La caratteristica che più salta all’occhio di uno spettatore moderno nel guardare un film degli anni ’20, sta nell’assenza di dialoghi parlati. Con l’avvento del sonoro nella cinematografia, gli sceneggiatori hanno dovuto imparare a fare i conti con qualcosa di nuovo: il dialogo. Nonostante i primi intoppi, l’arte della scrittura di un dialogo si è affinata ed è diventata uno strumento potente costruito a pennello su di un personaggio, in modo da caratterizzarlo a tutto tondo.
L’abilità di un dialoghista sta nel riuscire a giocare con le parole, facendo uscire dalla bocca dei personaggi qualcosa che assomiglia ad un discorso reale, che in realtà è celato dietro a un vero e proprio schema narrativo. La potenza di un dialogo ben riuscito sta infatti nella sua capacità di riuscire a modificarsi con il proprio personaggio. Gli autori più importanti della cinematografia, consapevoli di quest’arma, fanno un uso articolato e studiato con perizia del dialogo. Prendiamo ad esempio alcune pellicole molto famose per analizzarne il linguaggio parlato.

“Che ore sono?” “La manina sta sul sette, la manona sta sul nove”, questo è il primo dialogo che Ted e Billy Kramer hanno in cucina nel film di Robert Benton “Kramer vs Kramer”. Il personaggio interpretato da Dustin Hoffman, si trova da un giorno con l’altro a dover prendersi cura di suo figlio, senza effettivamente sapere cosa significhi avere a che fare con un bambino. Benton utilizza come escamotage narrativo la preparazione della colazione, per mostrare il distacco che Ted Kramer ha con suo figlio. Se si prova a concentrarsi sul dialogo che padre e figlio hanno, si percepisce immediatamente che Ted non ha idea di come si parli a un bambino, né tantomeno di come si cucini un toast alla francese. L’autore in questo modo, colloca il personaggio in una situazione di svantaggio che si percepisce sia dalle sue azioni sia dalle sue parole. Il cambiamento avviene in maniera totalizzante in Ted, che nel corso del film diventa padre, e sarà pronto a combattere per ottenere l’affidamento del figlio. I dialoghi infatti si assottigliano e si differenziano diametralmente distinguendosi nel modo in cui Ted parla con Billy, rispetto a come parla con chiunque altro.

Restando sul dialogo padre-figlio, uno spunto di riflessione importante lo si può trovare nel modo di porsi di Jack Torrance con il figlio Danny nel film “Shining”. Jack infatti, pur essendo chiaramente tendente alla pazzia, ha un rapporto chiaro con il figlio, lo conosce. Nel caso di “Shining”, il linguaggio del protagonista non cresce con la pazzia del suo portatore, è invece inversamente proporzionale alla discesa di Jack verso l’oblio. Mentre sin dall’inizio il personaggio appare insicuro e dubbio dalle sue parole (è chiaro nella scena del colloquio di lavoro), con lo scorrere del tempo la sua mente si offusca ma il suo linguaggio si chiarifica sempre di più, conducendolo al naturale epilogo della storia.

La questione dell’inabissamento verso gli stati confusionari della follia ha dato adito agli sceneggiatori di giocare molto sul rapporto tra psicosi e linguaggio. Se nel caso precedente si poteva notare come una mente offuscata diventasse qualcosa di chiaro e imprescindibile, nel caso di “Taxi Driver” il fenomeno è ben diverso. Lo sceneggiatore Paul Schrader infatti, utilizza il linguaggio in maniera molto specifica e mirata: nel film, Travis Bickle omette completamente il racconto delle vicende che lo hanno condotto a non poter più dormire, il suo modo di parlare è lascivo e inconcludente. Quello che il dialogo vuole far passare, è che il personaggio vuole in tutti i modi allontanarsi dal suo passato e dalla sua mente deviata, il problema è che “Non ci sono che io qui”. Con questa battuta, l’autore fa emergere il senso più profondo del film; queste parole bastano allo spettatore per comprendere il senso di alienazione e frustrazione profonda che pervadono Travis e che lo stanno inevitabilmente portando verso la strage.

Come ultimo esempio di versatilità del dialogo e del linguaggio si può portare all’attenzione la modalità in cui Goldman e Hauben fanno parlare Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Il rapporto persona-linguaggio in questo film, si trova in completa opposizione rispetto a “Shining”, infatti McMurphy viene internato come un qualsiasi pazzo, per via del suo modo di fare indisciplinato e anticonformista. Il linguaggio che utilizza il protagonista, potrebbe essere facilmente affibbiabile ad una persona soggetta da psicosi, quando invece la verità sta nascosta dietro alle azioni di McMurphy che per tutto il film si fa beffe del sistema. Grazie a questo suo modo di essere, McMurphy si livella ai suoi compagni creando scompiglio ma le sue parole non tradiscono mai la sua vera essenza, facendoci chiedere se è effettivamente malato o sta solo attuando il suo piano ribelle.
In conclusione, possiamo affermare che il linguaggio utilizzato da un personaggio, ha un ruolo preponderante nella narrativa del film. In molti casi non ha a che fare solo con il progredire della storia, ma diventa un personaggio a sé stante grazie al quale i conflitti si rafforzano e i personaggi smettono di essere semplicemente degli esseri viventi, ma si fanno portatori di idee e verità.
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