Tanti Auguri Mr.Carpenter

Tanti sono gli aforismi e gli appellativi che si possono usare per descrivere un regista come John Carpenter e la sua filmografia, e tanti ne sono quelli che gli sono stati attribuiti durante la sua carriera quarantennale. Arrivato al traguardo dei settanta anni, certamente con gran stile, Mr. Carpenter ha il gran merito di essere riconosciuto come uno tra i registi del cinema di genere, che indubbiamente ha segnato più di una generazione. Entra all’unanimità in quella nicchia oscura, accanto a nomi del calibro di George Romero, Tobe Hooper e Wes Craven, dei dark directors; veri cantastorie delle paure fisiche e mentali dell’essere umano agli sgoccioli dell’epoca moderna. I Masters of Horror (per citare la serie tv Showtime del 2005), quei registi attorniati da un’aurea maledetta, capaci di portare sul grande schermo storie macabre, terrorifiche, ma nella loro essenzialità, capaci di descrivere al meglio la società contemporanea.

Carpenter
Halloween (1978)

Tralasciando ad altre sedi, la discussione sulla notevole importanza di queste personalità nell’universo cinematografico internazionale, mi concentrerò principalmente sul ripercorrere, in grandi linee, il percorso del regista cresciuto nel Kentucky. La cosa che mi preme sin da subito su cui mettere l’accento, è la poliedricità caratterizzante nel lavoro di Carpenter. Lui non si accontenta nei suoi film solo di stare dietro la macchina da presa, ma ne cura tutte le fasi, dalla pre-produzione alla post-produzione. Scrive la sceneggiatura, produce, monta, ma principalmente compone le musiche della maggior parte delle sue pellicole; una passione ereditata dal padre, professore di musica e musicista, molto fondamentale nella sua formazione. Un artista ma contemporaneamente artigiano, portando avanti una sua idea, una sua visione del mondo, ma nello stesso tempo mettendo le ‘mani in pasta’. Non si accontenta di esserne solo l’autore, nel senso concettuale del termine, ma anche il partecipante in prima persona dello sviluppo creativo del film.

Carpenter
Distretto 13 – Le Brigate della Morte (1976)

Affascinato dal cinema western e fantascientifico e da registi come Hitchcock, Arnold e Hawks, specialmente con quest’ultimo, ne mantiene un legame affettivo. È proprio di Hawks il film da cui prende ispirazione in una delle sue prime opere, Distretto 13 – Le brigate della Morte. Film low-budget del 1976, ambientato in un distretto isolato di Los Angeles, dove un gruppo di persone ci si ritrovano barricate per un’intera notte, sotto gli attacchi di una gang vendicativa. Un thriller d’azione che fa eco al western Un dollaro d’onore, dove i banditi diventano bande di quartiere, e il tenente di polizia Bishop prende il posto dello sceriffo interpretato da John Wayne. S’iniziano a delineare le tematiche del cinema carpenteriano, come la minaccia che incombe non mostrata, la non netta dicotomia tra bene e male e la violenza addentrata nelle viscere della psiche umana. Nessuno è vittima né carnefice. Sono tutti partecipi di una violenza gratuita, che si riflette sulle strade di una città teoricamente sviluppata. Carpenter usando gli stilemi del cinema di genere, fa sempre una critica politica alla società capitalistica americana e un’analisi antropologica e psicologica dell’essere umano contemporaneo. La sua visione politica è sempre pregnante in tutta la sua filmografia, quanto la perenne ricerca nel rappresentare la follia umana, legata a una perdita totale di fiducia delle istituzioni portanti. Un tema ampiamente trattato da altri autori suoi contemporanei, la differenza sta nel suo modo differente di raccontarlo.

