Anche solo per elencare tutto ciò che Umberto Eco ha fatto ed è stato, tutti i motivi per i quali è ammirato in tutto il mondo e motivo di orgoglio in Italia ci vorrebbe un articolo intero. Semiologo, saggista, filosofo, professore dell’Università di Bologna, tra i promotori del DAMS e dello svecchiamento della televisione, scrittore di successo e tanto altro. Umberto Eco è morto quattro anni fa e, con il senso dell’umorismo sottile e intelligente che l’ha sempre contraddistinto, ha chiesto nel suo testamento di non tenere convegni e seminari su di lui per dieci anni. Nonostante ciò, vogliamo comunque ricordarlo oggi analizzando il suo primo e più celebre romanzo, Il nome della Rosa, ed il film che fu da esso tratto nel 1986.
IL NOME DELLA ROSA
Probabilmente Il nome della rosa non ha bisogno di presentazioni: tradotto in 40 lingue, è tra i 100 libri del secolo secondo Le Monde ed ha fatto ottenere ad Eco il Premio Strega nel 1981. Eppure, Eco lo odiava ed è nato per “scherzo”: un suo amico editore gli aveva proposto di scrivere un giallo, e lui ironicamente aveva risposto che l’unico giallo che avrebbe potuto scrivere sarebbe stato lungo 500 pagine e ambientato in un’abazia medioevale. Il risultato è considerato un capolavoro.

La trama è quella di un vero è proprio giallo: in un monastero benedettino nel Nord Italia un monaco viene trovato morto in circostanze poco chiare. Mentre tutti temono forze demoniache e soprannaturali, interviene Guglielmo da Baskerville, un francescano inglese, accompagnato dal suo giovane allievo Adso da Melk, in viaggio per un congresso. Guglielmo, rinomato per le sue capacità deduttive, si occuperà di indagare e risolvere il mistero, che diventerà sempre più fitto con la morte di altri due monaci. Guglielmo e Adso, quasi una versione medioevale di Holmes e Watson, saranno ostacolati dal dogmatismo e le proibizioni dei monaci, ma infine scopriranno il colpevole: riescono infatti a ricollegare tutte le morti ad una zona proibita della biblioteca in cui è custodito un libro talmente “pericoloso” da aver condotto Jorge, anziano monaco cieco, ad avvelenarne le pagine causando il decesso di chiunque lo legga.
Trasporre cinematograficamente Il nome della Rosa è un’operazione molto complessa. Il romanzo è composto da più di 500 pagine, mentre il film dura appena due ore. Il problema è che l’assoluta preziosità del romanzo risiede, più che nella trama, nel linguaggio. Il nome della Rosa non è sicuramente un testo semplice o accessibile a tutti: il lessico è ricercato, l’ambientazione medioevale che Eco conosce e racconta perfettamente può risultare estranea a molti, spesso si incontrano lunghe digressioni o descrizioni minuziose nelle quali è facile perdersi. Tutto ciò inevitabilmente si perde nella versione cinematografica: si conserva il complesso linguaggio di Salvatore, che mescola latino, inglese, spagnolo e italiano; ma le lunghe e suggestive descrizioni del portale, dello scriptorium o della biblioteca diventano brevi inquadrature di potenza sicuramente inferiore.
E’ interessante però tener presente entrambe le versioni: il romanzo per la potenza espressiva, il film per evidenziare quella trama avvincente, ben studiata e squisitamente umoristica che forse nel libro passa in secondo piano.
LE VARIE INTERPRETAZIONI

