Teatro e Cinema: 15 film in cui il cinema ha incontrato il teatro

Teatro e Cinema sono due mondi indissolubilmente legati l’un l’altro, non fosse per il solo fatto che in entrambi troviamo attori che recitano una parte.
Questi due universi, avvertiti da molti ancora oggi come opposti o rivali, hanno preso strade sempre più diverse nel corso della loro, imparagonabile per durata, storia.
Dalle prime declamazioni di Tespi che rispondeva a un coro nel VI secolo a.C il teatro si è evoluto e ha accolto in sè un sempre più ampio numero di attori, di situazioni, di temi e di teorie fino ad arrivare al ‘900 in cui importantissimi autori come Pirandello, Brecht, Artaud e Beckett hanno posto le fondamenta del teatro contemporaneo che oggi conosciamo.
Allo stesso modo il cinema, dalle prime proiezioni prive di attori e sceneggiatura dei fratelli Lumiére, si è evoluto e in poco più di un secolo di vita ha accolto in sé così tanti cambiamenti che ancora oggi siamo in grado di cogliere assorbendo nella sua atmosfera molti elementi provenienti dal teatro.

Eppure il teatro, il padre prima assente, poi nobile e poi spesso rifiutato del cinema, è entrato molte volte a far parte della settima arte. Ne è entrato a far parte sotto forma di riproposizione cinematografica di opere teatrali o, spesso, come vero e poprio protagonista di film.
Una “vittoria” del cinema o del teatro? Non lo si può dire con precisione. Sicuramente ne ha giovato l’arte.
In questo articolo andremo a ripercorrere in ordine cronologico, cercando di dare un quadro generale, tutte le volte in cui la rappresentazione teatrale e il mondo del teatro sono stati al centro di un film.

Vogliamo Vivere (1942) di Ernst Lubitsch

I protagonisti di To be or not to be affiancatiNel mezzo della seconda guerra mondiale il padre della commedia classica americana, Ernst Lubitsch, porta sugli schermi di una popolazione allarmata dalla guerra una delle più forti e attuali satire sul nazismo.
Protagonisti del film, dal titolo inglese di To be or not to be, sono un gruppo di attori polacchi che, dopo l’occupazione della Polonia, si trovano ad interpretare vari ruoli per riuscire a sopravvivere nello stato occupato e sventare un complotto che porterebbe alla distruzione della resistenza polacca.
Giocando con divertente equilibrio fra realtà, finzione e finzione scenica, Ernst Lubitsch si fa progenitore di un genere di film, diffuso ancora oggi, che vede attori teatrali coinvolti in storie di spionaggio. Del resto, interpretare una parte fa parte del loro mestiere. Quando c’è la propria vita e la propria nazione in ballo, poi, la prova deve essere di spessore.

Eva contro Eva (1950) di Joseph L. Mankiewicz

Bette Davis e Anne Baxter una di fronte all'altraIl capolavoro di J. L. Mankiewicz è uno spaccato tanto ironico quanto spietato della società dello spettacolo americana alla fine dal secondo conflitto mondiale. Eva contro Eva è la storia di una presunta fan che riesce lentamente a prendere il posto della sua diva nei palchi di Broadway, inserendosi con astuzia nei meccanismi che regolano il dietro le quinte dei teatri di New York. La descrizione che Mankiewicz fa del mondo dello spettacolo americano è priva di edulcorazioni e sembra suggerire che, come nel cinema, anche nel “puro” teatro americano sembrano dominare le stesse falsità che affliggono Hollywood.
Lo spettacolo teatrale non verrà mai mostrato nel corso del film, quasi a suggerire che lo spettacolo è in realtà tutto ciò che avviene dietro le quinte dove ogni personaggio indossa una maschera che, come i migliori attori, è pronto sempre a cambiare.

La recita (1975) di Theo Angelopoulos

Gli attori protagonisti di La recita con valigieUtilizzando come protagonisti i membri di una compagnia di attori itineranti Theo Angelopoulos racconta la storia politica, culturale e sociale della Grecia. Nel farlo intreccia il piano narrativo del teatro, che si compone dei tentativi degli attori di portare in scena il dramma pastorale Golfo e la Pastorella e di una storia personale di alcuni appartenenti alla compagnia che ricalca quella dell’Orestea di Eschilo, e il piano narrativo della Storia greca, quella che si compie barbaramente nel corso di 13 anni (dal 1939 al 1952), incurante delle sventure dei singoli.

