“Gli spietati” di Clint Eastwood: l’ultimo grande western americano

 

“Dedicated to Sergio and Don”. Si conclude così Gli spietati di Clint Eastwood, con un omaggio a Sergio Leone e Don Siegel su quello sfondo malinconico, statico e celebrativo con cui si apre e si chiude la narrazione di uno dei western moderni più belli e significativi di sempre. Due maestri, due antesignani, due punti di riferimento della carriera dell’attore/cineasta californiano, celebrati in quella che è l’opera della svolta della parabola di Eastwood.

Dopo Gli Spietati nulla sarà più uguale. La pellicola ottenne infatti ben 4 meritati Oscar, nonché fu il terzo western ad essere incoronato Miglior Film nella storia del cinema. Per Clint Eastwood questa sarà la svolta e l’inizio della sua consacrazione critica, finalizzatasi poi tra gli anni ’90 e i 2000 con titoli quali: I ponti di Madison County, Mystic River, Million Dollar baby Gran Torino. Per il western, Gli Spietati invece rappresenta il giro di boa di un genere che proprio negli anni ’90 vive una rinascita, tra citazionismo, revisionismo e introversione.

E in un certo senso proprio Clint Eastwood ha marcato il territorio e la Storia. Sì, perché Gli spietati è forse l’ultimo grande western americano classico. Una pellicola capace di essere il culmine insuperabile del genere visto da una prospettiva contemporanea, nonché il suo personalissimo crepuscolo. Tra epicità e revisionismo, il passato mitico (e mitopoietico) della Conquista del West viene allo stesso tempo decostruito e innalzato a classicità. Sta proprio in questa duplicità la grandezza di questo film.

 

La trama

Ned Logan e William Munny vanno a cavallo ne Gli spietati

Wyoming, 1880. Alcune prostitute, capeggiate da Strawberry Alice (Frances Fisher), istituiscono una ricompensa per farsi giustizia da sole. Dopo che una di loro, Delilah, è stata sfregiata da due cowboy durante un incontro, lo sceriffo Little Bill Daggett (Gene Hackman) si è limitato a bandirli per sempre dalla cittadina.

A rispondere alla chiamata della taglia imposta dalle prostitute ci sarà William Munny (Clint Eastwood), un ex fuorilegge letale, che ormai vive solo con i figli dopo la prematura scomparsa della moglie. Gli stenti e il desiderio di rivalsa/espiazione lo porteranno ad unirsi al giovane Kid (Jaimz Voolvett) e al vecchio amico pistolero Ned Logan (Morgan Freeman) nella missione finale della sua vita.

Lo scontro finale si consumerà nella cittadina di Big Whiskey, gestita proprio da Little Bill determinato ad ostacolare la carneficina e a difendere i suoi interessi privati. Gli ostacoli concreti si mescoleranno dunque a quelli più personali. Il passato, la redenzione e i demoni interiori fanno da contorno a questo western classico, intimista e definitivo allo stesso tempo.

 

Will Munny: l’eroe western per eccellenza

William Munny sotto la pioggia nel finale de Gli spietati

Tutta la vicenda, nonché tutto il senso de Gli spietati sta nella figura di William “Will” Munny. E non è un caso che Clint Eastwood abbia ritagliato proprio questo ruolo per sé. Un ruolo che fa da ponte di congiunzione fra il passato e il futuro del genere western e che fa da summa di tutti i vari John Wayne, Henry Fonda e tutti gli altri.

Munny è un ex-pistolero, un fuorilegge, che ha passato un’intera vita a compiere azioni a dir poco deplorevoli, che hanno portato addirittura alla morte di donne e bambini. Solo, vecchio, incapace – non riesce nemmeno a stare dietro ai suoi maiali – e relegato ai margini della società egli si imbarca nella “giusta impresa”. Missione che diventa per lui non solo un’opportunità di redenzione (cosa quanto mai impossibile), ma anche lo statement finale della sua vita, nonché della stessa figura del cowboy.

