L’avvocato del diavolo: la potenza della “protrettica della dannazione”

Trama de L’avvocato del diavolo

Kevin Lomax (Keanu Reeves) non sbaglia un colpo: è un avvocato della Florida, celebre
per non aver mai perso una causa e dopo aver portato all’assoluzione un professore
accusato di pedofilia e per altro realmente colpevole, Kevin viene contattato dal potente
studio di John Milton (Al Pacino) di New York. Nonostante il parere fortemente contrario
della madre, la Signora Alice Lomax, Kevin decide di cogliere questa opportunità e partire
per New York assieme alla moglie Mary Ann (Charlize Theron). E mentre si spiegano le
vele della sua carriera, la sua vita privata comincia un declino inevitabile, tanto che Mary
Ann si ritroverà ben presto sospesa nel vortice degli incubi e delle allucinazioni.

L’avvocato del diavolo, con un cast eccezionale, esce nelle sale cinematografiche nel 1997, conquistandosi immediatamente la nomea di film cult, che ancora oggi riesce a mantenere. Cogliendo l’occasione dell’inserimento nel catalogo Netflix, io ed un’altra redattrice di CiakClub, Giulia, abbiamo deciso di soffermarci sulla pellicola e scovare, nei limiti delle nostre capacità, i significati che si celano dietro questo film.

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Echi letterari

Estremamente interessanti sono gli spunti e le citazioni letterarie presenti ne L’avvocato del diavolo. Risulta innegabile che, dovendo trattare un tema che da sempre arrovella le menti dei più grandi pensatori della storia, non confrontarsi con il loro pensiero sarebbe stato estremamente controproducente.
Dagli antichi culti Accadici, Semitici, Caldei ed Assiro-Babilonesi, primi responsabili dell’idea dell’inferno come abisso e della conseguente caduta verso il basso, alla Divina Commedia Dantesca, dal primo riscontro di Satana nell’Apocalisse di Giovanni da Patmos, a Il Paradiso perduto di John Milton, tutto è simbolico, ogni immagine tramandata nella letteratura è utilizzata per creare un’iconografia del male.
Al Pacino è Satana, ma il suo nome è John Milton. Kevin vende metaforicamente la sua anima al diavolo, in un suggestivo eco di Faust, protagonista di una leggenda della tradizione folkloristica tedesca divenuta celebre nel mondo grazie all’opera di Goethe. Senza contare le numerosissime allusioni all’Inferno del Sommo Poeta. Insomma le citazioni si sprecano.

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Un discorso da Oscar

Premetto che l’intento di questa approfondita analisi sulla tematica principale del film, ovvero il rapporto dell’uomo con il peccato, non vuole ledere la sensibilità religiosa di alcun lettore.
Il monologo finale de L’avvocato del diavolo, scritto egregiamente da Tony Gilroy e Johnatan Lemkin, deve parte del suo successo ad una performance che, già nel 1997, entrò di diritto nell’immaginario collettivo come uno degli esempi più folgoranti del talento cristallino di Al Pacino.
L’attore di New York si muove con assoluta padronanza nei panni del Diavolo, ed inizia il suo suadente discorso con un incedere asimmetrico e con le mani innaturalmente incollate lungo i fianchi, ricordando vagamente il perfido Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau.
Dopo una pacata delucidazione sulla natura del senso di colpa, Satana-Pacino esplode in una vera e propria catilinaria nei confronti di Dio.

“A dio piace guardare, è un guardone giocherellone.”

Tuona indirizzando immediatamente l’invettiva laddove, per le persone la cui fede è più debole, il dubbio affonda le sue radici: ovvero nell’incapacità di accettare i dogmi come tali, senza porre domande.
E continua:

“Lui da all’uomo gli istinti ma fissa le regole in contraddizione: guarda ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta, ma non inghiottire.”

In questa frase poi Pacino mostra una gestualità e una disinvoltura che riescono quasi a convincere un Kevin Lomax (Keanu Reeves) in visibile difficoltà.

“E mentre tu saltelli da un piede all’altro lui cosa fa? Si sbellica dalle matte risate, perché è un moralista, è un gran sadico, è un padrone assenteista! E uno dovrebbe adorarlo?”