Il risultato è un’opera monumentale dalla durata di 4 ore, in grado di influenzare ancora oggi registi greci come Yorgos Lanthimos, in cui il teatro è assoluto protagonista. Nella patria del Teatro, lontana, ma allo stesso tempo vicina alla sofferenza antica, gli attori sembrano quasi prendere il posto dei personaggi di una tragedia in una serie di eventi che riportano il mito, il teatro, la finzione, la vita a una cruda realtà fatta di dolore e disperazione.
In alcuni punti del film i personaggi arriveranno addirittura a rompere la quarta parete rivolgendosi direttamente agli spettatori con lunghi monologhi che raccontano eventi biografici intrecciandoli con eventi di storia collettiva.
Il tentativo continuo della compagnia di attori, malgrado tutto, di portare in scena il dramma pastorale è specchi perfetto di un popolo costretto a vagare e a soffrire in una eternità che non sembra avere mai fine.

L’importante è amare (1975) di Andrzej Zulawski

Primo piano di Romy Schneider e Klaus Kinski in L'importante è amareIl celebre regista polacco Andrzej Zulawski dirige un cast che vede Romy Schneider, Fabio Testi, Klaus Kinski e Jacques Dutronc in quello che è forse uno dei più intensi ed emozionanti melodrammi che il cinema francese sia riuscito a offrire nell’arco di tutta la sua storia.
Utilizzando la rappresentazione teatrale del Riccardo III di Shakespeare per indicare, non a caso, la decadenza (fisica e morale) della vita di una coppia di coniugi in cui si insinua lo spettro di un amante, Zulawski scava nella psicologia e nell’anima dei suoi tormentati personaggi per restituire allo spettatore, oltre che potenti emozioni, un’interessante riflessione sulla creazione, sulla fruizione e sulla conseguente distruzione dell’arte da parte sia di chi la crea sia di chi ne fruisce.

La sera della prima (1977) di John Cassavetes

John Cassavetes osserva Gena Rowlands sdraiata a terra su un palco in La sera della primaL’attrice teatrale Myrtle Gordon (Gena Rowlands premiata a Berlino), è in preda ai rimorsi per aver involontariamente causato la morte di una sua giovane ammiratrice. Lacerata dai sensi di colpa e dal ricordo di una giovinezza perduta a cui fanno da contraltare un ruolo in uno spettacolo che non riesce a sentire proprio e un rapporto ambiguo con l’ex amante (John Cassavetes), la donna cadrà in una spirale di follia.
Il muoversi fra scena e non scena, non sempre reso esplicito dal regista, costituisce forse il più grande lascito di un film che vede Gena Rowlands in una delle sue migliori performance e John Cassavetes in quella che è forse la sua più esplicita manifestazione di poetica.
Forse non esiste la finzione, esiste la performance, una performance che l’attore offre al pubblico partendo da una realtà che non può annullare quando sale sul palco, ma che può traslare in spettacolo e offrire al pubblico.
Il film ha avuto un’enorme influenza sul cinema americano che possiamo riscontrare ancora oggi in celebri film come Mulholland Drive e Birdman.

L’ultimo metrò (1981) di François Truffaut

Primo piano di Catherine Deneuve in L'ultimo metròIn uno dei suoi più grandi successi François Truffaut porta lo spettatore dietro le quinte di un teatro. Non però di un comune teatro. Di un teatro appartenente a un drammaturgo di origine ebraica, apparentemente scomparso, che viene perseguitato dalle autorità di Vichy nel corso dell’occupazione nazista della Francia.
Ricostruzione storica di grande fascino, L’ultimo metrò segue la genesi di uno spettacolo teatrale in un clima di grande tensione, di sospetti latenti e di attori che, come già nel film di Lubitsch, sono perfettamente a loro agio nei panni di spie.
La generosità con cui Truffaut dona allo spettatore il “dietro le quinte” di uno spettacolo non ha forse eguali nei film che hanno come tema portante quello della rappresentazione teatrale.

Fanny e Alexander (1982) di Ingmar Bergman

Alexander-copre-FannyIl teatro è sempre stato protagonista della vita e del cinema di Ingmar Bergman. Drammaturgo di formazione, nei suoi film il grande regista svedese ha spesso sfruttato una messa in scena di stampo teatrale (pochi personaggi, poche location, molti dialoghi) a favore di una ricerca sull’immagine che potesse portare alla massima chiarezza espressiva il suo pensiero filosofico e la propria idea di cinema. Molti dei film di Ingmar Bergman, come i celebri Il settimo sigillo e Persona, hanno nel teatro un tema portante: impossibile quindi non citare almeno un’opera del maestro svedese quando si parla di cinema nel teatro.
La scelta non può che ricadere su Fanny e Alexander, film che può essere visto come la summa della poetica e dei temi di Ingmar Bergman.
Il teatro, come ben narrato dal personaggio Oskar nel prologo del film, è un piccolo mondo in grado di rispecchiare il grande mondo e di farcelo comprendere un po’ meglio. Questa è da sempre stata la potenza del cinema di Ingmar Bergman e questa è, da sempre, la potenza del teatro.

