Marlon Brando: ascesa e declino del Divo ribelle di Hollywood

Quando sentite il nome di Marlon Brando, cosa vi viene in mente? Forse uno dei suoi ruoli: la mascella contratta di Don Vito Corleone o il fascino di Paul in un appartamento vuoto a Parigi, il sex symbol di Fronte del Porto o il volto segnato dall’età e dall’orrore in Apocalypse Now. O magari ricordate il suo modo di recitare, così innovativo da cambiare il lavoro dell’attore per sempre. O, ancora, risuonano gli aneddoti sulla sua vita: le ribellioni o gli scandali, i momenti d’oro o i periodi di decadenza?

Marlon Brando, come attore ma anche come uomo, assunse talmente tanti volti diversi che è difficile coglierlo nel suo insieme. Sembra quasi che abbia vissuto non una, ma diverse vite. Alcune all’insegna del successo, altre decisamente tragiche. Tra splendori e fallimenti, rivoluzioni e iconicità, il mondo del cinema è segnato dal passaggio di Marlon Brando: dopo di lui, niente sarebbe rimasto lo stesso.

MARLON BRANDO PRIMA DEL DIVO

Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama DesiderioL’infanzia di Marlon Brando non fu affatto semplice. Nasce nel 1924 in una famiglia problematica: suo padre era un uomo violento, spesso assente, causa di un forte senso di insicurezza e di abbandono per il figlio. Il piccolo Marlon aveva un pessimo rapporto con lui, mentre era molto legato alla madre: questa era un’ex attrice, ma anche un’alcolizzata. Gli aneddoti sull’infanzia di Brando sono decisamente spiacevoli: nonostante fosse giovanissimo, più volte dovette intromettersi per bloccare le violenze paterne nei confronti della madre, o per recuperare quest’ultima trovata ubriaca dalla polizia.

Già dalla prima adolescenza, Marlon iniziò a dimostrare un talento per la recitazione: si divertiva come mimo o nelle imitazioni. Tuttavia, a causa dei traumi e del difficile ambiente familiare, aveva un carattere irrequieto e agitato, per cui veniva spesso punito. Nel tentativo di forzarlo alla disciplina, il padre lo costrinse ad entrare in un’Accademia Militare. Ma questo non bastò per bloccare l’animo ribelle del ragazzo: la caserma non era il suo posto. Eppure fu proprio qui che uno dei suoi insegnanti, Earle Wagner, si accorse del suo talento e lo spinse a studiare recitazione.

Brando fu cacciato dall’Accademia Militare a causa della sua condotta, ma decise di iniziare a lavorare come attore: affinò la sua tecnica di recitazione, iniziò con alcuni ruoli in teatro, per poi iniziare la sua conquista di Hollywood. Il suo talento e il suo carisma vennero infatti notati dall’industria del cinema, che in breve tempo lo condusse al successo.

COME MARLON BRANDO RIVOLUZIONO’ LA RECITAZIONE

Marlon Brando come Paul in Ultimo Tango a ParigiIl talento, il carisma, il magnetismo di Marlon Brando sul set sono evidenti per chiunque guardi un suo film. Ma il suo modo di recitare fu una vera e propria rivoluzione per il mondo di Hollywood. Nel cinema classico, infatti, la recitazione era diversa da quella a cui siamo abituati: gli attori erano molto più tecnici, meno soggettivi nella loro interpretazione.

Brando, invece, studiò recitazione con Elia Kazan e Stella Adler, i quali avevano ripreso e sviluppato le teorie di Konstantin Sergeevič Stanislavskij: secondo il metodo Stanislavskijl’attore doveva riuscire ad immedesimarsi nel personaggio, facendo leva sulle proprie emozioni personali. L’attore deve prepararsi al ruolo prima di tutto a livello fisico, cercando di assumere delle caratteristiche coerenti con quelle del personaggio; inoltre deve far leva sulla reviviscenza, ovvero riprendere dalle proprie emozioni ed esperienze personali i sentimenti da esprimere sul set.

