Jordan Peele: come la commedia diventa horror per raccontare la razza

Primo regista afro-americano a vincere un Oscar per la miglior sceneggiatura originale con Scappa – Get Out. Miglior debutto al box office USA per un film horror originale, Noi – Us. Basterebbero anche solo questi due dati per capire l’importanza che ha saputo assumere negli ultimi anni Jordan Peele a livello cinematografico. Una fama che gli ha già fatto meritare il titolo di nuovo autore dell’horror sociale. Il tutto con una filmografia talmente esigua – solo i due film appena menzionati – da far impallidire qualsiasi giovane cineasta.

Ma se il nome di Jordan Peele è salito alla ribalta internazionale solo da poco, in patria il regista afro-americano può vantare una carriera davvero invidiabile. Nato da madre del Maryland e da padre di origini afroamericane, il giovane Peele abbandonò il college per darsi alla stand-up comedy. Con il coinquilino creò infatti un duo comico con cui iniziò a farsi le ossa nei circoli di tutto il mondo, tra Amsterdam e Chicago. Un’esperienza fondamentale che lo porterà in un batter d’occhio a passare dai palchi al piccolo schermo, dove ci rimarrà per oltre un decennio.

Ve lo sareste aspettati che uno dei maggiori rappresentanti dell’horror contemporaneo avesse iniziato la carriera proprio con la commedia?!

In un certo senso, bisogna dire di sì. Anche perché a ben vedere è stato proprio tramite la comicità che Peele ha affinato il suo sguardo. È in questo campo che ha sviluppato ed esplorato, non solo la sua abilità di scrittura, ma anche due tematiche presenti nei lavori maturi sul grande schermo: la questione razziale e il gioco dei generi.

Andiamo dunque a scoprire il percorso del nostro Jordan Peele…

Gli esordi: Mad TV

Il primo salto di qualità per Jordan Peele fu nel 2003, quando divenne una delle star principali di Mad TV, la serie comedy di Fox che osava fare concorrenza al Saturday Night Live. E uno dei motivi di successo della serie fu l’incredibile dinamica che venne a crearsi fin da subito tra Peele stesso e Keegan-Michael Key aka quella che diventerà la sua spalla per gli anni a venire.

Uno dei segmenti più fortunati della serie era Inside Looking Out (trad. vedere fuori da dentro). La premessa dello sketch era molto semplice. Dontel LaMontrose (Peele stesso) e Pat-Beth LaMontrose (Nicole Parker) sono una coppia interrazziale. Dontel è un afroamericano daltonico e credulone, mentre Pat è una bianca, gioiosamente e alquanto ingenuamente, razzista. Insomma, se da un lato troviamo un afro-americano alle prese con il coronamento del suo sogno borghese; dall’altro troviamo la costante banalità del razzismo bianco, così talmente presente nel pubblico da essere inalienabile anche nel privato.

Il mix di questi due caratteri opposti genera un intenso e divertente scambio capace di evidenziare, attraverso l’esagerazione, alcune dinamiche interrazziali sopite nella cultura americana. Così, ad esempio, si poteva trovare esilaranti scambi sul sorriso di un bambino nero, unica cosa visibile sullo sfondo scuro; oppure un Dontel che si ricorda vagamente che anche lui possiede il diritto di voto.

Insomma chi più ne ha più ne metta. Questo segmento, più gli altri concepiti con Key, furono il modo per Peele di iniziare a sviluppare sguardi satirici e sfumati sulla questione della razza. Una commedia dove si abbinava la performance corporale a continui accenni alla cultura pop, per creare un variegato affresco di personaggi. Tutti ingredienti fondamentali che hanno costituito le basi su cui si fondò il futuro successo del duo.

Comedy Central: Key & Peele

Dopo l’esperienza con Mad TV, Jordan Peele e Keegan-Michael Key ottennero il vero successo su Comedy Central. Il loro iconico show Key & Peele, infatti, andò in onda per 5 stagioni dal 2012 al 2015. Un ambiente più indicato, nonché un budget decisamente più elevato, permise al duo di consolidare le pratiche già messe in atto ad inizio carriera.