Carpenter
La Cosa (1982)

Sceglie la strada del cinema di genere, dell’horror, della fantascienza, un tipo di cinema altamente fruibile e apprezzato dalle nuove generazioni. Proprio dell’horror ne diventa uno dei veri maestri, lo contamina, lo indaga in tutte le sue ramificazioni: dallo slasher con Halloween – La notte delle streghe del 1978, al fantascientifico con La Cosa del 1982, a quello psicologico con il Seme della Follia del 1994. Il male sta alla base della maggior parte delle narrazioni nei suoi film, è dilagante, terrificante e irrefrenabile. I suoi protagonisti sono solitamente persone che hanno perso la speranza e la felicità, dei veri anti-eroi sfiduciati dal sistema o vittime di esso, e Plissken di 1997: Fuga da New York, interpretato da Kurt Russell, ne è il ritratto più caratterizzate. Questo male li ha inglobati nella sua essenza, li ha ossessionati, anche se cercano di combatterlo torna sempre, perché comunque è intrinseco in loro stessi. Carpenter porta avanti il pessimismo cosmico lovecraftiano, i suoi personaggi non riescono depredarsi dal male incombente, sono vulnerabili, impossibilitati veramente a combatterlo. Il mostruoso è percepibile, vive accanto a noi e, a volte, è anche dentro di noi.

Carpenter
Il seme della follia (1994)

In Essi Vivono del 1988, gli extraterrestri monopolizzano gli esseri umani per fini economici, un ribaltamento della canonica visione fantascientifica anni 50. Se prima rappresentavano la minaccia comunista, ora Carpenter ne fa una sua rilettura, accostandoli direttamente al potere finanziario capitalistico americano. Un potere, anche qua, che tramite la risonanza dei media, subdolamente, è entrato nel nostro immaginario, nel quotidiano, nella nostra mente, e noi siamo impossibilitati o inabili nel combatterlo. L’annullamento sempre più costante del reale, a fronte di una rappresentazione simulacrale, congegnata e ben impacchettata. Non allontanandosi mai dai suoi confini, Carpenter porta avanti il suo discorso per tutto la sua filmografia; usando il cinema come un mezzo per esprimere il suo non volersi chinare alle dinamiche poste dalla classe dominante. Anche di fronte a budget ridotti, critiche incessanti da parte del pubblico e dalle case di produzione, è riuscito nel suo essere così tecnicamente essenziale, a imporre la sua volontà espressiva.

Carpenter
Essi Vivono (1988)

Amato e lodato da orde di fan del genere, citato dai registi delle successive generazioni, John Carpenter, sicuramente non è passato inosservato e i suoi film continuano a essere apprezzati da molti. Ribelle, sregolato e sfrontato, spaventosamente originale, come accennavo all’inizio, sono davvero tanti i modi in cui possiamo definire la personalità e il cinema carpenteriano. Trentadue i titoli all’attivo, tra produzione cinematografiche, cortometraggi e film per la televisione. Soffermarsi su ognuno di essi, rappresenterebbe una sfida assai ardua, visto i loro essere così eterogenei e intrinseci di diversi significati e chiavi di lettura. Ogni suo film, anche il meno riuscito o apprezzato, mantiene una profondità ideologica di base, che racchiude l’uomo John Carpenter. Non sempre riscontrata dalla critica del tempo, troppo reclusa nel giudicare le sue scelte formali, senza realmente vedere la sua autorialità e valenza. Mostrandolo nel modo più terrificante e mostruoso, ha raccontato la storia dei suoi tempi, o l’ha anticipata, dandone la sua osservazione abietta e nichilista. Anche questo cinema serve, un cinema d’intrattenimento, diretto, corporeo, così raccapricciante che ci rabbrividisce e simultaneamente affascina. Ragionando comunque sull’attualità, su quello che siamo diventati in quanto essere umani e società. John Carpenter è stato ed è tutto questo. Sperando in suo ritorno, non possiamo che ringraziarlo ed esprimergli i più sinceri e grati auguri.

1997: Fuga da New York (1981)

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