L’ascesa di Michael Jordan: vittorie, schiacciate, tiri allo scadere e.. Space Jam.

Premessa

Visualizza immagine di origine“Palla in mano, si butta all’indietro, da tre punti, la palla è per aria, 3, 2, 1, è dentro, dentrooo.”
Che sia un foglio di carta appallottolato in un cestino o, per i più temerari, un cucchiaino nel lavandino della cucina o ancora un vero pallone in un vero canestro poco importa, quasi tutti, prima o poi, abbiamo fantasticato uno scenario simile.
Tra tutti coloro che hanno sognato un canestro sulla sirena, il 17 febbraio 1963, a Brooklyn, nasce un bambino che lo ha sognato più di ogni altro e che, crescendo, avrebbe fatto di quel tiro, il cosiddetto “buzzer beater”, il suo marchio di fabbrica. Quel giorno, nel quartiere Sud di Long Island, nasce Michael Jeffrey Jordan.

L’esordio

Visualizza immagine di origineVentuno anni dopo, il 26 ottobre 1984, il mondo dell’entertainment sportivo cambia per sempre. Jordan esordisce con la maglia dei Chicago Bulls, in un palazzetto che contava mediamente 7000 spettatori, pochissimi per gli standard della lega. Sedici punti, sette assist e sei rimbalzi. Michael ha preso le misure. La partita seguente fa registrare trentasette punti, contro uno dei più forti difensori della lega, Sidney Moncrief. Nelle partite seguenti quarantacinque, quarantadue, quarantacinque: insomma il ragazzino dei Bulls non si ferma più.

Pochi mesi prima aveva firmato un contratto di sponsorizzazione con un’azienda dell’Oregon che si occupava di articoli sportivi e fatturava non più di venticinque milioni di dollari l’anno. L’azienda era Nike e l’anno seguente, con la sola vendita delle Air Jordan 1, primo storico modello personalizzato indossato da Michael, quest’ultima incassò oltre cento milioni di dollari.

Jordan ha spiccato il volo, da lì in avanti conquisterà titoli e record: dieci classifiche di miglior marcatore della lega, cinque MVP della stagione regolare e sei delle finali, conditi da sei anelli Nba.

Space Jam

Visualizza immagine di origineNel 1996 però, a soli trentatrè anni e nel pieno della sua carriera cestistica, Michael pensa di aver bisogno di nuovi stimoli. In America si suole dire Only the sky is the limit ma, per chi vola, il cielo non può rappresentare nulla di più di una semplice tappa di passaggio. Air Mike, così nel frattempo era stato soprannominato, si ritira dal basket professionistico per passare al baseball, lo sport tanto amato dal padre, scomparso prematuramente.
Ed è proprio durante questo periodo di pausa dalla pallacanestro che la Warner Bros. Family Entertainment decide che Michael sarebbe stato il perfetto protagonista di un film a tecnica mista, nel quale veri attori avrebbero condiviso lo schermo con i Looney Tunes. Il progetto, manzonianamente parlando, “s’ha da fare”.

La trama è realmente ambientata nel periodo di pausa di Mike dal basket e racconta come His Airness sia riuscito a far vincere ai Looney Tunes una partita di pallacanestro contro un gruppo di mostri che si era impossessato del talento dei migliori giocatori Nba. La posta in palio era la libertà dei Lunatici che, in caso di sconfitta, avrebbero dovuto lavorare per sempre in un Luna Park. La schiacciata decisiva, che consegna la vittoria alla squadra di Michael, ha dell’incredibile e la canzone scelta come colonna sonora del film, I believe i can fly, non potrebbe essere più azzeccata. Michael vince la partita e torna a giocare in Nba.

Il film è la perfetta fotografia della carriera di “Sua aerosità” (adattamento italiano del più celebre soprannome His Airness). Gli si pone davanti una sfida a tratti impossibile e, punto nell’orgoglio, egli decide di affrontarla e di vincerla.
La pellicola, facendo tesoro in particolare dell’esperienza di Chi ha incastrato Roger Rabbit, mescola molto bene riprese ed animazione. Non è ovviamente un capolavoro cinematografico sotto molti punti di vista (Michael se la cava ma la recitazione di alcuni suoi compagni è, come normale che sia, decisamente pessima).
I tradizionali canoni di giudizio cinematografici però non possono essere applicati per Space Jam. Il film è puro intrattenimento ed ha una funzione paideutica, veicola un messaggio ben preciso: non bisogna mai mollare, con impegno e dedizione si può ottenere tutto. Certo, se a mostrare tale insegnamento fosse stato solo Air Mike, uno che ha ricevuto in dono alla nascita quelli che Flavio Tranquillo definisce Gli stivali delle sette leghe, il messaggio avrebbe perso di credibilità. Ma a vincere sono gli sfavoriti Looney Tunes, contro gli scorretti Monstars. In uno sport votato all’altezza, la vittoria dei più bassi è il messaggio edificante necessario alla riuscita del film.

l basket è l’unico sport che tende al cielo. Per questo è una rivoluzione per chi è abituato a guardare sempre a terra”, afferma il campionissimo Bill Russell. I Monstars, una volta trasformati, sono diventati altissimi, ma non hanno perso l’abitudine di guardare in basso. Michael, al contrario, insegna ai bassi Looney Tunes a puntare sempre in alto, a non accontentarsi.
A tutto ciò si aggiunge la presenza fisica di Michael sullo schermo. Il buco lasciato da lui nella pallacanestro aveva generato uno spasmodico interesse del pubblico nei suoi confronti, se possibile superiore a quello ricevuto quando ancora vestiva la canotta dei Chicago Bulls.
Il risultato finale è un film che è diventato un vero e proprio cult, al punto che, con ogni probabilità, nel 2021 uscirà il sequel, che vedrà LeBron James raccogliere l’eredità di His Airness.

In conclusione

Visualizza immagine di origineIl retaggio di Michael Jordan è qualcosa che va ben al di là di quanto mostrato sui parquet delle palestre nelle quali ha giocato. La sua legacy è per tutti, appassionati di basket e non. Michael è stato bambino come tutti noi, con un sogno nel cassetto. Ha creduto nel suo sogno. Lo ha perseguito con impegno e, talvolta, ossessione. Si è convinto di farcela e infine ce l’ha fatta. Michael voleva volare e, sia fisicamente che metaforicamente, ci è riuscito. Space Jam è quindi il giusto tributo alla eccezionale carriera di un uomo che ha insegnato ad inseguire i propri sogni, senza fermarsi mai, di fronte a niente e a nessuno. “Se non credi in te stesso, nessuno lo farà per te” affermerà Kobe Bryant, uno dei più talentuosi discepoli di Air Mike.

Insomma Michael ci ha intrattenuti, divertiti, ci ha tenuti col fiato sospeso e ci ha fatti alzare dal divano, ma soprattutto, anche grazie a Space Jam, ci ha insegnato la più importante delle lezioni, quella che ha assurto egli stesso come ispirazione per la propria vita: che sia dentro un campo o in ufficio, in famiglia o in un qualsiasi fuggevole momento della quotidianità “I believe I can fly”.

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