I due cult siciliani che il resto d’Italia ha scordato completamente

Che cos’è un cult cinematografico? Si potrebbe azzardare una definizione per la quale s’intende un’opera cinematografica che, molto semplicemente, continua ad essere ricordata e apprezzata anche dopo anni dalla sua uscita. Un cult movie riesce a succedere nella difficile sfida di crearsi un gruppo di appassionati, più o meno grande, che continua imperterrito a citare le sue frasi e a ricordare le sue situazioni.

Tutto qui, questa è la discriminante. Non v’è nei fatti una reale differenza fra i film ad alto budget e quelli realizzati con pochi soldi. Così come fra temi aulici e situazioni grottesche. Anita Ekberg che invita Marcello Mastroianni ad entrare nella Fontana di Trevi è entrata a far parte della cultura italiana allo stesso modo in cui sono riusciti a farlo le avventure di Tre uomini e una gamba o i personaggi interpretati e scritti da Antonio Albanese.

Va da sé che lo status di cult movie è l’ambizione massima cui una pellicola possa aspirare. E il processo per diventarlo spesso non è lineare, ma lungo e tortuoso. Alcune possono arrivarci grazie alla riscoperta di un critico, altre per aver “previsto” il futuro, mentre un grande numero semplicemente viene mal pubblicizzato al momento dell’uscita e apprezzato in seconda battuta grazie al passaparola. Ci riferiamo a film che oggi sono considerati intoccabili come: Eraserhead, Il Grande Lebowski o Reservoir Dogs.

<<Smokey, amico mio, stai per entrare in una valle di lacrime>>

Se appare perfettamente comprensibile come certe opere possano rimanere delimitate entro determinati confini nazionali per i più disparati motivi- pensiamo a This is Spinal Tap negli USA o all’Oasis del maestro coreano Lee Chang-Dong – meno comune è che un’opera possa far parte della cultura di una singola regione, se non città. I lungometraggi cui si fa riferimento sono religione a Palermo, e per estensione nel resto della Sicilia.

Usciti nel 1989 e nel 1990 per la regia di Marco Risi (figlio del maestro venerato Dino Risi), essi compongono un’ideale storia composta da due capitoli che condividono personaggi e, per molti aspetti, tematiche affrontate. Si fa riferimento a Mery Per Sempre (1989) e Ragazzi Fuori (1990).

I due film narrano – con un’impostazione che senza scadere nel banale potrebbe essere definita neorealista – di un manipolo di ragazzi della malacarne palermitana, ovverosia tutta quella gioventù nata nei quartieri degradati e degradanti della città (Zen, Borgo Vecchio, Brancaccio) e pertanto indirizzata sin dalla nascita ad un’esistenza di crimini e miseria.

Mery per sempre ci fa avvicinare a quest’universo partendo dal mondo del carcere minorile di Rosaspina. Attraverso gli occhi del Professor Marco Terzi (Michele Placido), insegnante milanese da poco trasferitosi in Sicilia, entriamo in contatto con gli studenti-carcerati che ben poca voglia hanno d’imparare da un uomo dello “Stato”.

Questo è il tema portante del primo capitolo: la dicotomia Stato/Mafia. La percezione, in certe periferie, della lontananza delle istituzioni che fa avvicinare i ragazzi al crimine organizzato e li allontana dalla retta via. Ma realmente esiste una “retta via”? E in caso, si tratta realmente di una strada percorribile per chiunque, come la forma mentis libertaria ci induce a credere? Queste sono le domande che ci si comincia a porre verso metà film e che non smetteremo di porci anche durante la visione del sequel.

Il relativismo culturale del lavoro di Marco Risi comincia ad essere evidente quando anche lo Stato, impersonificato dalla guardia carceraria (Tony Sperandeo), dimostra di non avere a cuore le sorti dei ragazzi, ma solo quella della punizione tramite un’insensata idea di disciplina. Dalle sue mani la teoria dell’etichettamento, per il cui approfondimento rimandiamo agli studi dei sociologi americani di fine ‘900, passa alla pratica.

Dall’altra parte, è al Professor Terzi che spetta l’infausto compito di mostrare la mano piumata delle istituzioni. Quella mano che vuole emancipare i giovani dalla loro realtà, che li vuole liberare. Idealismo e realismo si scontrano inevitabilmente. L’esito della lotta non può essere esaurito entro i 102 minuti della pellicola, come fa ben capire l’epilogo. 

Poco più di un anno dopo esce Ragazzi Fuori. Se Mery Per Sempre faceva propria un’ambientazione istituzionale, come può essere quella carceraria, e pertanto lo possiamo definire un’opera relazionale, stavolta ci troviamo a seguire le storie dei ragazzi tornati alla libertà. Siamo pertanto giunti all’analisi sociologica.

Di ragazzi, va detto, non si può più parlare. È una gioventù che si appresta ad entrare in toto nell’età adulta, conservando del fanciullino solamente un’infantile ignoranza. È un film, questo, molto più oscuro del precedente. La visione dell’autore sulla vita dei protagonisti, le cui storie s’intersecano, ma tendono a viaggiare parecchio per binari separati, non lascia adito a speranze. Siamo di fronte ad un destino talmente segnato che ci permette di guardare in retrospettiva ai trascorsi di Mery Per Sempre facendoci chiedere se l’odio nei confronti dello Stato e della società benpensante non fosse giustificato in fin dei conti.

In mezzo a questi temi trovano spazio anche le mascalzonate, i giochi e i momenti di sana fanciullezza che hanno reso Ragazzi Fuori probabilmente ancora più cult del suo predecessore:

Il regista non vuole, sia ben chiaro, assolvere i protagonisti dalle proprie colpe o porre sullo stesso piano Stato e Mafia. L’obiettivo dichiarato è contestualizzare le situazioni e farci immergere in una realtà che non è la nostra. In pieno stile neorealista sono le emozioni che contano, è l’immedesimazione con gli attori il ruolo principale del mezzo cinematografico.

Sempre strizzando l’occhio al neorealismo va ricordato che protagonisti e comparse sono perlopiù presi dalla strada. Quelle malfamate delle periferie palermitane. Particolare, questo, che riesce veramente difficile da tenere a mente viste le lodevoli prove offerte da tutti. Un ulteriore elemento che rendono Mery Per Sempre, così come Ragazzi Fuori, due cult da recuperare assolutamente, specie in un periodo storico dove l’odio verso il diverso e l’esaltazione della punizione corporale sembrano essere tornati di moda.

Si ringraziano Toto e Giorgio per il prezioso consulto.

Leggi altri approfondimenti su ciakclub.it

Facebook
Twitter