Il cinema americano è ancora debitore di Robert Altman

La Nuova Hollywood ha lanciato negli anni ’70 una generazione di giovani registi destinata a lasciare un segno concreto e ancora oggi tangibile nella storia del cinema americano.
Nomi come Martin Scorsese, Woody Allen, Francis Ford Coppola e David Lynch ancora oggi incontrano grande successo e hanno i più vari estimatori.
Nel consistente gruppo di registi giovani e pieni di idee ad affacciarsi agli anni ’70 vi è anche un signore ormai più che quarantenne reduce da una serie di alterne fortune come regista di serie televisive. Un uomo del Missouri, nato lontano dalla New York di Scorsese, che con delle idee molto chiare cercherà di portare avanti attraversando i più vari generi cinematografici e i più vari decenni di cinema americano: Robert Altman.

Dopo l’esordio cinematografico avvenuto nel 1955 Robert Altman esce dagli anni ’60 dedicati a regie televisive con un film destinato, sin da subito, a diventare un cult: MASH. Il trionfo dell’anti-retorica. Il trionfo della totale libertà che il mezzo cinematografico può offrire al regista in quanto autore.
Vago, scoordinato, episodico, MASH
mostra come sia possibile raccontare la guerra senza mai mostrare un campo di battaglia e come sia possibile plasmare la materia cinematografica dilatandola e contraendola fino all’inverosimile attraversando una moltitudine di generi e di tematiche senza mai perdere di vista lo scopo dell’intrattenimento.

Il film fu un enorme successo in America e valse la Palma d’oro al Festival di Cannes a Robert Altman. La rivoluzione del linguaggio del cinema americano era appena iniziata. Un film come MAS*H, con tutta probabilità, oggi non potrebbe più uscire. Sia perché il tipo di comicità, libera, gratuita, sovversiva e anarchica è ormai schiacciato da pesanti sovrastrutture che influenzano il dibattito cinematografico, sia perché risulterebbe anacronistico, essendosi già compiuta la rivoluzione.
Prima ancora dell’esplosione della Nuova Hollywood, infatti, Robert Altman aveva posto le basi del cinema postmoderno.

DISTRUZIONE E CREAZIONE

Philip Marlowe cammina su un viale nel finale di Il lungo addio
Philip Marlowe (Elliot Gould) in Il lungo addio (1973)

Nei primi cinque anni degli anni ’70 l’esplosività, così possiamo definirla, del genio di Altman si concretizzò in una serie di film che puntavano a demolire il proprio genere di appartenenza.
Altman compì una destrutturazione del genere del western con il gelido I compari, dove l’eroe non è un eroe e l’incendio di una chiesa sembra quasi essere più importante del “duello finale”.

Iconoclasta, Altman mise le mani anche sul leggendario eroe del noir, il detective Philip Marlowe, in quello da molti definito il suo primo capolavoro: Il lungo addio.
Il Marlowe di Altman, che trova volto in Elliot Gould, è un eroe d’altri tempi relegato alla vita di una Los Angeles degli anni ’70. Schiavo del proprio gatto e incapace di avere in mano le redini dell’investigazione che sta compiendo, si abbandona a frasi e azioni formulari e all’illusione di poter rivelare un’ingiustizia perpetrata ai danni di un amico.
Il lungo addio è a tutti gli effetti un addio al noir, uno scomponimento totale del genere di riferimento il cui finale, tanto inaspettato quanto chiaro e beffardo, sembra chiudere definitivamente la porta al genere che ha reso grande il cinema americano.

LA DEFOCALIZZAZIONE DELL’ATTO

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Aggredire il genere dal principio per poi porre il focus non tanto sull’atto, quanto sulla distrazione di esso: questa è stata una delle caratteristiche fondanti del cinema di Robert Altman. Emblematico è l’uso distorto e disorientante che il regista fece dello zoom. Ed emblematico è anche l’uso degli specchi, quasi una costante in tutta la carriera di Altman.
Distorcere e sviare verso altri terreni più fertili della narrazione e della messa in scena fu una delle prerogative che Altman cercò di perseguire per tutta la carriera.
Ed è proprio grazie alla distrazione, alla messa da parte, alla defocalizzazione dell’atto che Altman riuscì a essere incisivo nella sua feroce, ma spesso anche sottile, satira ai costumi della società americana.

