Star Wars VIII e Trainspotting 2: la dura vita dei sequel, tra innovazione e nostalgia

Quante volte avete visto un film e non vi è piaciuto? Magari non vi è piaciuto a tal punto da commentarlo con epiteti poco carini, da sconsigliarlo ad amici e parenti.

E – fateci caso – quante volte il vostro giudizio si è ancora più inasprito, nei confronti di un sequel? Come se, per sua stessa natura, un sequel richiedesse in anticipo grandi aspettative e quindi si meritasse altrettanto disprezzo nel caso in cui le deludesse.

Il sequel è, per antonomasia, la categoria che soffre di più il bullismo nell’universo cinematografico. E non parlo di saghe come quelle sugli X-Men, o The Avengers: action movie che nascono insieme al concetto di serialità, con la consapevolezza (insita nei produttori, certo, ma anche negli stessi spettatori) che al film appena visto ne seguiranno innumerevoli altri. E neppure di trilogie come Il Signore degli Anelli (insieme al suo prequel, Lo Hobbit) che vanno intese come un unico grande film, diviso in tre parti ma in cui la storia raccontata è sempre la medesima.

Parlo di sequel come Il Padrino – Parte II e Il Padrino – Parte III, passando da Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, fino ad arrivare ai giorni nostri. Il 2017 è stato, infatti, un anno fertile per i sequel di film cult: T2: Trainspotting, Star Wars: Gli ultimi Jedi, fino al sequel di più successo – con cinque nomination agli Oscar 2018 – Blade Runner 2049.

Ma, prima di proseguire nel discorso, proviamo a definire cosa significa realmente essere un sequel, specie di un cult. L’elemento che forse accomuna tutti i film elencati è quello di essere stati dettati da operazioni commerciali, in virtù dell’immenso successo (in molti casi dalla portata imprevista) ottenuto dal primo film. Non vi era alcun obbligo narrativo che imponesse l’esistenza di un sequel: in tutti questi casi la storia si esauriva con estrema efficacia nel film primogenito (o nella prima trilogia, nel caso di Star Wars) pur lasciando aperti alcuni spiragli. Ma non è ciò che fanno moltissimi film “figli unici”?

Certo sappiamo che George Lucas aveva in mente fin dall’inizio di sviluppare tre trilogie su “quella galassia lontana lontana”, cosa che poi è effettivamente avvenuta, anche se l’ultima non l’ha realizzata lui. Allo stesso modo sappiamo che Irvine Welsh ha scritto un sequel del suo libro Trainspotting, intitolato Porno.

Ma, in misura maggiore rispetto ad un libro, un sequel cinematografico è un’operazione complicata e rischiosa. Che in qualche caso conquisterà la critica, in altri convincerà una parte di pubblico. Spesso farà storcere il naso ai fan più accaniti.

In ogni caso deluderà qualcuno. Quasi sempre la maggioranza.

Quando ci troviamo di fronte a un sequel il confronto col capostipite è obbligatorio e schiacciante fin dall’ingresso in sala e, soprattutto, il pensiero che si siano in qualche modo sfruttati l’universo e i personaggi tanto amati per una posizione alta nel box office è dietro l’angolo.

Ho già parlato in passato di Denis Villeneuve e dell’affetto che ho provato nei suoi confronti, quando l’ho immaginato sinceramente terrorizzato nel realizzare Blade Runner 2049 (operazione riuscita? Per la critica, non per il pubblico).

Proviamo adesso ad analizzare come gli altri due sequel più recenti si siano comportati nel combattere l’ansia contro il proprio predecessore, e di quali armi abbiano usato nel confronto.

Partiamo da Star Wars: Gli ultimi Jedi.

Il primo tentativo – che definire conservatore è usare un eufemismo – di riproporre in Star Wars: Il risveglio della forza la trama familiare di Una nuova speranza era riuscito nell’intento di scontentare un po’ tutti: dai fan più sfegatati, alla critica, ai neofiti.

Così la Disney ha optato per un’altra strada: quella dell’innovazione (o meglio, della rivoluzione).