Il discorso si conclude con una domanda retorica degna del miglior Cicerone.
La forza del discorso sta nel calcare la mano sulla distanza che l’uomo percepisce tra se stesso e Dio, specialmente in una società sempre più propensa ad un consumismo che, almeno nel film, è percepito come la via del peccato (non a caso New York rappresenta il nido del male, laddove invece il piccolo paesino natale di Kevin è un luogo sicuro, in cui la religiosissima madre lo ha potuto crescere lontano dal peccato).
Il diavolo rivendica la sua natura umana.

“Io non ho mai rifiutato l’uomo non0stante le sue imperfezioni, io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista, probabilmente l’ultimo degli umanisti.”

La sua fortissima inclinazione per l’uomo, inteso come carne e ossa, nonché la sua indole, del tutto comprensiva ed incline alle più basse pulsioni e debolezze di ciascuno di noi, convince Kevin dell’inconfutabilità del discorso.
Egli ha sempre la pistola in mano e quindi una sola scelta a disposizione, ma sarà sufficiente?

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Advocatus diaboli

Un titolo altisonante: L’avvocato del diavolo. Sì, ma cosa significa? Ad oggi affermare di
fare l’avvocato del diavolo equivale a dire di difendere la controparte ed organizzare
un’assistenza in suo supporto, portare avanti qualsiasi confutazione con lo scopo di
distruggere la tesi altrui, immaginare le mosse dell’altro e pertanto essere preparati a
portare delle argomentazioni a proprio favore.

Ma quando e soprattutto perché nasce questa figura?

Il ruolo dell’avvocato del diavolo venne istituito da Papa Sisto V nel 1587, con l’obiettivo di mettere in discussione la santità di un soggetto candidato nelle cause di
canonizzazione, al fine di sradicare qualsiasi dubbio inerente al suo effettivo diritto di
essere eletto Santo ed evitare che la Chiesa ne eleggesse. Con il trascorrere del tempo,
vista la sua funzione, si pensò che, in un certo senso, operasse per contrastare il Bene.
Papa Giovanni Paolo II, nel 1983, destituì questa figura, trasformandolo in un banale
relatore della tesi.

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Il Diavolo: “Vanità, decisamente il mio peccato preferito”

Milton è satana, il diavolo, e si rivolge a suo figlio rivelandogli la sua vera identità,
dichiarando:

“La vanità è decisamente il mio peccato preferito. Kevin, è elementare. La vanità è l’oppiaceo più naturale”.

L’elemento della vanità associato alla figura del diavolo è presente anche nella Bibbia, all’interno della quale riecheggia più volte il peccato capitale, ed un classico esempio è la tentazione di Adamo ed Eva. Vanità che è caratteristica chiave di un narcisismo spiccato che accompagna tutta la pellicola, di un’auto-idolatria che ci fa credere di poter raggiungere tutto, dimenticandoci del resto che ormai è solo un contorno. Quella stessa vanità che riesce anche a far vincere le cause a Kevin, che sotto questo profilo non è manipolato ed aiutato da Satana, ma riesce a raggiungere i suoi obiettivi solo grazie alle sue capacità, che trovano la loro linfa vitale nella vanità.

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“Caduta, caduta è Babilonia la Grande, ed è divenuta adesso albergo del demonio”

Chi si oppone alla decisione di Kevin circa l’accettare il lavoro e trasferirsi a New York? La
madre, la Signora Lomax, l’unica mortale a conoscere la verità e che, con un fare ed un
tono di voce molto ecclesiastico, tenta in tutti i modi di far riflettere il figlio (di Satana). New York è Babilonia la Grande, madre del peccato e omicida seriale che si
contrappone alla culla del bagaglio culturale conservato dalla cittadina della Florida, in cui Kevin ha vissuto fino a quel momento. La madre di Kevin incarna quei valori e quell’etica che saranno sottoposti alla distruzione da parte del Male, dell’oscurità, nonché dal padre stesso. Quella Babilonia la Grande descritta nell’ultimo libro della Bibbia,
l’Apocalisse, che segna il giro di boa finale, esattamente come teme che accada la
Signora Lomax a suo figlio. Così, il fuoco dell’Inferno, il peccato, la vanità, l’eros e la
potenza, spazzeranno via la normalità ed il candore di una vita. Una eterna lotta fra
Bene e Male che segna la vita umana ed in cui Kevin si ritrova catapultato assieme
ai suoi dubbi.

E a voi, è piaciuto L’avvocato del diavolo?

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