Film e videogiochi non hanno un buon rapporto

Quando il cinema ha cercato di appropriarsi del linguaggio dei videogiochi il risultato è stato quasi sempre negativo. Un’operazione fallimentare in partenza, ma cerchiamo di capire perché.

Nel corso della sua lunghissima storia, il cinema non ha mai rinunciato al suo statuto di arte popolare. Se il medium ha avuto un’anima autoriale – e l’ha sicuramente avuta – essa non ne ha mai costituito la totalità, ma è sempre stata affiancata da un intento diverso, più commerciale, marcatamente d’intrattenimento. A ciò va aggiunta una compulsiva necessità di nuove storie, soprattutto in un momento in cui la narrazione (anche a causa del sempre maggiore successo del modello di serialità televisiva) ha acquisito un’importanza che a volte supera persino quella della componente visiva.

Scegliere di basare una produzione su un soggetto originale è sicuramente un’operazione che comporta un rischio maggiore rispetto all’acquisto dei diritti per una storia che ha già avuto successo. Oltre a questo, trovando la propria fonte in un prodotto pre-esistente, un film può puntare su un bacino già consolidato di fan affezionati che molto probabilmente andranno a vedere la pellicola. Per questo il cinema ha sempre tentato di dialogare con le più svariate forme artistiche (e non) della contemporaneità. Un mercato ad alto tasso di fidelizzazione come quello videoludico non poteva ovviamente restare fuori dalle suddette logiche, è per questo che con il diffondersi della cultura del gaming – a partire soprattutto dagli anni ’90 – il cinema ha man mano aumentato la frequenza degli scambi con l’industria dei videogiochi. Questo ha determinato nel corso negli anni l’uscita di varie pellicole tratte da videogame famosi, ma con quali risultati?

Film e videogiochi non hanno un buon rapporto
Un frame tratto da Warcraft – L’Inizio

La nostra storia ha inizio nel 1986 con l’anime Super Mario Bros. – Peach-hime kyushutsu dai sakusen!, il primo film tratto da un videogioco nella storia del cinema. Per arrivare invece al primo live-action dobbiamo spingerci avanti di qualche anno, fino al 1993, anno di uscita di Super Mario Bros., film che ottenne un pessimo risultato in termini di responso di critica e pubblico. Eppure, le due opere tratte da quello che è probabilmente il più famoso videogame della storia hanno avuto il merito di inaugurare una strada nuova, che verrà percorsa negli anni successivi in maniera sempre maggiore.

D’altra parte però, esse hanno anche messo in luce le problematiche di una trasposizione tra i due media. Problemi che nonostante lo sviluppo del digitale continuano a persistere determinando la scarsa riuscita della quasi totalità di film tratti dai videogiochi. Dal primo di questi, passiamo allora all’ultimo in ordine temporale (saltando il recente Tomb Raider, in quanto reboot di una saga pre-esistente): Assassin’s Creed, uscito nel dicembre del 2016. Ancora una volta un’opera disastrosa, incapace di trasportare in maniera convincente le vicende del videogioco sullo schermo, fallimentare nell’emulazione delle dinamiche cut-scene (scene in cui progredisce la narrazione) intervallate da sequenze d’azione.

In mezzo ad essi, una lunga serie di pellicole dai risultati alterni, tra cui ricordiamo la saga di Resident Evil, i film su Tomb Raider, Warcraft – L’Inizio, Prince of Persia – Le Sabbie del Tempo e Need for Speed. Di questi (che occupano i primi posti della classifica degli incassi per i film tratti dai videogiochi) pochissimi sono adattamenti riusciti, e ancora meno buoni film. Il problema è che esistono delle differenze nette fra il modo in cui una storia si evolve e viene vissuta nei due medium, e l’approccio ad essi è spesso disinteressato e quasi mai affidato a persone che se ne intendono.

Film e videogiochi non hanno un buon rapporto
Le copertine dei film della saga di Resident Evil

Un videogame si sviluppa attraverso un’alternanza di un numero impressionante di fattori, tra cui un posto privilegiato lo ha la struttura bipartita in scene puramente narrative, in cui attraverso i dialoghi tra i personaggi la storia va avanti senza che ci sia l’intervento del giocatore – anche se sono sempre più diffuse forme in cui il giocatore può scegliere fra varie risposte – e segmenti d’azione, che possono comprendere sparatorie, corse in auto, arrampicate, enigmi, e tutta una serie di iniziative che il giocatore può prendere rendendo l’esperienza il più personalizzata possibile. In questo modo si crea un legame con i personaggi che è impossibile replicare al cinema, e sarebbe folle anche solo tentare di farlo. Il cinema ha i suoi metodi per creare un legame tra gli spettatori e i personaggi, ed è su quelli che deve puntare.

Anche l’identità di genere dei videogiochi è un fattore da prendere in considerazione. Come il cinema, anche il settore videoludico ha sviluppato una classificazione per generi (sparatutto, picchiaduro, rpg, sport ecc.) che spesso rende difficile la trasposizione. Un picchiaduro come Street Fighter, ad esempio, non può mantenere la propria identità anche sullo schermo, avendo come presupposto un sistema che si sviluppa in maniera bidimensionale, e una narrazione quasi assente alle spalle. La decisione di trasformare Street Fighter – Sfida Finale (1994) in un conflitto internazionale non solo snatura il prodotto di partenza, ma è anche causa di un film che non funziona di per sé.

Raramente un film tratto da un videogioco è un buon film preso individualmente. Essi semmai si dividono in buoni e cattivi adattamenti. Un rapporto di dipendenza dal materiale di partenza che il cinema condivide con l’industria del gaming ma non, ad esempio, con quella della carta stampata. Qui arriviamo ad un altro dei tasti dolenti, ovvero il pubblico delle suddette pellicole. Molto spesso, anche se un adattamento si trasforma in un pessimo film, i risultati in termini di incassi sono sempre positivi. Pochissime volte un film tratto da un videogioco è stato anche un flop al botteghino, mentre è spesso accaduto che ottenesse un pessimo riscontro di pubblico e critica. Questo perché chi è affezionato a determinate storie, vissute davanti allo schermo di casa, si recherà ugualmente al cinema per vedere il film tratto dal suo videogioco preferito.

Film e videogiochi non hanno un buon rapporto
Alicia Vikander, protagonista dell’ultimo Tomb Raider

Il rapporto tra cinema e videogiochi è dunque complesso e di difficile risoluzione. I problemi elencati non bastano ovviamente ad esaurire la questione, ma sono un buon punto di partenza su cui riflettere. Forse i due medium dovrebbero cercare di lavorare più sulla propria identità che su un’amalgama di difficile riuscita. Il settore videoludico e quello cinematografico sono diversi, seppur vicini, ed è impossibile riuscire a congiungerli se non trasformando le trasposizioni dall’uno all’altro in un’occasione per valorizzare le particolarità dei due medium piuttosto che in un’inutile ricerca di un’insperabile uguaglianza.

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