Lars Von Trier è un regista molto controverso: violento, esplicito, simbolico, le sue opere hanno sempre diviso nettamente l’opinione del pubblico. Tuttavia sicuramente ha un modo peculiare di raccontare le ansie, le manie e i lati più turpi della psiche umana: è quello che fa nei tre capitoli della cosiddetta Trilogia della Depressione, Antichrist, Melancholia e i due capitoli di Nymphomaniac.
Quello che Von Trier racconta nella sua trilogia si ispira alla sua esperienza personale: il regista danese ha numerose fobie che condizionano fortemente la sua vita, è ipocondriaco e ha sofferto di depressione. Per lui il cinema è terapia, è un modo per raccontarsi. Il risultato è una trilogia di film fortemente disturbanti, in cui i protagonisti si trovano ad affrontare veri e propri incubi. Ma si arriva anche ad una riflessione più generica sull’animo umano, soprattutto nei suoi aspetti più degradanti, sul suo rapporto con la natura e con la società.
La depressione assume aspetti e declinazioni diversi: deriva dal lutto, si confronta con l’Apocalisse e l’apatia, si riversa in un’ossessiva ricerca di carnalità. I protagonisti di Von Trier, soprattutto quelli femminili, si ritrovano sempre estranei, diversi, incapaci di ricoprire i ruoli che la società stabilisce per loro, in lotta con sé stessi e costretti ad un destino tragico e violento. Analizziamo come Lars Von Trier scava nella psiche umana con la sua Trilogia della Depressione.
ANTICHRIST
La Trilogia della Depressione inizia nel 2009 con quello che forse è il capitolo più violento: Antichrist. Interpretato da solo due personaggi senza nomi, interpretati da WIllem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, la depressione è qui una diretta conseguenza del lutto, ma si manifesta in un modo decisamente non banale.
Dopo la tragica morte del figlio, il marito psicoterapeuta decide di prendere in cura la moglie, in uno stato di forte depressione. La terapia, tuttavia, non farà che peggiorare la situazione, conducendo ad un finale cruento e tragico. L’infermità mentale è evidente nel personaggio femminile: distrutta dalla perdita del figlio e dal senso di colpa, perde ogni voglia di vivere e si abbandona al dolore e all’angoscia. Nella sua mente instabile anche il sesso assume una connotazione malata: da una parte è qualcosa che ricerca ossessivamente, nel disperato tentativo di ritrovare quell’ultimo momento di piacere prima del lutto; ma diventa anche sinonimo di colpa, di peccato.
Ma nonostante il marito sembri impassibile, uno psichiatra con la situazione sotto controllo, la sua calma è un’altra faccia della depressione. Una faccia ancora più meschina, perché sembra voler aiutare la moglie ma non fa altro che peggiorare la sua situazione. Porta avanti la terapia da solo, la priva delle medicine, la conduce nel posto che più la spaventa, Eden. In realtà sta a sua volta cercando di distruggerla.
L’amplesso e la morte diventano indissolubili in entrambi: il sesso non è più portatore di vita, ma causa di morte. Sono le stesse leggi della natura ad essere ribaltate. Ed è contro la Natura stessa che la lotta si protrae, mentre “Il caos regna”. Il dramma individuale assume così connotazioni universali: la donna arriva a mettere in parallelo il senso di colpa che prova con il suo ruolo sociale. Riscopre la caccia alle Streghe, la concezione della cattiveria insita nella natura femminile, dà connotazioni ataviche al suo peccato. E così il suo sacrificio si sovrappone a quello delle altre peccatrici, in un dolore unico e universale, legato alla stessa natura umana e imbattibile. In un climax di violenza esplicita, in cui l’amore diventa possesso e il piacere un male da estirpare alla radice, i due soccombono al caos delle Leggi di Natura.
MELANCHOLIA
Si tratta forse del capitolo più intimo della Trilogia della Depressione: Melancholia esce nel 2011 ed è fortemente ispirato all’esperienza personale di Lars Von Trier. Nella protagonista Justine, interpretata da Kinsten Dunst, il regista ha delineato un suo alter ego, riprendendo i propri comportamenti nei periodi peggiori della depressione. Il risultato è un film lento, decisamente meno violento rispetto agli altri due, ma colmo di angoscia.