Esempio lampante di tutto ciò si trova in Gang (Thieves Like Us) , un film considerato “minore” nella sua filmografia. Mentre i ladri protagonisti del film, ambientato durante la Grande Depressione, compiono una rapina in banca, la mdp si pone all’esterno di essa e presenta in primo piano un gruppo di bambini che insegue un camioncino della Coca Cola. Una dolce signora offre della Coca Cola a tutti i bambini. Nella banca, in secondo piano, sta avvenendo la rapina.

E’ questo forse uno dei più evidenti esempi della poetica e del modo di intendere il mezzo cinematografico di Altman. Un overlapping (eredità importantissima che il regista ha lasciato) che non è solo verbale, ma è anche visivo. La stratificazione dei piani e dei dialoghi offre nuovi spunti, nuovi focus.
In molte altre scene della filmografia di Altman possiamo riscontrare soluzioni simili. Si è già citata la sequenza finale di I compari, dove con un uso spiazzante del montaggio alternato Robert Altman stratifica l’evento e lo scompone e ottiene, come obiettivo quello di criticare ferocemente la società americana.

LA CORALITA’

I protagonisti di Gosford Park attorno a un tavolo
Alcuni dei protagonisti di Gosford Park (2001)

La moltiplicazione dell’immagine, l’estensione dei dialoghi e dei punti di vista che ci conduce alla coralità, un altro importantissimo lascito del cinema di Robert Altman.
La coralità, che già intravediamo nel suo film di “lancio” MAS*H, sarà un molo a cui il regista approderà molto presto.
Questa grande innovazione nel suo cinema nasce proprio in seno alla dilatazione totale di un campo di azione ristretto o definito. Ciò che notiamo infatti nei film di corali di Altman è che sono tutti ambientati in un unico contesto, a volte anche in un unico ambiente.

Dalla città capitale del country Nashville si passa alla Los Angeles post-reaganiana di America Oggi, dalla grande villa dove si compie un matrimonio nella commedia Un matrimonio alla tenuta di campagna dove in Gosford Park la nobiltà inglese viene messa alla berlina in un giallo con 48 protagonisti.
In tutti questi luoghi circoscritti si assiste a una estensione della narrazione che porta lo spettatore ad avere un’idea chiara e precisa del contesto che Altman sta portando in scena.

La coralità dei film di Altman è spesso priva di un vero e proprio baricentro, priva di un protagonista, ma troverà nelle produzioni degli anni ’70 una sorta di guida nell’attrice Geraldine Chaplin, che sia nel capolavoro Nashville sia in Un matrimonio avrà il compito di “legare” e di condurre lo spettatore nei mondi messi in scena da Robert Altman. Nelle produzioni degli anni ’90, invece, sarà soprattutto la musica a fare da collante fra i molti personaggi.

MUSICA e CINEMA

I film di Robert Altman sono delle polifonie. Polifonie diegetiche, visive e musicali. L’utilizzo che il regista farà della musica nel corso della sua lunga carriera andrà sempre di più rafforzandosi e definendosi. Se in Nashville, che possiamo definire a tutti gli effetti un musical, la musica è parte centrale e fondamentale della narrazione in un film come America oggi non potremmo dire la stessa cosa.
L’utilizzo che Altman fa della musica in America oggi, infatti, può essere definito teatrale. Alla musica, infatti, Altman dà il compito di cucire e di allacciare le scene, di sancire la fine degli atti e farne iniziare di nuovi.

Il genere musicale che Altman utilizza di più è, non a caso, il jazz. Ed è proprio con il genere jazz che può essere identificato il cinema del regista americano.
Un cinema in continuo divenire, che lascia enorme spazio all’improvvisazione degli attori e che scorre liquido fino ad assumere le più varie forme. Un liquido che però non arriva mai a disperdersi nel nulla, ma che viene sempre ricondotto in un canale o in una piscina (altro elemento presente spesso nel cinema di Altman) fino a creare una melodia.