Marlon Brando fece propri questi insegnamenti e li sviluppò ulteriormente nella sua carriera cinematografica. Il suo passato traumatico si trasformò in una fonte a cui attingere per rendere i suoi personaggi incredibilmente intensi, convincenti, travolgenti. Ma il lavoro che faceva per immedesimarsi era impressionante. Per interpretare al meglio il reduce di guerra paraplegico in Il mio corpo ti appartiene trascorse un mese in un ospedale per veterani, muovendosi in sedia e parlando con i pazienti per comprendere al meglio la loro situazione. In Truckline Cafeinvece, c’è una scena in cui Brando esce da un lago ghiacciato: per prepararsi faceva lunghe sessioni di esercizio fisico, per poi farsi gettare addosso un secchio di acqua ghiacciata.

In breve tempo, Marlon Brando entra nell’olimpo dei Divi di Hollywood. Ma è un nuovo tipo di Divo, che riesce ad incarnare perfettamente: gli Stati Uniti del secondo dopoguerra sono stanchi degli idoli patinati e perfetti, portatori di valori e eroi senza macchia. Brando, così come James Dean, rappresenta le contraddizioni delle nuove generazioni, il loro animo inquieto e ribelle, forte e tragico.

IL DIVO RIBELLE

Dalla sua prima apparizione sul grande schermo con Un tram che si chiama Desiderio (1951)di Elia Kazan, continuando con i successi fino alla vittoria dell’Oscar con Fronte del Porto (1954), Marlon Brando entra a tutti gli effetti nell’industria di Hollywood. Eppure non perse mai il suo carattere ribelle e attivo.

Complice anche il senso di onnipotenza dovuto alla fama, molti colleghi raccontano degli scherzi che Brando amava fare dietro le quinte. Ma c’è chi lo descrive come un uomo dal carattere molto difficile, tanto che numerosi registi si rifiutavano di assumerlo. Ma si manifestava anche in numerose lotte e impegni sociali. Finanziò la candidatura di Kennedy, partecipò alla Marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963 e si impegnò per i diritti afro-americani e contro l’apartheid. Non si definì mai in nessun partito, ma per tutta la vita prese parte alle lotte per i diritti.

Ma il gesto sicuramente più eclatante fu quello degli Oscar del 1973. Brando aveva passato un periodo di declino negli anni ’60, ma quell’anno segnò la sua ripresa. Francis Ford Coppola, nonostante i produttori contrari, aveva insistito per avere proprio Marlon Brando nel ruolo di Don Vito Corleone. Con una prova costumi e del cotone in bocca, convinse tutti che la parte del protagonista de Il Padrino doveva essere sua. Scelta vincente, confermata dal grande successo del pubblico. Con quella performance si sarebbe aggiudicato il secondo Oscar come Miglior Attore Protagonista.

Eppure la notte del 27 marzo 1973 a Los Angeles le cose non andarono come previsto. Quando i presentatori Roger Moore e Liv Ulmann annunciano la vittoria, ad alzarsi non è Marlon Brando: al suo posto compare sul palco Sacheen Littlefeather, una giovane attrice e attivista per i diritti dei nativi americani, vestita con abiti tradizionali. La ragazza annuncia di rappresentare Marlon Brando, che non vuole accettare il premio; “la ragione” spiega è il trattamento di oggi riservato agli indiani d’America nell’industria del cinema”. Altre 15 pagine di questo discorso verranno poi pubblicate dalla stampa. Quella sera la statuetta degli Academy Awards non venne mai consegnata, ma una grande attenzione mediatica raggiunse i nativi americani e la loro rappresentazione nel mondo del cinema.

IL DECLINO

Marlon Brando nel monologo di Apocalypse NowIn realtà la carriera di Marlon Brando non è fatta solo da successi. Gli anni sessanta, in particolare, sono un periodo difficile per l’attore. Nel 1962 esce Gli ammutinati del Bountyla critica è abbastanza divisa e gli incassi al botteghino non sono quelli sperati. La MGM, gli attori e i critici accusarono di questo proprio Brando: l’attore si era comportato in modo poco corretto sul set, rifiutando di seguire alcune indicazioni e influenzando negativamente il risultato.

