Ve lo ricordate il clima di attesa che precedeva ogni nuovo episodio dell’ultima stagione di Game of Thrones? Ricordate l’aspettare con ansia il lunedì per capire chi sarebbe sopravvissuto, chi sarebbe salito sul Trono? Il terrore di ricevere spoiler e lo scambio di teorie tra amici? Ogni sigla che durava troppo, ma andava rigorosamente seguita e cantata per intero? E’ passato un anno dall’ultima puntata dell’ultima stagione del Trono di Spade. Un anno da quello che è stato definito come “il finale più odiato di sempre”.
Game of Thrones è sempre stata una delle serie più amate dal pubblico, con una fan base particolarmente affezionata. Eppure la delusione finale è stata incredibile. Sono stati proposti finali alternativi e petizioni per la cancellazione dell’ultima stagione, un risentimento che dopo un anno continua a bruciare. Ad oggi la frase che si sente dire più spesso parlando della serie è “Peccato per le ultime stagioni”.
Ma a distanza di un anno, ripensando a mente fredda all’ultima stagione e all’intera serie, quel finale merita davvero tutto questo odio? E’ un finale da cestinare e dimenticare completamente? Forse no.
PROBLEMI

L’ottava stagione di Game of Thrones non è priva di difetti, questo è innegabile. Le puntate sono poche, nonostante le sottotrame e le questioni da concludere fossero tante e complesse: spesso sono state risolte in modo frettoloso, oppure non sono state sfruttate al meglio.
Numerose critiche sono state mosse nei confronti della scrittura della stagione, sia per quanto riguarda le vicende, sia a proposito dello sviluppo dei personaggi. La stagione 8 è infatti stata scritta senza il supporto di George R. R. Martin, il quale non ha ancora pubblicato l’ultimo libro della saga. Martin ha lasciato ai creatori della serie, Benioff e Weiss, alcune indicazioni sul finale, lasciando a loro il compito di ideare gran parte della stagione.
Sono critiche fondate, certo, ma vanno forse ridimensionate. Game of Thrones ci ha abituati nel corso delle stagioni, grazie anche al supporto della geniale penna di Martin, ad un livello molto alto. La serie si è sempre distinta per i suoi colpi di scena, per le morti inaspettate (non abbiamo mai superato le “Nozze Rosse”, ammettiamolo) e per i suoi personaggi complessi e tridimensionali, i cui dialoghi erano avvincenti tanto quanto le scene di azione.
Il grande legame che la serie è riuscita a creare con gli spettatori, insieme alle migliaia di teorie che sono nate nell’attesa delle ultime puntate, hanno creato delle aspettative altissime: così alte che anche un leggero calo di qualità è stato percepito come una incredibile delusione. Il livello dell’ottava stagione di Game of Thrones è ancora molto alto se considerato in senso assoluto, nonostante non abbia raggiunto i picchi delle precedenti.
I PUNTI DI FORZA

A volte nel dare un giudizio complessivo tendiamo a soffermarci soprattutto sugli aspetti negativi. Non sono mancati nell’ottava stagione dei momenti molto interessanti e forti, che vale la pena sottolineare.
Un esempio su tutti è la battaglia contro l’esercito dei morti nella 8×03. La puntata in questione ha fatto molto discutere, soprattutto l’uccisione del Re della Notte da parte di Arya Stark, considerata come “troppo semplice”. E’ stato inoltre sottolineato come le vittime della battaglia siano quasi tutti personaggi secondari, tacciando di codardia gli autori che sin dalle prime stagioni non hanno avuto pietà per i protagonisti.
Tuttavia La Lunga Notte rappresenta uno dei momenti più alti della stagione, se non dell’intera serie. Diretta da Miguel Sapochnik, lo stesso regista della Battaglia dei Bastardi, quella contro il Night King ha uno stampo totalmente diverso. Lì c’era il realismo di un combattimento totalmente umano, qui il clima sospeso di una battaglia quasi ideologica tra vivi e morti. Nella prima seguiamo un Jon Snow quasi solo e sopraffatto nella calca, nella seconda è una lotta collettiva nella quale ognuno ha la sua parte. La lunga Notte si svolge al buio, illuminata solo dalle spade infuocate, in una tensione continua che mantiene il fiato sospeso fino all’ultimo minuto. Una strenua lotta contro la morte, il silenzio e l’oblio, impossibile da dimenticare.
Sono diversi i momenti memorabili dell’ultima stagione, alcuni perché avvincenti, altri commoventi ed intensi. Se la sorte che è stata assegnata ai singoli personaggi può non convincere gli spettatori, è innegabile che la qualità tecnica del prodotto sia rimasta ammirevole.
IL FINALE