Ritroviamo in Key & Peele un finissimo lavoro sui temi centrali della cultura pop americana. Dalla country music alle friendship ballads“, dalle tribù primitive agli eccessi del mondo hollywoodiano, fino ad arrivare alla parodia di interi cult cinematografici come Saw o I soliti sospetti. È interessante notare come la sovversione di questi tropi culturali non sia semplicemente una parodia fine a se stessa, ma serva a mettere in risalto alcune ansie sociali sia “pubbliche” che “private” (Pizza Order), in particolare nei confronti del tema della razza, attraverso l’alterazione del punto di vista comune.

Emblematico, in tal senso, di questo gioco sia estetico che culturale è uno sketch che gioca linguisticamente sui toni dell’horror, presentando un uomo di colore col cappuccio che gira per il quartiere. Un accenno anche al futuro cinematografico di Peele stesso, capace di mescolare la risata ad un pervasivo e onnipresente senso di disagio.

Key & Peele ebbe i suoi meriti anche nell’ideazione di sketch che analizzavano dettagliatamente vari aspetti dell’identità razziale. Troviamo sketch sulla calma apparente di Obama che contrasta con il carattere “esuberante” della cultura afro-americana. Altri su un insegnante nero chiamato per fare una sostituzione che storpia intenzionalmente tutti i nomi degli alunni,  diventando un’esilarante parodia della tendenza dei bianchi a “esotizzare” e reagire in modo eccessivo ai nomi delle persone di colore.

Si arriva poi persino ad alcuni segmenti che varcano i confini del black humor più sottile, andando a pescare proprio nella tradizione storica del rapporto problematico tra Stati Uniti e afro-americani. Ecco due esempi che hanno per tema lo schiavismo sudista e l’utilizzo delle persone di colore al cinema.

La maturità: Get Out e Us

Dopo questa lunga disamina sulla “gavetta comica” di Jordan Peele, è difficile non vedere come questa sia stata fondamentale per influenzare il suo cinema. Infatti i suoi sketch comici evidenziano un grande tema fortemente presente negli horror Get Out e Us: quello del divario tra realtà e percezione.

Nell’horror di Peele, come nella comicità, l’esagerazione della superficie (che sia la lingua, la pelle nera, l’estetica borghese o la morale americana) serve per nascondere e allo stesso tempo rivelare i meccanismi nascosti al di sotto. Get Out, ad esempio, usa il classico tema della idilliaca vita suburbana bianca e borghese che cela reconditi segreti (vedi American Beauty) per collegarlo alla difficoltà di metabolizzazione dell’esperienza culturale della blackness in America. Us, invece è addirittura più sottile di così, grazie ad un intreccio di riferimenti che permette una lettura a più livelli (qui la nostra recensione). Il tema del doppio è qui portato al suo estremo orrorifico per creare una complessa metafora che tocca temi quali il privilegio e la disuguaglianza insiti nel sistema sociale.

In più, l’horror di Jordan Peele NON è un horror fine a se stesso, se vogliamo. Gli ingredienti della paura e della suspense vengono attuati maggiormente ad un livello contenutistico-tematico, piuttosto che estetico. Per intenderci: non ci fanno sobbalzare sulla poltrona, ma ci lasciano costantemente in uno stato di tensione. E questo perché il cineasta è capace di fare un finissimo uso di tutto il suo portato comico-satirico, bilanciandolo per enfatizzare maggiormente i punti cruciali della narrazione oppure per smorzare la tensione (basti guardare la scena dell’irruzione a casa dei Tyler).

In sostanza, Jordan Peele è davvero una ventata di freschezza per la cinematografia in generale. Un autore capace di essere pop, “di genere” e impegnato allo stesso tempo, trattando un tema delicato con toni non solo moderati e poco retorici, ma anche assolutamente innovativi.

Chris guarda in camera con le lacrime agli occhi
Scappa – Get Out
Jordan e il suo doppio nello scantinato
Noi – Us

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