Perché Sergio Leone è ancora un regista imprescindibile

Il 30 aprile del 1989, l’Italia ed il mondo perdevano uno dei più grandi autori di Cinema (davvero con la C maiuscola) che l’umanità abbia avuto l’occasione di ammirare. Stiamo naturalmente parlando di Sergio Leone, cineasta romano classe 1929, capace di entrare nella storia della settima arte producendo, in tutta la sua carriera, appena sette film. Oggi, noi intendiamo provare a spiegarvi i motivi della sua importanza.

E’ proprio il caso di affermare che in certi casi la qualità sia molto più importante della quantità: se “Il Colosso di Rodi”, esordio del nostro alla regia, può esser ritenuto semplicemente un buon peplum, ma non un capolavoro, già “Per un Pugno di Dollari” offrì al mondo una visione radicalmente differente di un genere tutt’altro che italiano, come il western.

Sergio Leone

Non staremo qui a parlare della trama di un film che ogni amante del cinema dovrebbe conoscere (anche se Akira Kurosawa ed il suo Yojimbo potrebbero avere qualcosa da ridire). E’ fondamentale, tuttavia, comprendere l’ampiezza della portata rivoluzionaria di un’opera come “Per un Pugno di Dollari”. Prima di questa pellicola, rilasciata nel 1964, il western era ovviamente il territorio incontrastato dei grandi maestri americani: il protagonista di turno era bello, senza paura, senza la minima macchia, un vero esempio di fulgido eroe a stelle e strisce; diciamocelo pure, un personaggio sicuramente epico, ma parecchio stereotipato.
Il protagonista del film di Sergio Leone, invece, un allora sconosciuto Clint Eastwood, era un personaggio ambiguo, sporco, per nulla rasato, pienamente a suo agio in una spirale di violenza mai nascosta, ma anzi in qualche modo rivendicata ed ostentata dal regista romano: non c’era spazio per la mitologia del West, per un cavaliere buono che cavalcava verso il sole al tramonto, perché a Leone interessava narrare una storia cruda, per nulla idealizzata, dove le frequenti sparatorie erano mostrate in tutta la loro efferatezza. Gli eroi di Leone sono in realtà antieroi.

Sergio Leone

Impossibile, poi, parlare di “Per un pugno di dollari” senza citare la splendida colonna sonora di Ennio Morricone, elemento imprescindibile per la pellicola e, in generale, per la produzione leoniana: il fischio del maestro Alessandro Alessandroni, la chitarra, l’orchestra risuonano ancora oggi nelle orecchie di tanti appassionati di cinema e non solo. Un lavoro ancor più magistrale, da questo punto di vista, venne realizzato con i successivi film. “Per qualche dollaro in più”, oltre a rammentare al mondo la bravura di Lee van Cleef, mostrò come fosse possibile rendere ancor più epico un confronto, già denso di significati, come il duello finale fra il Colonnello e lo spietato Indio, interpretato da un pezzo da novanta del cinema italiano quale Gian Maria Volonté; “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” elevò a pura arte il connubio fra scene e colonna sonora, specialmente nella parte finale, dedicata al celeberrimo “triello”, omaggiato da infiniti registi, fra i quali Quentin Tarantino.

La scena del “triello”, peraltro, costituisce una delle vette tecniche più alte mai toccate da Sergio Leone: il montaggio, via via sempre più serrato, rende palpabile la tensione che si respira fra i tre protagonisti, fino al crescendo conclusivo; l’uso forsennato del primo piano, che il regista aveva già dimostrato di amare nelle pellicole precedenti per la sua capacità di mostrare gli occhi dei personaggi, fa il resto. Il tutto ci permette quasi di respirare la stessa aria dei bravissimi attori.

La Trilogia del Dollaro mostrò al mondo un concetto radicalmente nuovo non solo di western, ma di cinema in generale: dietro alla definizione “spaghetti-western”, carica di snobismo verso i prodotti nostrani, vi fu sicuramente una certa dose di invidia e, perché no, di ammirazione, verso un cineasta che aveva osato sfidare la sacralità del cinema di Hollywood, rompendo ogni schema.
Un altro pregio indubbio di questi film, che risultano qualitativamente eccelsi, è quello di aver mantenuto una certa “semplicità”: la sceneggiatura, infatti, specialmente da “Per qualche dollaro in più” in poi (culminando nello straordinario personaggio di Tuco ne “Il Buono, il Brutto, il Cattivo”, magistralmente interpretato da Eli Wallach), non lesina in battute, umorismo e, naturalmente, frasi ad effetto, scolpite anch’esse nella memoria di milioni di appassionati. Pur essendo a tutti gli effetti film d’autore, hanno saputo colpire al cuore coloro che li hanno visti, senza essere bollati come “polpettoni”.

Sergio Leone

La grandezza di Sergio Leone come regista trovò poi il suo culmine nella Trilogia del Tempo: dopo aver metaforicamente “ucciso” l’epopea del Selvaggio West con lo splendido, crepuscolare “C’era una volta il West” (dove, peraltro, fece sorprendentemente interpretare all’attore più importante, Henry Fonda, la parte del cattivo), il regista romano filmò la sua opera più politica, catapultando gli spettatori nel bel mezzo della Rivoluzione Messicana, con “Giù la testa”. Se la follia della guerra era già stata evidenziata ne “Il Buono, il Brutto, il Cattivo”, in “Giù la testa” Leone provvide a smitizzare gli aspetti più epici delle rivoluzioni, puntando nuovamente l’accento sulla loro violenza.

Il capolavoro definitivo del regista classe 1929, tuttavia, arrivò nel 1984, ben 13 anni dopo il suo ultimo film: nelle quattro ore di “C’era una volta in America”, Sergio Leone condensò tutta la sua carriera, le sue innovazioni, le sue idee e la sua visione di cinema, offrendoci una storia di amicizia, di amore, di tradimento, di sangue, di crescita, di speranze e disillusioni. L’uso frequente di flashback e flashforward, la sconnessione temporale caratterizzano un’opera a tratti di non facile fruizione, ma dove tutto, anche la più tenue nota musicale (inutile commentare ancora una volta l’incredibile lavoro di Ennio Morricone) o il più minuscolo fotogramma, risultano al posto giusto.

Sergio Leone

La prematura morte di Sergio Leone, avvenuta nel 1989 a soli 60 anni, ci ha privati della possibilità di assistere ad ulteriori capolavori; fra i suoi ultimi progetti, mai portati a termine, v’era quello di girare un film ambientato durante il drammatico assedio di Leningrado, uno degli episodi chiave della Seconda Guerra Mondiale (un film dal soggetto simile, “Il nemico alle porte”, fu girato anni dopo da Jean-Jacques Annaud). Ancora oggi, l’idea che un destino avverso ci abbia privati della facoltà di assistere ad altre opere di un cineasta di tale portata risulta quasi insopportabile.

Eppure, anche per questo, ricordare la grandezza dell’opera di Sergio Leone è quantomai doveroso.
Perciò, ovunque tu sia, grazie Sergio.

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