La maggior parte della delusione verso l’ultima stagione si concentra sull’ultima puntata e il destino che gli autori hanno deciso per i singoli personaggi. Molti non hanno accettato la scelta di nominare Bran Stark come Re dei Sette Regni, né la svolta negativa di Daenerys o il ritorno tra i Guardiani della Notte per Jon Snow.
Le teorie sul finale di Game of Thrones erano le più disparate, tuttavia gli autori hanno scelto di rimanere sul percorso “più scontato”: una decisione forse poco sconvolgente, ma tutto sommato coerente. Ognuno dei personaggi, infatti, è ritornato nella propria condizione di origine, quella che aveva abbandonato a causa dei vari eventi e delle guerre che abbiamo seguito nel corso delle stagioni.
La trasformazione di Daenerys in una “mad queen” non avviene da un momento all’altro, non si scatena totalmente in una singola scena: è solo il culmine di un processo iniziato nella prima stagione, un percorso che ha portato la Khaleesi dalle illusioni di un destino glorioso e meritato, a perdere tutto ciò che amava e infine a scontrarsi con la realtà. Alla fine Daenerys si ritrova sola, temuta da tutti e vista come un tiranno straniero dal popolo che crede di aver legittimamente conquistato. Il trono le spettava per diritto di sangue, ma questo diritto è lo stesso che ha portato per anni a morte, inganni e tradimenti. La ruota andava interrotta, Daenerys non poteva sopravvivere.
D’altra parte il Trono non spettava neanche a Jon, il quale avrebbe potuto rivendicare il potere dopo aver scoperto di essere un Targaryen. Tuttavia Jon non è mai stato adatto ai ruoli di potere, né tantomeno interessato a rivestirli. Anche in questo caso una scelta fondata sull’ereditarietà non sarebbe stata quella migliore per i Sette Regni. Il vero destino di Jon Snow era quello di rompere la ruota del potere, scegliere coscientemente tra l’onore e l’amore, uccidere Daenerys e poi cedere il posto. Infine, tornare nei Guardiani della Notte, gli stessi che lo avevano accolto da semplice bastardo della famiglia Stark. E’ forse questo il ruolo più naturale per lui.
Distruggere il Trono di Spade significa dare inizio ad un nuovo regno, in qualche modo più democratico, che interrompesse la linea di sangue e violenza che la sete di potere aveva creato. Nominare Bran Stark re è, in fin dei conti, la scelta più logica: Bran rappresenta la Conoscenza, la Storia, la Memoria. Si contrappone al Re della Notte che voleva imporre l’oblio, ma anche ai sovrani precedenti (Cercei su tutti) che avevano governato con l’inganno e la forza. E’ l’unico sovrano che potrebbe governare in nome di un potere superiore, senza essere visto come un estraneo e senza essere contestato. E’ l’unico mezzo per mantenere la pace.
Lo ammetto, anche io ho tifato fino all’ultimo momento per Sansa: la giovane Stark ha dimostrato di essere forse il personaggio più maturo e adatto ad un ruolo di potere, nonostante tutte le difficoltà. Tuttavia anche per lei è stato scelto il destino più naturale: il governo del Nord, resosi indipendente, è il ruolo che Sansa ha guadagnato e che può ricoprire nel migliore dei modi.
LE BUONE STORIE

“Non c’è niente di più potente al mondo di una buona storia. Niente può fermarla. Nessun nemico può sconfiggerla.” Sono le parole di Tyrion Lannister nel suo ultimo monologo in Game of Thrones, che forse sono rivolte anche a tutti gli spettatori.
L’ultima stagione del Trono di Spade non è perfetta, forse è stata deludente, forse poteva essere migliore. Ma neanche un finale imperfetto può rovinare una bella storia. Per otto stagioni abbiamo seguito un racconto avvincente, complesso, intricato, ricco di sorprese. Forse qualsiasi finale sarebbe stato in parte insoddisfacente: si sono concluse le vicende che riguardano la guerra per il Trono, ma questa è solo una piccola parte dell’immenso universo di storie di Westross. La salita al trono di Bran pone fine alla trama principale, ma inevitabilmente ci sono tante altre storie che continuano e che avremmo voluto conoscere: c’è ancora spazio per spin off, teorie e immaginazione.
Il punto di forza di Game of Thrones consiste nell’essere un enorme insieme di belle storie che potenzialmente non finiranno mai. Se questo finale non ci ha soddisfatto del tutto, possiamo immaginare di continuarlo, pensare a cosa potrebbe accadere dopo. Ma soprattutto, non possiamo dimenticare quanto grande sia stata questa serie, quanto importante. Oltre ogni parere e discussione, Game of Thrones rimane una bellissima storia, e non c’è proprio niente di più potente al mondo.