Un’altra caratteristica del Nome della Rosa è il fatto di essere ricchissimo di citazioni: a partire dal fatto la narrazione nasce come racconto indiretto dopo il ritrovamento di un antico manoscritto, che riprende chiaramente l’incipit dei Promessi Sposi di Manzoni, fino agli elementi tratti dalla letteratura gotica inglese. Il testo è anche intriso di semiologia e di riferimenti all’esoterismo e alla filosofia, unendo i vari interessi di Eco. Ma la complessità della storia permette anche di avere diversi livelli di interpretazione.
Molti hanno letto nel Nome della Rosa un attacco diretto al Clero in virtù di una visione illuministica della vita. Eco aveva avuto esperienza della Gioventù Cattolica ma ne aveva successivamente preso le distanze, dichiarandosi sostenitore di un “relativismo ateo”, e sicuramente la visione del clero del romanzo non è molto positiva. Tuttavia lo stesso protagonista, Guglielmo, è un francescano. L’attacco di Eco non è tanto alla Chiesa in sé quanto ad un atteggiamento, talvolta perseguito negli ambienti clericali, di cieco dogmatismo e fanatismo.
Un secondo elemento importante del romanzo di Eco è il nominalismo, evidente già dal titolo: “il nome della rosa” deriva dalla locuzione latina stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (“la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”). I nominalisti intendevano infatti, nell’ambito del dibattito sugli universali, che ciò che accomuna tutte le rose del mondo è semplicemente il loro nome: l’universalità non sta nell’essenza delle cose, ma solo nel loro nome. Ancora una volta il linguaggio diventa centrale.
Infine, Il nome della Rosa può essere letto come un parallelismo con i caotici anni ’70, vissuti da Eco stesso. Secondo questa interpretazione i monaci rappresenterebbero i conservatori democristiani, i francescani corrispondono alla sinistra riformista mentre gli eretici sarebbero i gruppi terroristici, tra cui le Brigate Rosse. L’inquisizione Medioevale si fonderebbe così con il clima teso degli anni di piombo italiani.
IL LINGUAGGIO

Abbiamo già detto quanto il linguaggio sia protagonista nel romanzo. Ma è solo un virtuosismo estetico? Forse è un indizio, una chiave di lettura. Nel film il linguaggio non appare come mezzo di narrazione, perché ovviamente è sostituito dalle immagini, ma questo non significa che manchi il tema stesso dell’importanza che questo mezzo riveste.
Guglielmo da Baskerville con il suo metodo deduttivo e i suoi innovativi occhiali rappresenta il pensiero critico che si oppone al cieco dogmatismo, impersonato da Jorge: questa opposizione spesso si concretizza in acuti dialoghi e dibattiti tra i personaggi. I luoghi centrali del monastero in cui si svolge la vicenda sono uno scriptorium ed una biblioteca, luoghi fondamentali in virtù dei libri che costudiscono e nascondono.
Continuamente Eco evidenzia quanto le parole siano potenti: è a parole che si esplica il metodo deduttivo di Guglielmo, ma sono anche parole quelle condannate di eresia. Si parla di un uomo condannato per aver tradotto dei testi, e gli stessi monaci vengono uccisi per aver letto dei libri proibiti. Per un libro si muore e si uccide, le parole diventano peccato. Tutto ciò viene raccontato con una lingua curata e raffinata, che evidenzia la potenza espressiva che quelle stesse parole hanno. Nel film questo tema rimane nei dialoghi tra i personaggi, nell’entusiasmo di Guglielmo quando entra nella biblioteca segreta, nella severa crudeltà di Jorge e degli inquisitori. Quello che Il nome della rosa vuole trasmettere è che qualsiasi forma di linguaggio, che sia il cinema o la scrittura, non è altro che un mezzo: è assurdo condannarlo come se fossero un’entità negativa, ma bisogna essere consapevoli del suo potere nel scegliere come utilizzarlo.
IL RIDERE

Eco aveva un grande senso dell’umorismo, caratteristica frequente nei personaggi molto intelligenti. Una delle scene più rappresentative, tanto nel film quanto nel libro del Nome della Rosa, riguarda proprio il ridere. Jorge rimprovera i monaci scoperti a ridere di gusto, descrivendo il riso come una smorfia che deforma il viso e lo rende simile ad una scimmia. Al contrario, Guglielmo ricorda che il riso è caratteristica propria degli uomini, non degli animali.
Il libro tanto pericoloso da condurre alla morte è quello in cui Aristotele tratta della Commedia greca. Il perché Jorge lo ritenga così sacrilego è ben spiegato: “Il riso uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede. Senza paura del demonio non c’è bisogno del timore di Dio”. In un’opera spesso accusata di essere pesante e lenta emerge una agguerrita difesa del ridere come risposta e superamento di quel dogmatismo e oscurantismo di cui Jorge è portavoce.
Forse è così che Umberto Eco andrebbe ricordato: come un uomo che aveva il coraggio di ridere. Il suo umorismo è così prezioso da essere nascosto in un romanzo all’apparenza ostico, raggiungibile solo da coloro che, al pari di Guglielmo, riescono a guardare al di là della superficie. Per questo, quando Eco parlava del Nome della Rosa sostenendo “Io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate”, me lo immagino in realtà sorridente, perfettamente consapevole di quanto fosse meritato il suo successo.
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