Per il resto degli anni sessanta, la carriera di Brando è costellata di insuccessi: film ignorati dalla critica o veri e propri flop. Sembrava che l’epoca d’oro di Marlon Brando fosse ormai finita, che il Divo non avesse più nulla da dare. In realtà non è così, dato che negli anni settanta usciranno tre dei suoi più grandi capolavori: Il Padrino (1972), Ultimo Tango a Parigi (1972)Apocalypse Now (1979)Ma già in quest’ultimo, Brando è cambiato: è visibilmente ingrassato, chiede di apparire sempre avvolto nell’ombra per non far notare il suo decadimento fisico, ha bisogno di una controfigura.

La vita privata di Brando, infatti, è a tratti più tragica dei suoi film. Basti pensare che ha definito il suo personaggio in Ultimo Tango quasi autobiografico: l’attore sostenne di essersi sentito violato da Bertolucci nella scrittura di Paul. Al di fuori del set, infatti, la sua vita non stava andando così bene: qualcuno parò addirittura di una maledizione.

Nel 1959 Marlon Brando aveva divorziato da Anna Kashfi: il matrimonio era durato meno di un anno, e la donna era un’alcolista e soffriva di disturbi mentali. Fino al 1972 i due condussero una difficile battaglia legale per la custodia del figlio Christian: il bambino fu affidato alla madre in un primo momento, ma a causa dell’instabilità psicologica di questa tornò dal padre. Durante le riprese con Bertolucci, Christian venne rapito da un gruppo di hippie mandato da Kashfi per vendicarsi dell’ex marito. Brando riuscì a condurre delle indagini per riportarlo a casa, ma il piccolo Christian rimase fortemente segnato da questa esperienza.

Ma le tragedie non finiscono qui: un’altra delle figlie di Brando, Cheyenne, soffriva di depressione e faceva uso di sostanze stupefacenti. Nel 1990 Christian uccise Dag Drollet, il fidanzato di Cheyenne. Il ragazzo venne condannato a dieci anni di carcere. Cheyenne, invece, non si riprese mai dalla morte del fidanzato e si tolse la vita nel 1995.

Segnato da una vita di eccessi, dai traumi precedenti, dai lutti e dalle tragedie familiari, negli ultimi anni Marlon Brando subì un vero e proprio declino. E’ irriconoscibile negli ultimi anni: trascurato, in forte sovrappeso, diabetico, isolato nella sua villa a Mulholland Drive. Un finale tragico e solitario, forse meno eroico di quello dei suoi personaggi.

LA RECITAZIONE COME STRUMENTO DI SOPRAVVIVENZA

C’è una celebre intervista in cui Marlon Brando parla della sua opinione sulla recitazione. “Credo che recitare sia un meccanismo di sopravvivenza”, spiega Brando con la sua aria ancora enigmatica e ricca di carisma. “Noi recitiamo per salvarci la vita, lo facciamo tutti i giorni in realtà. Le persone mentono, costantemente, ogni giorno“.

Forse il talento rivoluzionario di Marlon Brando è legato al fatto che è sempre stato costretto a mentire. Prima di essere un attore, era un uomo pieno di problemi e demoni che riusciva a nascondere con il suo ruolo da sex symbol istrionico. Chissà se lo abbiamo mai visto nella sua veste reale o se stesse sempre, costantemente recitando. La sua vita surreale e i suoi ruoli si sovrappongono, fino a confondere il confine tra personaggio e realtà. Marlon Brando prese i suoi tormenti e li modellò in personaggi memorabili, in protagonisti di capolavori immortali. Probabilmente per lui la recitazione è stata letteralmente una salvezza, uno strumento per sopravvivere. E’ questo che ci viene in mente, probabilmente, quando sentiamo il nome di Marlon Brando: un’incredibile serie di ruoli, sul set e nel mondo reale, estremamente affascinanti e potenti, spesso velati di tragedia e, forse, mai realmente sinceri.

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