All’accettazione della missione, vediamo un Munny/Eastwood che ritorna letteralmente ad indossare i panni del fuorilegge, riappropriandosi delle movenze tipiche. Così ecco che inquadrature e gestualità della sequenza in cui Munny si esercita con la pistola davanti ai figli sono molto simili a quelle del pistolero senza nome di Per un pugno di dollari. Insomma, troviamo un Eastwood che cerca di fare pace, e allo stesso tempo richiamare, tutti i suoi doppi cinematografici. E in particolare proprio con quel doppio che ha dato inizio non solo alla sua carriera, ma anche alla trasformazione di un genere – il western – al di fuori dei confini americani.

Will Munny è in sostanza l’eroe western per eccellenza. Non perché sia il migliore, né il più bravo, né il più perfetto, ma perché li contiene tutti. È allo stesso tempo un eroe e un antieroe, fa giustizia per gli altri e per se stesso, pronto ad usare la violenza spietata contro chi è pure più violento e più spietato.

E questa è una violenza che non redime più nessuno. La doppiezza dell’eroe/antieroe è dunque anche la doppiezza di un genere. Il western non è più solo il mito di fondazione eroica dell’America, ma deve fare i conti con la sua storia di violenza. Eroismo e senso di colpa non possono che cavalcare insieme verso l’ormai perenne crepuscolo del genere.

“…e non c’era niente sulla lapide che potesse spiegare perché…”

La slihouette della casa di William Munny al tramonto

«Era una giovane donna attraente e non senza prospettive. Per cui fu penoso per sua madre quando decise di contrarre matrimonio con William Munny, un noto ladro ed assassino, un uomo conosciuto per la famigerata brutalità e sregolatezza del suo temperamento. Quando morì, non fu per sua mano – come sua madre avrebbe potuto immaginare – ma per il vaiolo.»

«Qualche anno più tardi, la signora Ansonia Feathers compì il difficile viaggio verso la Contea di Hodgeman per visitare l’ultimo posto dove riposava la sua unica figlia. William Munny se n’era già andato da tempo coi suoi due bambini – alcuni dicono a San Francisco, dove pare stia facendo fortuna come commerciante. E non c’era niente sulla lapide che potesse spiegare alla signora Feathers perché mai la sua unica figlia avesse sposato un noto ladro e assassino, un uomo conosciuto per le famigerate brutalità e sregolatezza del suo temperamento.»

Si apre e si chiude così Gli spietati: con la storia di fatto mai raccontata della relazione tra Munny e la moglie senza nome. Una vicenda fuori campo, fuori narrazione, che non fa altro che richiamare tutto quel non detto e non raccontato di cui si fa portatore il film. Il velo di nostalgia, tristezza e di evocazione è infatti la chiave tonale dell’intera pellicola.

Non è un caso inoltre che Gli spietati si apra e si chiuda con la stessa inquadratura. La silhouette della tenuta di Munny al tramonto, in cui si riconoscono il capanno, l’albero e la lapide della moglie. Nulla è cambiato dall’inizio alla fine. La storia di redenzione non risparmierà né perdonerà nessuno (da qui il titolo originale Unforgiven), i cattivi non diventeranno buoni, anche perché i buoni alla fin fine non sono mai esistiti.

Tutto è stasi, tutto è eterno, tutto è elegia. Ed è proprio questa consapevolezza che permea costantemente il film a fare de Gli spietati un capolavoro western totalmente contemporaneo. Il crepuscolo del mito del West, così sbagliato e allo stesso tempo così fondamentale, viene costantemente ribadito per farne un eterno omaggio.

Ecco allora l’importanza del personaggio di Beauchamp (Saul Rubinek), il biografo quasi muto prima di Bob “L’inglese” e poi di Little Bill DaggettAttraverso questa figura, il film smonta così la presunta verità del West, ma rende ineluttabile la necessità di raccontare questa storia violenta.

Così il nostro Eastwood/Beauchamp, unico sopravvissuto alla “carneficina finale” della modernità (revisionista), ci mostra il canto del cigno del western. Troppa verità non si può raccontare. Realtà e finzione sono facce della stessa medaglia: e solo così può esistere il mito.

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