Justine è una giovane donna la cui vita sembra perfetta, ma ben presto si scopre che non è così. La sua famiglia è problematica, il suo matrimonio è in crisi ancora prima di iniziare e lei stessa soffre di una depressione debilitante. A causa di questa condizione anche lei non riesce a ricoprire i suoi ruoli: quello di moglie, ma neanche quello di adulta indipendente, A prendersi cura di lei è la sorella Claire (ancora Charlotte Gainsbourg). Ma il mondo sta per volgere al termine: il pianeta Melancholia sta per schiantarsi contro il nostro pianeta, distruggendolo.
Von Trier decide di descrivere un’apocalisse lenta, tranquilla e angosciante. In questo modo può concentrarsi sulle reazioni dei personaggi: questi sono inermi, non possono fare altro che attendere la morte. In questa situazione disperata, è Justine a sentirsi a suo agio per la prima volta. L’apocalisse imminente non è altro che la concretizzazione delle paure che la depressione può comportare: la fine del mondo, la vanità delle azioni, la perdita di ogni cosa. Sul finale è Claire ad essere spaventata, in preda alle crisi d’ansia, in un disperato e inutile attaccamento alla vita. Justine, al contrario, è calma: non ha nulla da perdere ed è già pronta alla fine. Melancholia è il suo pianeta, la sua psiche, la sua autodistruzione. Ancora una volta è la Natura ad avere la meglio, ad imporsi con violenza.
NYMPHOMANIAC
La Trilogia della Depressione si conclude con il film forse più compromesso: Nymphomaniac, diviso in due parti, distinto in due versioni, una ancora più esplicita dell’altra. Una lunga confessione: Joe, una donna ninfomane, racconta la sua vita volta alla ricerca del piacere a Seligman (Stellan Skarsgård), anziano asessuato e intellettuale.
Joe e Seligman sembrano gli esatti opposti: una giovane donna ed un uomo anziano, la prima con una vita devastata dalla ninfomania, il secondo pronto a digressioni colte e raffinate, nella sua distaccata visione da asessuale. In poche parole, lei è una peccatrice, lui un innocente. La confessione di una dannata, il tentativo di Seligman di redimerla, diventano quasi una seduta psicanalitica. Procedendo nel racconto scopriamo che c’è qualcosa di molto più profondo.
La ninfomania di Joe è ancora una faccia della depressione: la sua disperata ricerca di contatto nasconde un patologico senso di solitudine. E’ il continuo tentativo di provare qualcosa, che si coniuga in modi estremi: quando non riesce a provare più nulla, così come quando arriva alla violenza più estrema. Ma nulla le basta mai.
Ma anche in questo caso, non ci può essere lieto fine né redenzione. Sul finale la situazione si ribalta, sconvolgendo quegli equilibri tra peccatrice e innocente a cui ci eravamo adeguati. E’ Seligman che cerca di violentare Joe, convinto che lei non possa rifiutare. Comprendiamo che l’uomo non è puro come credevamo, che ha deciso di sfruttare la debolezza di Joe, che diventa una vittima. Quest’ultima è costretta ad ucciderlo, macchiandosi di quella colpa che era riuscita ad evitare. Ancora una volta nessuna speranza di un lieto fine: tutti gli animi si rivelano turpi, colpevoli, incapaci di ricoprire un ruolo stabile.
La visione della vita nella Trilogia della Depressione
I tre film della Trilogia della Depressione sono autonomi e diversi tra loro. Tuttavia hanno dei punti in comune, che ricollegati ci comunicano la visione che Von Trier ha della psiche umana. Una visione decisamente pessimistica, che non lascia alcun tipo di speranza. La depressione è il filtro di negatività con cui il regista ci racconta la sua visione della vita.
Per le protagoniste dei vari capitoli della Trilogia, la depressione è l’elemento che le rende diverse, emarginate, e che quindi evidenzia dei problemi più grandi. Incapaci di rientrare nei loro ruoli, sono personaggi che si scontrano con la stessa Natura. Questa agisce però da matrigna crudele: regna con il caos e non può essere controllata. E’ la stessa Società ad essere un attacco alla Natura, alle sue leggi: cerca di limitarle e contrastarle. Ma la natura prevale, dà forza agli istinti primordiali, si sfoga con violenza.
Le donne protagoniste cercano di ribellarsi, rifiutano di adeguarsi, forti anche nella loro instabilità mentale. Ma sono destinate a soccombere, allo stesso tempo vittime e carnefici, eroiche e sconfitte. Non c’è nessuna via di fuga, nessun esempio positivo, nessuna speranza. La Depressione dei singoli si fa Universale, chiave di lettura rassegnata e angosciante dell’esistenza umana.
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