L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir

Robert Sean Leonard nei panni di Puck in L'attimo fuggenteIl cult L’attimo fuggente è forse uno dei casi più famosi della storia del cinema in cui il teatro gioca un ruolo molto importante. La passione di Neil Parry per l’arte teatrale e la sua volontà di diventare attore, stimolata dal professor Keating, si scontra con il volere di un padre rigido e anaffettivo, cieco e non in grado di capire che la sua volontà non può sopraffare quella del figlio.
La rappresentazione della commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate è quindi occasione per Parry, nei panni di Puck, di un intenso monologo finale entrato di diritto fra i migliori della storia del cinema.
Se L’attimo fuggente è il capolavoro che tutti riconoscono il merito va anche al teatro, protagonista di pari peso con la poesia del film di Peter Weir.

Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige

Primo piano della concubina con ventaglio e sfondo rossoIn quello che è insieme a Lanterne Rosse il lungometraggio più importante della cosiddetta “Quinta Generazione” del cinema cinese Chen Kaige porta in scena la storia della Cina dalla Repubblica fino alla Rivoluzione Culturale utilizzando come protagonisti del film due attori dell’Opera di Pechino legati l’un l’altro dalla rappresentazione in coppia dell’antico dramma Addio mia concubina.
Moltissimi sono i temi trattati dal regista nel film che vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes: dall’inumano addestramento ricevuto da giovani aspiranti attori fino alle efferatezze della Rivoluzione Culturale, Addio mia concubina si configura come un imponente affresco storico e culturale che non rinuncia a parlare di tabù come quello dell’omosessualità (all’epoca in Cina severamente condannata) e della violenza che ha accompagnato gli anni più travagliati della storia cinese, una storia che non può prescindere da quella della maestosa Opera di Pechino, stella polare per anni della cultura cinese, poi soppressa e infine a fatica ripristinata a seguito della rivoluzione.

Tutto su mia madre (1999) di Pedro Almodòvar

La protagonista di Tutto su mia madre davanti al poster di Un tram chiamato desiderioTutto su mia madre richiama già nel titolo il già citato film di Joseph L. Mankiewicz (All About Eve in lingua originale) ed ha svariati rimandi a film presenti in questa lista oltre che una  dedica finale di Almodòvar a Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider, a tutte le attrici che hanno fatto le attrici e a tutti gli attori che interpretano donne.
Impossibile non trovare in Tutto su mia madre citazioni, oltre che a Eva contro Eva, a La sera della prima e L’importante è amare.
Il film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero è infatti una sintesi perfetta del connubio teatro e cinema che molti registi hanno proposto nel corso della storia della settima arte.
L’intricato sistema di personaggi e di situazioni che sembra avere come unico perno la rappresentazione del dramma di Tennessee Williams Un tram che si chiama desiderio viene da Almodòvar portato in scena con il classico stile a metà strada fra melò e kitsch che lo contraddistingue. Il risultato è un capolavoro ancora oggi in grado di mostrare intatta la sua lucidità di analisi e forza comunicativa.

Synecdoche, New York (2008) di Charlie Kaufman

Seymour-Hoffman-di-spalle-di-fronte-a-moltisimi-fogliL’esordio alla regia del grande sceneggiatore Charlie Kaufman non può che essere un intricatissimo film in cui un regista teatrale, dopo una serie di fallimenti personali, si mette in mente di allestire uno spettacolo che rappresenti, in ogni aspetto, la sua vita.
La sineddoche è la figura retorica che indica la parte per il tutto o il tutto per la parte e il film di Kaufman con Philip Seymour-Hoffman si configura come un’immensa rappresentazione del sogno di una vita in cui il regista teatrale rielabora la propria esistenza fino alla messa in dubbio del suo ruolo di “protagonista” nella vita.
Synecdoche, New York è un film complicato e a tratti indecifrabile che porta avanti una riflessione su personaggio e attore, su teatro e realtà che ha avuto origine con Pirandello e che ancora oggi è tema di analisi di molte opere teatrali e cinematografiche.

