Vincent Van Gogh è, senza ombra di dubbio, il pittore più trasposto sul grande schermo da che il cinema esiste. La tormentatissima vicenda biografica del pittore, il suo modo di dipingere, la sua corrispondenza con il fratello Theo, la misteriosa morte, sono da sempre materiale per film, serie e documentari.
Molti sono i registi che si sono cimentati nel portare al cinema la vicenda biografica di Vincent Van Gogh, da nomi poco noti a grandi maestri come Alain Resnais, Vincente Minnelli, Robert Altman e Julian Schnabel.
Molto spesso però, più che il regista che ha portato sul grande schermo la vita di Van Gogh, il pubblico e la critica si sono rivolti ad acclamare la prova dell’attore che ha interpretato il pittore. Solo al 2018, infatti, risale la Coppa Volpi a Venezia per la splendida prova di Willem Dafoe nei panni di Vincent Van Gogh in Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità.
C’è però un grande regista, che non ha mai avuto particolari ruoli da attore (è apparso perlopiù nei suoi film in brevi camei), Martin Scorsese, che ha avuto modo di vestire i panni del grande pittore olandese in un film del tutto insospettabile.
Il celebre regista italo-americano ha infatti preso parte, nel 1990, al film a episodi Sogni di un regista di enorme prestigio: Akira Kurosawa.
In uno degli otto episodi che compongono il film, una delle ultime opere del maestro giapponese, Martin Scorsese interpreta Vincent Van Gogh negli ultimi istanti della propria vita.
Per comprendere il motivo dell’inaspettata collaborazione fra due veri e propri giganti della storia del cinema occorre seguire due filoni: quello dell’amore, sempre dimostrato, di Martin Scorsese per il cinema giapponese e quello delle ultime opere del leggendario regista Akira Kurosawa.
Martin Scorsese, in numerose interviste rilasciate nel corso della sua carriera, non ha mai nascosto la propria ammirazione nei confronti di maestri del cinema orientale come Kenji Mizoguchi, il cui I racconti della luna pallida d’agosto è stato inserito da Scorsese nella lista dei suoi 12 film preferiti in un’intervista rilasciata a Sight & Sound, e Yasujiro Ozu, regista di alcuni dei più importanti film giapponesi degli anni ’40 e ’50 nonché regista di quello che, secondo un sondaggio di Sight & Sound a cui ha partecipato anche Martin Scorsese, è il miglior film della storia del cinema, Viaggio a Tokyo.
La passione del regista italoamericano per il cinema giapponese è stata anche oggetto di uno dei suoi ultimi lavori, Silence, film in cui impiega nel cast anche Shin’ya Tskukamoto, regista per cui ha sempre, sin dagli anni ’90, dichiarato il suo apprezzamento.

Per comprendere come, invece, Martin Scorsese sia finito dentro a un film così lontano dal proprio universo (siamo nel 1990 e Scorsese era pur sempre il regista che aveva sì girato L’ultima tentazione di Cristo, ma aveva legato il suo successo a opere ben lontane da quelle degli ultimi anni della vita di Akira Kurosawa), è necessario andare nel 1970, quando il regista giapponese, dopo il clamoroso flop del suo Dodes’ka’den e una serie di insuccessi privati, tentò di togliersi la vita.
Akira Kurosawa ritornò a fare cinema solo 5 anni dopo, ma non in Giappone, in Russia. Girò il capolavoro Dersu Uzala. Da quel momento, però, fece sempre più fatica a reperire finanziamenti per i suoi nuovi progetti che richiedevano budget sempre più elevati.
Negli anni ’80 il prestigio del regista fece sì che molti suoi “discepoli” negli Stati Uniti, che si erano da sempre ispirati al suo cinema, spinsero le case di produzione statunitensi a intervenire nella produzione dei film di Akira Kurosawa. Si arrivò così a Kagemusha – L’ombra del guerriero (Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1980), prodotto da 20th Century Fox grazie all’impulso di George Lucas e Francis Ford Coppola e, solo in una fase successiva del progetto, dalla giapponese Toho.
Il grande successo che Kagemusha portò Akira Kurosawa a poter girare, sempre con finanziamenti in parte statunitensi, Ran, quello che viene da gran parte della critica considerato il suo ultimo capolavoro.
Dopo Ran Kurosawa abbandonò il genere epico che lo aveva reso famoso in patria e in tutto il mondo per dedicarsi a film di minori “dimensioni”, film che potremmo chiamare “della vecchiaia” in cui il regista tratta temi a lui cari, che sono sempre comparsi anche nei suoi film più magniloquenti, come quello dell’ambientalismo e del nucleare in atmosfere sospese fra un dimesso realismo magico e un senso del tempo proprio di registi che hanno visto del Novecento tutto quello che si poteva vedere.
Di questi ultimi film fa parte Sogni, film diviso in otto episodi nel quale il regista ripercorre la storia umana dal passato più remoto al futuro in un’ottica ambientalista e pacifista. Come già Kagemusha, il film venne prodotto da Steven Spielberg, con finanziamenti statunitensi, per la Warner Bros.
A episodi di divina inquietudine come quello di Raggi di sole nella pioggia e La tormenta, si passa a veri e propri horror con episodi come Il tunnel, Fuji in rosso e Il demone che piange.
Nucleo tematico del film è però l’unico episodio che vede la presenza di un personaggio realmente esistito: Vincent Van Gogh.

L’episodio, dal titolo Corvi, prende inizio con l’alter ego del regista (Akira Terao) che, ammirando alcuni quadri di Van Gogh in un museo, si ritrova catapultato all’interno del mondo del pittore olandese. Da quel momento in avanti tutte le immagini sembreranno ricalcare quelle dei quadri di Van Gogh fino all’incontro del protagonista con il pittore stesso, interpretato da Martin Scorsese. Nel breve dialogo che i due si scambiano viene colta l’essenza dell’opera del pittore, un’essenza che, forse, nessun altro film dedicato a Van Gogh è mai riuscito a catturare.
Le suggestive scene che seguono mostrano in fuori campo la morte di Van Gogh, senza tentare di intervenire nel dibattito sulla causa reale del suo decesso, ma limitandosi a ricalcare la strettissima connessione fra le opere del pittore e la natura.
Quello di Martin Scorsese è, in verità, poco più che un cameo. Un cameo di una certa importanza, però, visto che è arrivato in uno degli ultimi film di un pilastro della storia del cinema mondiale.
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