I THRILLER PSICOLOGICI

Sissy Spacek davanti al dipinto in Tre donne
Sissy Spacek in Tre donne

Quando si scrive dell’immensa filmografia di Robert Altman si ha sempre il timore di lasciare indietro qualcosa. Spesso vengono taciuti i bui anni ’80 in cui il regista, dopo il flop di Popeye, si troverà a vagare per una decina di anni fra produzioni quasi mai all’altezza del suo stile e del suo talento, altre volte viene invece passata sotto silenzio la cosiddetta “trilogia della schizofrenia femminile” in cui il regista si cimenta nel genere del thriller psicologico negli stessi anni di Roman Polanski.
Il primo dei tre film risale al 1969 e ha il titolo di Quel freddo giorno nel parco. In questo film, girato dal regista prima di MAS*H, viene raccontata l’ossessione di una donna dell’alta borghesia per un ragazzo a cui dà rifugio dopo averlo trovato infreddolito in un parco.

Il film segue il rapporto morboso che viene a crearsi fra la donna e il giovane e Robert Altman e il regista non solo pone le basi per temi che affronterà nei successivi due film, ma anche dello stile che caratterizzerà il suo cinema. Specchi e immagini distorte, barriere fisiche che intercettano la comunicazione, sono tutti tòpoi ricorrenti che nel cinema di Altman sembrano sempre tornare ciclicamente e non verranno abbandonati dal regista neppure nel suo ultimo film, Radio America.

Il 1972 è l’anno di Images, thriller girato in Irlanda dove a una splendida ambientazione fa specchio la crisi nervosa di una donna con un passato tormentato che vede gli spettri dei suoi amanti tornare in vita e moltiplica la propria coscienza in entità divise all’interno di una villa isolata dal resto del mondo. Il film, che sembra a tutti gli effetti anticipare Shining, mostra tutta la capacità di Altman di agire nel campo del perturbante e, seppur con qualche ingenuità, mette in mostra la capacità del regista di dipingere personaggi psicologicamente tormentati senza mai abbandonare la defocalizzazione, usata qui con l’obiettivo di straniare lo spettatore.

La consacrazione di Altman nell’ambito del thriller arriverà però nel 1977 con Tre Donne.
Nel film Altman, al culmine di 7 anni di successi e sperimentazioni, dipinge la parabola psicologica e sociale di tre donne interpretate da Sissy Spacek, Shelley Duvall e Janice Rule. Il film offre una molteplicità di chiavi di lettura da poter risultare a tutti gli effetti la summa di tutto il cinema di Robert Altman degli anni ’70. A un’analisi prettamente psicologica del film si può infatti sovrapporre, senza sovrinterpretare, un’indagine sociale e antropologica portata avanti dal regista grazie all’utilizzo acuto di simboli e allusioni.
Una cosa però è certa: Altman riesce con un’incisività spiazzante a raccontare l’inquietudine e la bestialità di una società come quella americana attraverso il bildungsroman di una donna.
Il film valse a Shelley Duvall un premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes e sarà, anche per lei, il culmine di 7 anni che la videro partecipare a molte pellicole del regista del Missouri.

I PROTAGONISTI e AMERICA OGGI: IL RITORNO AL SUCCESSO

Tim Robbins seduto su un divano in I protagonisti
Tim Robbins in I protagonisti (1992)

Abbiamo già accennato del periodo di oblio che incontrerà Robert Altman negli anni ’80. Tutta la frustrazione del regista troverà sfogo nel film che lo farà tornare alla ribalta, I protagonisti.
Il film, che vede come protagonista (ci perdonerete il gioco di parole) Tim Robbins, è una spietata satira al mondo di Hollywood, lo stesso mondo che ha escluso per dieci anni il regista.
Siamo nel 1991. Ormai il cinema che verrà definito postmoderno sta per partorire i suoi più noti figli.
Il già anziano Altman fa iniziare il film che lo porterà alla ribalta con un piano sequenza di cinque minuti in cui si parla di piani sequenza.

