Keanu Reeves non era a conoscenza del significato di Matrix

Da alcuni giorni si sta parlando con molta insistenza del messaggio transgender celato dietro alla trama del film Matrix: Keanu Reeves ne ha recentemente parlato affermando:

“Non ho mai parlato con Lilly di questa cosa, non me l’ha mai comunicato. Penso che i film di Matrix siano molto profondi e che, parlando in merito alle allegorie, possano parlare in maniera differente alle varie persone. Per quanto riguarda le parole condivise da Lilly con tutti noi, penso sia una cosa fantastica.”

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L’attore e filantropo ha poi proseguito affermando:

“Il tema principale di Matrix È il desiderio di trasformazione. Ma ovviamente viene raccontato dal punto di vista di due autrici che non avevano ancora fatto coming out. Il personaggio di Switch, per esempio, doveva essere quello di un uomo nel mondo reale e di una donna in Matrix. Era esattamente la nostra posizione nella realtà, all’epoca! Non so quanto la mia transessualità fosse sullo sfondo, nel mio pensiero, mentre stavamo scrivendo Matrix, ma questa storia è nata esattamente da questo fuoco, da questo desiderio di cui sto parlando.”

Per chi si fosse perso Matrix, ecco la trama del film:

Nel XXII secolo il Grande Fratello ha trasformato il mondo in un universo virtuale, cioè simulato, simile a quello dell’ultimo XX secolo, grazie al gigantesco computer Matrix, collegato con i cervelli degli esseri umani. Thomas Anderson (K. Reeves) detto Neo, asso dell’informatica, si aggrega a un gruppo di resistenti il cui capo Morpheus (L. Fishburne) crede di avere riconosciuto in lui l’Eletto, destinato a svegliare l’umanità dal sonno cibernetico e a lottare contro i poteri del Male che l’hanno ridotta in schiavitù. Prodotto da Joel Silver per la Warner a 70 milioni di dollari, girato a Sydney (Australia), scritto e diretto dai trentenni fratelli Wachowski che con altri quattro figurano anche come produttori esecutivi, è sicuramente il più costoso, probabilmente il più cupo, forse il più fantasioso cyber-action movie degli anni ’90. Frutto di una disinvolta ibridazione tra il cinema d’arti marziali di Hong Kong, l’ideologia violenta del videogame, la fantascienza alla P.K. Dick e la grafica dei fumetti, è un giocattolone divertente a livello figurativo e scenografico e sul piano dell’azione: sdoppiamenti, combattimenti, effetti speciali a iosa. Nel resto è un pastrocchio saccente e misticheggiante diretto a spettatori con una mentalità da dodicenni idioti. I suoi fautori, interessati e non, sostengono che bisogna vederlo tre volte: la prima per l’impatto emotivo, la seconda per capire la storia, la terza per coglierne i significati più profondi.

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