La Trilogia della Vendetta: una traiettoria non del tutto pessimistica

Analizziamo la traiettoria disegnata da Park Chan-wook nella Trilogia della Vendetta. Un percorso coerente dal sapore agrodolce.

Non solo tre straordinari film presi singolarmente, ma anche e soprattutto una parabola decisa con una sua logica coerente. La Trilogia della Vendetta delinea, attraverso le sue tre componenti, un percorso che ha inizio nella cieca violenza per finire nella lucidità della vendetta programmata. I tre film: Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta (2005) sono come le tre componenti indivisibili di un’equazione perfetta.

Prendendo in prestito un riferimento dal mondo scientifico, sono come gli elementi che bilanciano un atomo. Mr. Vendetta è l’elettrone, con carica negativa, marcato da un pessimismo che si esplicita nel finale crudo e lascia poco spazio alla speranza. Old Boy è il neutrone, elemento centrale, in cui la carica è neutra. Le emozioni che lo attraversano sono contrastanti: perché se è vero che ci sono momenti positivi, è altrettanto vero che questi vengono annullati quasi immediatamente da subitanei cambi di prospettiva che li ribaltano in un contrasto infinito. Infine, Lady Vendetta è il protone, l’elemento attraverso cui esprimere una visione (relativamente) positiva, che lascia spazio a una insperata redenzione.

Tutti e tre però, sono necessari affinché l’atomo sia equilibrato e non collassi su se stesso. Sono i tre riflessi di un animo, quello del regista, in cui tutti questi elementi si mescolano in maniera irreversibile.

La Trilogia della Vendetta: una traiettoria nel del tutto pessimistica

Il contesto sociale come matrice della violenza

Dicevamo della traiettoria di senso. E’ evidente come le pulsioni del regista siano state incanalate attraverso tre direttrici che rappresentano l’evoluzione di uno stesso punto di vista di partenza. Ed è una prospettiva che nasce direttamente dalla realtà sociale in cui si sviluppa. L’esterno non è mai un elemento di contorno nei film della Trilogia della Vendetta, anzi, è fondamentale. E’ da esso che hanno origine le pulsioni dei personaggi.

L’autorità costituita è sempre messa in discussione, e di essa viene sottolineata l’inadeguatezza in molti ambiti. In Lady Vendetta è chiaro come la critica sia rivolta all’autorità giudiziaria e legale. Sia che si parli della polizia che arresta la persona sbagliata, del carcere in cui le detenute sono libere di praticare qualsiasi abuso ai danni delle altre, o del commissario che rappresenta quel tipo di potere che non è riuscito a fermare un serial killer di bambini; tutti vengono ritenuti colpevoli della creazione di una situazione tesa e di sfiducia verso i simboli dello stato di diritto.

In Old Boy ancora, è la violenza a generare altra violenza. Dae-su viene rinchiuso per 15 anni in un luogo di segregazione sconosciuto all’autorità, in cui il sadismo dei carnefici è libero di mettere radici indisturbato. E di nuovo, il suicidio della sorella di Woo-jin avvenuto in modo così improvviso e così scandaloso che lascia intendere una mancanza di riferimenti famigliari.

Ma è soprattutto in Mr. Vendetta che il discorso sociale si fa più duro e implacabile. Oltre ad una forte critica al sistema sanitario, incapace di garantire le adeguate cure mediche ad una malata terminale, torna ancora una volta la riflessione sull’inadeguatezza delle forze di polizia, che tocca l’apice nel momento in cui l’assassino si trova nello stesso ascensore degli investigatori. E sarà un civile, e non un commissario, a trovarlo alla fine. Infine, è centrale il discorso economico che guarda alla disparità come a un male insensato e si rivolge direttamente ai rappresentanti del potere economico.

La Trilogia della Vendetta: una traiettoria nel del tutto pessimistica

Dall’impeto alla razionalità

La vendetta è indubbiamente il tema centrale della Trilogia. Ma essa non è univoca, per quanto sia coerente nell’arco dei tre film. Non ha un solo aspetto, ne ha molti, e tutti sono fondamentali per la sua definizione. Il percorso procede da un inizio di rabbia impetuosa, che esplode all’improvviso ed investe chiunque si trovi intorno, ad una fine in cui la lucida analisi prende il sopravvento, e l’implacabilità è esemplificata dall’esclusività dell’obbiettivo.

In Mr. Vendetta la duplice vendetta ha origine da un dolore improvviso e sconvolgente, quello della perdita di una persona cara. Sia Ryu che Park esplodono e, senza meditare troppo, si lasciano andare a una vendetta che li consuma e non lascia spazio ad una prospettiva futura. Travolgendo chi ritengono i responsabili delle proprie perdite, entrambi si lasciano dietro una scia di sangue, e quando la vendetta ha avuto luogo non rimane più niente se non il vuoto.

In Old Boy, ancora una volta il tema è contrastato, duplice ed ambiguo. Anche Dae-su esplode in sfoghi improvvisi che lasciano numerose vittime, ma al contrario di Ryu e Park la sua è una vendetta meditata per 15 anni, che cresce dentro di lui negli anni della prigionia per diventare l’unica ragione che gli rimane per vivere. Fino all’incontro con Mi-do, con cui inizia una relazione che sembra capace di donargli nuove speranze. Anche Dae-su tuttavia perde il controllo della situazione nel finale, e come un folle si lascia andare a suppliche, automutilazioni, pianto, rabbia.

Solamente la Geum-ja di Lady Vendetta riesce sempre a mantenere una razionalità spaventosa. Anche lei cova la sua vendetta per più di dieci anni, eppure nel momento in cui esce dal carcere, non si lascia mai andare ad accessi di violenza immotivati. Ha ben preciso il suo obbiettivo, ha lavorato per anni per il momento giusto, e lo ottiene con una rapidità incredibile. La vendetta di Geum-ja è meno dannosa, meno sanguinaria, ma non per questo meno terribile. Anzi, il suo lucido sguardo, fermo sulla sua vittima designata dall’inizio della pellicola, fa paura proprio perché esprime l’inevitabilità della soluzione finale.

La Trilogia della Vendetta: una traiettoria nel del tutto pessimistica

Dopo tutto, cosa rimane?

E’ questo il nodo fondamentale della Trilogia della Vendetta. La grande opera complessa di Park Chan-wook ci ha mostrato come la vendetta, e la violenza, nascano, si sviluppino e trovino una funzione. Ma dopo tutto, cosa ci rimane esattamente? C’è una possibilità per chi non ha più niente, neanche una vendetta da compiere?

Ognuno dei personaggi della Trilogia ci dà una risposta diversa. A RyuPark non rimane nulla. L’abisso che li inghiotte nel finale è inevitabile e in qualche modo tranquillizza lo spettatore in quanto unica soluzione possibile dopo l’escalation di violenza. Per Dae-su, nonostante un finale dal sapore più ottimistico, le apparenze durano poco. Dal sorriso finale che piano piano si trasforma in una smorfia di disperazione si intuisce il carattere ambiguo del futuro.

Per Geum-ja sembra esserci invece una seppur flebile speranza di redenzione. Il modo e la foga con cui la donna immerge la faccia nel tofu bianco simboleggia allo stesso tempo una voglia profonda di innocenza, e l’impossibilità nel raggiungerla.

L’ottimismo non è un elemento che si adatta alla Trilogia della Vendetta. Piuttosto lo è la presa di coscienza e la consapevolezza di una situazione che per quanto irrimediabile può essere affrontata. La speranza c’è, ma non è immacolata, è anzi ricoperta di fango e sangue, ma è comunque lì, ed è difficile da estirpare.

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