I protagonisti è un film fortemente autobiografico e, quindi, meta-cinematografico (lo era già stato Nashville, d’altronde, in cui Elliot Gould e Julie Christie, star dei film di Altman, compaiono interpretando loro stessi parlando della loro esperienza da attori con Altman) e segna il ritorno in grande stile del regista nel cinema “che conta”.
A I protagonisti, che varrà all’allora emergente Tim Robbins un premio a Cannes e ad Altman il premio alla migliore regia, seguirà un altro enorme successo: America oggi.

Tim Robbins e Frances McDormand abbracciati in America Oggi
Frances McDormand e Tim Robbins in America oggi (1993)

America oggi è Robert Altman. Coralità, ironia, tragedia, musica, Los Angeles, estensione e dilatazione dei punti di vista, stratificazione delle immagini, overlapping…C’è tutto. Tutto e anche di più.
Basandosi su alcune novelle e poesie di Raymond Carver Altman rappresenta l’America in tutta la sua, umana, debolezza. I numerosissimi personaggi (interpretati da un cast che vede il meglio del cinema americano degli anni ’80, ’90 e non solo) si incrociano e si scontrano fra di loro, vivono in una tragedia fatta di rapporti interpersonali falsi, di semplici vicende quotidiane che nascondono enormi inquietudini e drammi, sono esseri inutili di fronte al mondo che li ospita, ma che popolano con le loro convenzioni e le loro ossessioni. Sono uomini di vedute limitate amplificate dall’apparenza, personaggi illusi e alienati.

America oggi è probabilmente la più riuscita satira sui costumi americani che sia mai stata portata sul grande schermo. Un film mastodontico per il numero di personaggi coinvolti oltre che per il minutaggio in cui però Altman riesce sempre ad alleggerire i toni e a passare con scioltezza dalla tragedia alla commedia con la stessa velocità e la stessa facilità con cui passa di casa in casa, di via in via, a catturare le vite dei suoi personaggi.
La musica cuce gli atti in un film che è ha vinto il Leone d’oro a Venezia ed è stato di ispirazione per un altro grande capolavoro degli anni ’90, Magnolia di Paul Thomas Anderson.

LA FORTUNA DI ALTMAN

John C. Reilly e Woody Harrelson suonano chitarre e cantano in Radio America
Woody Harrelson e John C. Reilly in Radio America (2006)

Con Paul Thomas Anderson arriviamo al punto, a tutto ciò che Altman ha lasciato al cinema americano.
Ogni tanto capita di vedere film americani satirici e dire: “Qui ci era già arrivato Altman
E anche quando si vedono film corali non si può che tornare a Robert Altman. Quando si assiste a dialoghi sovrapposti si pensa subito a Robert Altman.
Quando si vedono zoom disorientanti e spiazzanti non si può non pensare a Robert Altman. Persino quando si sente un certo tipo di colonna sonora non si può non ricondurre questa al cinema di Robert Altman.

Nel 2019 sono usciti negli Stati Uniti tre film di enorme successo: Cena con delitto, Uncut Gems e il film coreano Parasite.
Come non riconoscere nelle trame dei tre film temi analoghi a quelli trattati da Robert Altman? Come non poter pensare a California Poker vedendo la parabola discendente del personaggio interpretato da Adam Sandler in Uncut Gems? E come non vedere in Cena con delitto una riproposizione di temi e situazioni già presenti in La fortuna di Cookie?
Di Parasite si sono cercati numerosissimi progenitori e fra di questi non può non esserci Gosford Park. Lo stesso Bong Joon-ho considera, del resto, Robert Altman come uno dei suoi maestri.
E ancora, un regista ormai maturo come Paul Thomas Anderson, che ha esordito nel segno di Altman, non nasconde il debito al regista americano anche nel suo ultimo film, Il filo nascosto.

Robert Altman è scomparso nel 2006, in tempo per ricevere l’Oscar alla carriera (non vinse mai il premio come miglior regista o per il miglior film) e per portare sullo schermo il suo testamento spirituale, Radio America.
Ma ancora oggi lo spirito beffardo di Altman riecheggia e si muove in un cinema, americano e non solo, che, con lui, sembra aver esplorato tutto ciò che si poteva esplorare.

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