Cesare deve morire (2012) di Paolo e Vittorio Taviani

I detenuti di Rebibbia inscenano Giulio CesareI fratelli Taviani trionfarono a Berlino con Cesare deve morire, docu-drama in cui vengono rappresentati i preparativi per la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare a opera di detenuti nella sezione alta sicurezza del carcere di Rebibbia.
Fra i molti documentari che raccontano l’allestimento di uno spettacolo teatrale (consigliamo su un tema più o meno simile The Play di Pelin Esmer) Cesare deve morire è forse quello in cui viene meglio messa in luce l’analogia fra l’opera teatrale e la vita individuale dell’attore dietro al personaggio.
I fratelli Taviani sono abilissimi, nel raccontare le storie personali dei detenuti di Rebibbia, a costruire un ponte fra l’opera di Shakespeare e la condizione umana dei carcerati che si trovano a interpretarla, suggerendo l’eterna contemporaneità e attualità che è propria delle grandi opere teatrali e che è propria, sin dai tempi della tragedia antica, del teatro.

Venere in pelliccia (2013) di Roman Polanski

Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric una di fronte l'altro in Venere in PellicciaDue attori, un unico ambiente e una drammaturgia riadattata a sceneggiatura. Dopo Carnage, tratto da un’opera teatrale di Yasmine Reza, Roman Polanski firma un’opera ancora più radicale nel suo avvicinarsi al mondo del teatro.
In un teatro allestito a sala prove viene messo in scena il provino sostenuto da un’attrice per avere un ruolo da protagonista in un’opera teatrale riadattamento del libro omonimo del 1870 di Leopold von Sacher-Masoch scritta da un drammaturgo inconsapevolmente misogino.

Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, i protagonisti del film, instaurano, nel corso del provino, un rapporto morboso che sembra ricalcare alla perfezione quello presente nel libro riadattato a dramma in un lento climax che mette a nudo tutta l’ipocrisia di una certa classe di intellettuali, o presunti tali, che accecati dall’ipocrisia e dal proprio status non si accorgono di professare idee retrograde.
Fra tragedia contemporanea e tragedia classica, il film è carico di tensione e lo spettatore diventa quasi un terzo personaggio, seduto nella platea del teatro in cui lo spietato provino viene messo in scena.

Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Emma Stone i affaccia alla finestra nel finale di BirdmanBirdman è forse il film più celebre presente in questa lista di film in cui teatro e cinema si incontrano.
Vincitore di numerosi premi Oscar, il film con Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone e Naomi Watts racconta l’ormai celeberrima storia di un attore di cinema ormai a un passo dal fallimento che cerca di rimettersi in gioco e di ripulire il proprio nome dal supereroe che ha a lungo interpretato, Birdman, rappresentando un dramma di Raymond Carver a Broadway.

Il film di Iñárritu è un grande affresco del mondo teatrale di New York, una feroce critica al mondo del cinema e del teatro contemporaneo che sembra fare tesoro di tutta la precedente tradizione cinematografica che ha trattato le tematiche di teatro e cinema.
Girato con un falso piano-sequenza, quasi a significare che l’attore è sempre, in ogni cosa che fa, in scena, Birdman è uno dei film più importanti degli ultimi anni, nonché uno dei migliori film in grado di trattare, muovendosi intelligentemente fra dramma a commedia, il mai vecchio tema, anch’esso pirandelliano, della maschera che arriva a costituire il super-io di un attore.

Il cliente (2016) di Asghar Farhadi

I protagonisti di Il cliente affiancatiIl film vincitore del premio Oscar come miglior film straniero del celebre regista iraniano Asghar Farhadi è una brillante attualizzazione, nel contesto della società iraniana contemporanea, di Morte di un commesso viaggiatore.
Il thriller vede come protagonista una coppia di attori dilettanti che, mentre si apprestano a mettere in scena il dramma di Arthur Miller, subiscono un evento che incrinerà profondamente il loro rapporto.
In Il cliente Asghar Farhadi è molto abile a creare un parallelo fra l’opera teatrale rappresentata dai protagonisti e la drammatica vicenda personale che li coinvolge. Sostenuto da grandissimi interpreti, il film è un’interessantissima operazione che testimonia l’impianto tipicamente drammaturgico che il regista iraniano dà ai suoi film.

Questa era solo una breve panoramica di tutte le volte in cui teatro e cinema si sono incontrati e ci auguriamo possa fungere da primo gradino per chi vuole approfondire un rapporto che è stato nel tempo tanto tempestoso quanto proficuo.

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