Bruciano i libri secolari scritti dai Jedi, muoiono Han Solo prima, e poi Luke Skywalker. Come se fossero dei confronti viventi troppo scomodi per restare in vita, e quindi da eliminare. Però la ribellione nei confronti del predecessore inarrivabile, a grandi linee, stava pure funzionando. C’è stato un momento, durante il film, in cui era davvero ipotizzabile di vedere Kylo Ren e Rey insieme, dalla stessa parte, né col Primo Ordine né con la Resistenza. Due giovani dotati dell’uso della forza che si scoprivano simili e incapaci di accettare un posto nella propria fazione. E quindi ne costruivano una nuova, insieme. Sarebbe stata una svolta indubbiamente interessante e sicuramente inedita per l’universo di Star Wars.

Invece il tutto si è risolto con un’operazione riuscita a metà.

Perché la rivoluzione non è stata condotta fino ai suoi estremi, e perché l’innovazione è stata usata non come ideale ma per casualità.

Non c’è stato alcun progetto chiaro atto allo scopo di non soffrire più il confronto con Lucas. Per quanto il risultato di questo capitolo sia stato migliore del precedente, nulla ha cancellato l’impressione che la storia sia stata scritta secondo impulsi del momento dovuti al responso del pubblico. Senza una meta precisa. In soldoni si è avuta l’impressione di essere tutti parte integrante di una gigantesca indagine di mercato da parte della Disney: non vi è piaciuta la maschera di Kylo Ren? Perfetto, vorrà dire che la spaccherà contro le pareti di un ascensore.

L’arma dell’innovazione, in questo caso, ha convinto fino a un certo punto. Perché, in mancanza di una direzione e soprattutto di uno scopo preciso, il fan di Star Wars è soltanto rimasto orfano di due dei protagonisti che tanto ha amato da quella prima volta in cui si lanciarono in una missione potenzialmente suicida per distruggere la Morte Nera. E li ha persi senza avere qualcosa in cambio. O una storia più bella.

E niente fa arrabbiare il pubblico quanto perdere i propri beniamini senza uno scopo più alto. E senza emozioni intense, per giunta.

Concentriamoci adesso su T2: Trainspotting che, a mio modo di vedere, ha utilizzato esattamente l’arma opposta da quella pensata dalla Disney per l’episodio otto di Star Wars.

E l’arma in questione è la nostalgia.

Aiutato dalla presenza di Danny Boyle, dunque lo stesso regista del suo predecessore, Trainspotting 2 non solo è consapevole di avere un antenato inarrivabile. Addirittura il sequel in questione getta le armi e rifiuta il confronto.

E lo capiamo fin dalla prima inquadratura: il giovane Renton che, con la valigia in spalla, guarda in camera e sorride. Il finale del primo Trainspotting. Che è soltanto una delle svariate citazioni che costellano il sequel.

In una scena troveremo di nuovo Mark Renton rinchiuso in un bagno. Lo rivedremo ancora sorridere verso il conducente di un auto che stava per investirlo. Ritroveremo Diane, la donna che si portò a letto quando lei era minorenne. Il fatto che Spud cominci a scrivere un libro dove racconta le vicende personali, sue e dei suoi amici, darà modo di vedere addirittura delle vere e proprie scene prese dal prequel, a mo’ di flashback. Ma non è solo una questione estetica, il rapporto che T2 tesse col padre cinematografico: in fin dei conti sempre di Boyle si tratta. È una vera e propria questione di intenti, di sceneggiatura, perché nessuno mette mai in dubbio che la storia di questo sequel sia la stessa a cui abbiamo assistito vent’anni fa. Lo mette in chiaro lo stesso Spud, attraverso una litania più volte ripetuta: “Prima c’è un’occasione, poi un tradimento.”

Non potendo, o volendo, combattere, T2 si limita a ricordare e a rispettare il suo predecessore. E – ci si potrebbe scommettere – questa mossa avrà emozionato non poco coloro che hanno adorato il primo Trainspotting, in tutta la sua crudezza e originalità. Mentre, stando a quanto si legge in molte critiche e recensioni, da altri è stato definito un film “piatto”.

