I 400 colpi: quando François Truffaut riscrisse le regole del cinema

Nouvelle Vague. Nessun termine è più inflazionato quando vengono descritte le tendenze di una nuova generazione di registi che si pone in rottura con la tradizione cinematografica precedente riuscendo a riscrivere profondamente le regole “del gioco”.
E questo fu la Nouvelle Vague francese. Una generazione di registi, ben più ampia del nucleo di critici che fondò la rivista Cahiers du cinéma, che si pose in opposizione ai canoni del cinema degli anni ’40 e ’50 e che riuscì, nel giro di pochissimo tempo, a creare una nuova tendenza, a creare un nuovo cinema.

Manifesto del movimento cinematografico è I 400 colpi, primo film appartenente alla Nouvelle Vague a imporsi all’attenzione della critica internazionale e, di fatto, a far nascere e morire il movimento.
Il film di Truffaut è infatti un’esplosione. Un big bang che libera la propria potenza distruttiva e che crea le condizioni perchè si crei un’atmosfera nella quale un nuovo modo di intendere e di fare cinema si sviluppi.
Ma perchè I 400 colpi è un film così importante?

Questa domanda, posta nel 2021, non è così scontata. E’ infatti innegabile che vedere il capolavoro del 1959 a più di 60 anni di distanza possa far sorgere non pochi dubbi allo spettatore, portato a interrogarsi, magari, sull’originalità del film e dello stile di Truffaut.
Quanti film raccontano l’adolescenza? Quanti film raccontano il difficile rapporto fra figli e genitori e fra giovani e autorità?
Tantissimi. Ma quanti film, prima di I 400 colpi, presentavano queste tematiche? Nessuno, o quasi.

Rappresentare la realtà nella sua semplice complessità

Antoine sdraiato sul sacco a pelo legge BalzacSi devono filmare davanti ad autentici muri sporchi delle storie più consistenti“.
Così François Truffaut affermava in un articolo pubblicato su Arts visto oggi come il manifesto della Nouvelle Vague.
Un’affermazione rivoluzionaria, in totale controtendenza con il cinema degli anni ’50 che rinchiudeva le storie in fittizi studi cinematografici. In opposizione non solo con il cinema americano, i cui studios sono ancora oggi ben noti, ma anche con il cinema europeo, francese e italiano, che negli anni che seguirono l’esplosione del neorealismo concentrò le produzione negli studi cinematografici e abbandonò la realtà a favore della ricostruzione.

La prima innovazione di I 400 colpi, quindi, consiste proprio nell’utilizzare come set delle riprese location vere, non ricostruite, non fittizie, in cui si può respirare la realtà di un’epoca di cambiamenti sociali ed economici dall’enorme impatto.
Il film di Truffaut è girato nelle case, nelle scuole, nelle strade, nelle campagne, nelle spiagge, nel mondo reale perchè ciò che racconta è reale.
Nulla è falso. Nessuna inquadratura profuma di artificio o di “maniera”, ma è anzi essenziale  nella sua limpidezza. Lo sguardo del regista coincide infatti con quello del suo giovane protagonista, Jean-Pierre Léaud, uno sguardo semplice turbato dalla complessità del mondo in cui vive.

Jean-Pierre Léaud ai tempi de I 400 colpi aveva 14 anni e il personaggio di Antoine Doinel da lui interpretato per la prima volta nel film del 1959 diventerà una sorta di alter-ego di François Truffaut in molti altri film del regista che lo vedranno come protagonista in fasi diverse della sua vita.
La giovane età dell’interprete principale e il suo non essere (ancora) un professionista rende il suo sguardo e la sua recitazione autentica. Il mondo che vede il personaggio di Antoine Doinel è il mondo che vede Jean-Pierre Léaud, adolescente irrequieto che, secondo Truffaut, “aveva una gran forma di violenza” a differenza degli altri ragazzi presentatisi ai provini.
Proprio l’aggressività di Léaud contribuisce a costruire un personaggio ben più complesso da quello immaginato originariamente dal regista, più mite e dimesso. Il giovane attore infatti basa la sua interpretazione sull’improvvisazione. La spontaneità contribuisce ancor di più a rappresentare la tanto agognata “realtà“.

