito di Boy George, iconica star dei Culture Club, che cresce sulle tracce del duca bianco e tra ambizione, narcisismo e la bellezza derivante dalla sua ambiguità, troverà la strada del successo. In questo film, che è tutto sommato un prodotto godibile, mancano alcuni passaggi, a mio parere necessari, che in realtà mancano in molti film già citati: la profondità, la cultura, l’estro degli artisti è sempre messo in secondo piano o dato per scontato. Il ritratto fornito di Boy George è sostanzialmente quello di un ragazzo bellissimo, fuori dagli schemi ma al contempo dotato di carisma e ambizione smisurate. Lo vediamo soffrire, spesso a causa dell’amore o dei pregiudizi e arriviamo a supporne un’innata sensibilità, ma, nel momento in cui ci viene presentato come scrittore di canzoni dai testi coraggiosi, genuini, che parlano dei suoi stessi sentimenti in un momento storico in cui l’omosessualità era ancora un tabù, ci troviamo a chiederci quando è nato esattamente Boy George, il musicista.

“Lui è etero, molto etero”. “Sai Qual è il tuo problema Steve? Non hai ambizioni”

Biopic musicali

Un biopic musicale che non esito a definire “geniale” è I’m Not There di Todd Haynes (2007). Il film, diretto dallo stesso regista di Velvet Goldmine, racconta di un personaggio estremamente complesso, Bod Dylan, scindendolo in ciascuna delle sue molteplici personalità di uomo e musicista: “Poeta, profeta, fuorilegge, imbroglione e star di elettricità”.

Ciascun capitolo della vita di Bob Dylan è intepretata da un attore diverso, così incontreremo il piccolo Woody Guthrie che è fuggito da un riformatorio e salta da un treno all’altro, dando a tutti un nome e una storia fasulla; parleremo di Jack Rollins (Christian Bale), la voce di una generazione di protesta, l’artista folk che sa parlare alla gente e condivide il sogno di un mondo migliore finché non inizierà a sentirsi stretto in un cliché, e ancora Robbie, l’attore, il seduttore insoddisfatto, il padre di famiglia (Heath Ledger), e poi Jude Quinn (straordinaria Cate Blanchett), artista androgino, geniale e superbo, e infine il fuorilegge, (Richard Gere) Billy the Kid, l’identità errante che ha abbandonato le scene per ritirarsi a vita privata. E tra tutti Arthur Rimbaud, poeta caro al musicista, che rappresenta l’arte stessa, la poesia, senza tempo, senza età.

Tutte queste anime sono necessarie, per narrare di un artista anticonvenzionale che offre ogni etichetta, che non può essere racchiuso in una linea temporale ordinaria, nel racconto di una carriera artistica che è sempre stata alterna e contraddittoria.

Bob Dylan è uno, nessuno, centomila e Io non sono qui non è soltanto un capolavoro del genere biografico musicale – apprezzato dallo stesso artista che ne ha curato la colonna sonora – è il manifesto stesso del biopic poiché declama l’irriducibilità di un’artista alle logiche narrative della biografia lineare.

Ma una canzone è qualcosa che cammina da sola?”

La percezione collettiva, l’io percepito, l’io presunto, l’io immaginato. Il problema del riflesso, dell’alterità, della reputazione che si intrecciano in un caos armonico di identità che non dovrebbero mai incrociare lo sguardo, poiché alcune personalità sono sostanzialmente scisse: in loro e rispetto all’immagine che la fama ha disegnato per loro. Perché alcuni uomini sono personaggi pubblici, prima di essere uomini e spesso, queste due identità non hanno nulla in comune.

Che sia questo, o meno, il caso, Heynes ancora una volta ci ha regalato un film fatto di idee, di riverberi, di immagini riflesse, sospese a mezz’aria, contese tra la verità e la bugia, tra la realtà e la fantasia, tra ciò che è reale e ciò che è supposto: tutti i volti, dietro la maschera.

“Le uniche cose davvero naturali sono i sogni, che la natura non può toccare con la decomposizione.”

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