Perché? Qual è il problema d’aver usato come chiave di narrazione la nostalgia?

Il problema grave è che nulla è cambiato in vent’anni.

Non solo Renton, Spud, Sick Boy e Begbie si ritrovano in una storia dalle dinamiche molto simili a quand’erano giovani. Ma sono loro stessi a non essere minimamente cambiati. Come esseri cristallizzati, il tempo è passato senza lasciare su di loro alcuna traccia. Si drogavano? Si drogano ancora. Begbie era pazzo e violento? Lo è ancora. Perfino Renton, che abbiamo visto scappare da quella realtà, così degradante e limitante, non solo vi ritorna, ma lo fa senza colpo ferire.

A conti fatti ci ritroviamo a vedere degli adolescenti troppo cresciuti, che non sono stati costretti a cambiare dalle vicissitudini della vita che, invece, cambiano noi spettatori. Senza considerare che lo spettatore del primo Trainspotting, pur giudicando da un punto di vista morale il tradimento di Renton, lo ha accettato, purché servisse a fargli avere una vita migliore.

E invece niente.

Ecco dunque un’altra sfumatura importante di quanto sia difficile essere un sequel e di quanto esso sia in grado di deludere le attese.

Un sequel è in grado di distruggere tutte le nostre fantasie. Tutto il futuro fantastico che avevamo costruito, con l’uso dell’immaginazione, in cui lasciar vivere in pace i nostri beniamini.

Sognavamo che Luke Skywalker potesse ritirarsi a vita privata, nella serenità che si sarebbe meritato. Magari istruendo i giovani Jedi, magari onorando la memoria del padre ricredutosi in punto di morte. Ma comunque tranquillo e felice, invece che sacrificare la sua vita per ideali che probabilmente non esistono più.

Sognavamo che Mark Renton potesse davvero cambiare vita e ripulirsi, dopo anni di tossicodipendenza. Lo aveva desiderato al punto di tradire i suoi amici e fuggire coi soldi. E invece lo ritroviamo a farsi una dose insieme a Sick Boy.

Con questo non voglio dire che non si debbano più fare sequel. O che certi film siano come intoccabili. Voglio dire che con una potenziale infinità di storie da raccontare, diventa inutile, ed anzi dannoso, scomodare ciò che rasenta la perfezione. Si può fare, ad una condizione: avere delle grandi idee su misura del sequel. Altrimenti no.

In conclusione, il seguito di un film è sempre rischioso, perché un sequel va a toccare forse la componente più importante dell’essere uno spettatore: la sua immaginazione. L’arma con la quale siamo in grado di mettere insieme i pezzi, dopo aver visto un film, e con cui non solo riusciamo a comprendere universi che non sono i nostri, ma riusciamo anche ad immaginare un potenziale sviluppo, di quei mondi, di quelle vite. Un sequel risponde a tutte quelle domande su cui preferiamo riflettere noi, dopo aver visto un film. Che è forse la parte più gratificante dell’esperienza di spettatore.

Un sequel svela le risposte che noi abbiamo soltanto immaginato. E, se non ci piacciono, è logico: ci arrabbiamo.

Quelle risposte, noi, le avevamo cercate con una cura assoluta e maniacale. E le cerchiamo, dopo aver visto un film che ci piace, non solo perché ci interessa il destino dei nostri eroi. Ma anche perché sogniamo il loro futuro esattamente come sogniamo il nostro: in un modo squisitamente personale. Per questo i sequel ci fanno infuriare, perché è quasi impossibile che rispettino le nostre aspettative. Perché, beh… sono nostre.

Cosa bisogna fare, dunque?

Se la rivoluzione non funziona completamente, e nemmeno la nostalgia.

Il mio consiglio ad un ipotetico regista a cui venga proposto di girare un ipotetico sequel è: scappa a gambe levate. Scappa e non voltarti mai indietro. Ma, se proprio non puoi scappare, cerca di usare in egual misura il rispetto e l’innovazione. Piccole dosi alla volta, senza esagerare.

Sono i nostri eroi, d’altro canto.

Abbiate per loro lo stesso amore che richiedete a noi.

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