La complessità dei rapporti umani

Antoine nella prigioneCiò che però risulta, a tutti gli effetti, contemporaneo (non lo è invece in Rossellini, maestro di Truffaut, che racconta un’altra realtà) in I 400 colpi è come viene esposta la complessità delle relazioni fra adulti e giovani. La Francia uscita dalla seconda guerra mondiale è infatti tutt’altro che un paese pacificato. L’impero coloniale va dissolvendosi fra le rivendicazioni etniche e nello stato europeo la restaurazione della democrazia porta con sè un’austerità che schiaccia e reprime i giovani.
Seguendo la lezione di Rossellini Truffaut mette quindi in scena un mondo in rapido cambiamento visto dalla prospettiva di un ragazzo.
Un mondo non sano, fatto di conflitti esterni (sociali e politici) e intestini, domestici, che produce sui giovani un‘incomprensione che porta alla trasgressione.

Sono proprio la mancanza di “ordine” e l’artificiosità dell’ordine a portare un giovane, che non ha vissuto la guerra, alla ribellione. La necessità di amore, la necessità di figure di riferimento di Antoine Doinel, si scontra con adulti che non parlano la sua stessa lingua, adulti che rappresentano allo stesso tempo il dinamismo e la cristallizzazione della Francia degli anni ’50.
Se infatti da un lato i genitori di Antoine rappresentano figure “nuove” nella società francese, interessate unicamente al proprio, labile, benessere, dall’altro gli insegnanti e i professori rappresentano un mondo antico che tenta, disperatamente, di imporsi anche quando le circostanze storiche e sociali non gli permettono più di farlo.

Schiacciato fra queste due forze opposte Antoine Doinel rimane in un limbo, non voluto e non compreso in un momento della propria vita, quello dell’adolescenza, fondamentale per la propria formazione in quanto uomo. Nell’indifferenza generale, manifestata dalla non curanza e dall’intransigenza, si nasconde la zona grigia nella quale il giovane fonda il proprio comportamento e il suo modo di vedere il mondo.

L’interrogatorio e la corsa

Sguardo di Antoine nel finale di i 400 colpi“Se dicevo la verità non mi credevano, e così dicevo un’altra cosa.”

Negli ultimi minuti del film assistiamo all’interrogatorio che tiene una psicologa nel rifomatorio in cui è internato Antoine. La scena, fra le più celebri e radicali del film (girata senza ricorrere a campo e controcampo), sintetizza il dramma del ragazzo e la sua impossibilità di essere compreso.
Antoine è portavoce di una generazione, una generazione che ha voglia di correre libera, ma che non sembra poter riuscire ancora a farlo.
Non è un caso che la corsa sia un tòpos dei film riconducibili alla Nouvelle Vague. La corsa di Antoine nel finale de I 400 colpi, la corsa di Jean-Paul Belmondo nel finale di Fino all’ultimo respiro e dei protagonisti di Bande à part di Jean-Luc Godard, la corsa di Jeanne Moreau in Jules e Jim dello stesso Truffaut: la corsa è la liberazione, la presa d’atto di una libertà da conquistare contro una società che bracca.

La Nouvelle Vague mise al centro del proprio cinema i giovani e i giovani, gli stessi che poi parteciperanno al ’68 in Francia, risponderanno presente. Il successo del movimento creerà un canone e, ancora oggi, il cinema europeo (e non solo) deve moltissimo a registi come François Truffaut.
E a distanza di 62 lo sguardo che chiude I 400 colpi non ha ancora perso la propria, sempre attuale, autenticità.

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