Asghar Farhadi pro Iran? Donna rischia 74 frustate per lui (e la Shari’a)

L’ultima cosa che avremmo voluto fare era mettere in discussione la buona fede di Asghar Farhadi, forse il miglior regista iraniano attualmente in circolazione e uno dei più lucidi detrattori della società e del governo degli Āyatollāh, su cui ha basato gran parte dei suoi temi e del suo cinema.Qualcuno che non ci saremmo mai sognati di definire pro Iran. Eppure una donna rischia ora 74 frustate e due anni di carcere per lui (e la Shari’a).

Più nel dettaglio, perché mettere in discussione la credibilità di una voce tanto importante nel cinema internazionale e nella dissidenza nei confronti degli Stati Islamici (tout court) e di tutte le loro contraddizioni, va fatto con i piedi di piombo: l’anno scorso Un eroe vince il Gran Prix di Cannes, raccontando la storia di un carcerato che, durante un permesso, restituisce una borsa piena d’oro, prima osannato e poi vittima dell’opinione pubblica e di una legge iperpunitiva che non concede diritto d’appello.

In un certo senso, la storia del protagonista è quella di Farhadi, adesso: il regista offre una borsa piena d’oro, se ne arroga il merito, ma una donna si fa avanti e sostiene che lui l’abbia plagiata. Stando alle accuse di Azadeh Masihzadeh (tutte da dimostrare), il regista avrebbe tratto l’idea dal documentario All Winners, All Losers del 2014, che racconta pressoché la medesima storia. Anche l’uomo che l’ha ispirata, ha ora fatto causa a Farhadi. Lui, in risposta, ha avviato una contro-denuncia per diffamazione.

Asghar Farhadi
Asghar Farhadi

Diversi testimoni sostengono la versione dell’ex studentessa, raccontando come Asghar Farhadi avesse espresso particolare interesse per il docu, contattando la donna nel 2019 e facendole firmare, nel suo studio, un documento che attestasse che l’idea per All Winners, All Losers venisse da Farhadi stesso: “Non avrei dovuto firmarlo, ma ho provato un’enorme pressione. Ha usato il potere che aveva su di me, per il maestro del cinema che è, per obbligarmi a firmare” – ha spiegato la donna. Gli avvocati di Farhadi non negano l’esistenza di questo documento, ma sostengono che l’idea fosse stata proposta dal regista durante un suo workshop e solo in un secondo tempo utilizzata dalla studentessa.

Puntare il dito prima di qualunque esito è di per sé sbagliato, soprattutto se in discussione viene messa la credibilità di una voce tanto preziosa al revisionismo iraniano, ruolo che gli ha causato non pochi problemi, nel corso degli anni, con il suo stesso governo. Da notare inoltre che è la stessa Legge Islamica (Shari’a) attualmente in vigore in Iran a prevedere una pena nei confronti di chi, da accusatore, si veda respinte le accuse, rendendosi automaticamente colpevole di calunnia e falsa testimonianza.

In altre parole, di fronte a un’accusa che potrebbe costargli i proventi del film ma soprattutto il carcere, Farhadi era costretto a rispondere volente o nolente. E a farlo nel contesto legale in cui l’accusa è maturata, quello della Shari’a, che la condivida, o meno, come invece ha più volte dimostrato con il suo cinema. Eppure, rimane il grande paradosso che se il regista avesse al fine ragione della paternità di Un eroe, la sua critica alla legislazione iperpunitiva iraniana causerebbe, oltre a due anni di carcere alla donna, anche la più aberrante delle applicazioni di quella stessa legislazione iperpunitiva: quelle famose, 74 frustate.

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