Dagli occhi del protagonista: la “Soggettiva”

Un breve excursus sull’inquadratura che ci mostra il punto di vista diretto dei personaggi, trasportandoci nel vivo dell’azione

Ad ogni cinefilo – e non solo – sarà capitato di desiderare, almeno una volta nella vita, di poter vivere anche pochi attimi all’interno di un film. Se c’è un tipo di inquadratura che rende quasi realtà questo sogno, quella è sicuramente la soggettiva. Preceduta solitamente da un primo o primissimo piano, la soggettiva tenta di farci stabilire un’empatia assoluta con il personaggio mostrandoci quanto accade proprio attraverso i suoi occhi. È un’inquadratura capace di trasportare lo spettatore all’interno della scena senza abbattere la quarta parete, ma andando a farla combaciare con il punto di vista del personaggio.

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Ma quando e come nasce questo particolare tipo di inquadratura?

Si può quasi dire che sia nata con il cinema stesso o poco dopo, anzi, diciamo pure che è stata uno dei suoi primi vagiti artistici. Se inizialmente già mostrare qualcosa sullo schermo di un cinematografo era qualcosa di strabiliante per un pubblico non avvezzo, pian piano gli artigiani della neonata Settima Arte iniziarono a cercare e creare soluzioni nuove e sperimentali per quella che di fatto si stava trasformando da “fenomeno da baraccone” in vera e propria arte.

Fu così che nel 1900 il britannico George Albert Smith propose la prima soggettiva della storia all’interno del suo “Granma’s Reading Glass”; un’inquadratura ancora in fase piuttosto embrionale, usata senza alcuno scopo narrativo ma soltanto per lasciare di stucco lo spettatore. In quel caso però non erano gli occhi del protagonista lo “strumento” impiegato, bensì una enorme lente d’ingrandimento con la quale il nipotino si divertiva ad indagare la stanza (e la stessa nonna!) e per mezzo della quale lo spettatore superava, seppur indirettamente, i confini dello schermo per la prima volta.

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L’idea riscosse un successo tale da essere “rubata” in Francia e negli Stati Uniti, così che si venne a creare un vero e proprio genere cinematografico in cui un personaggio guardava qualcosa attraverso qualcosa. Tuttavia parliamo ancora di una soggettiva che enfatizzava troppo sulla sua natura, forse ancora troppo lontana dallo strumento diegetico che conosciamo oggi.

Uno dei primi casi di soggettiva-narrativa, di sicuro uno dei più celebri, fu proposto da Carl Theodor Dreyer in “Vampyr – Il Vampiro” del 1932. Da poco era stata introdotta nei film la componente uditiva, e con questa si temeva una sempre crescente ricerca sul sonoro e un conseguente abbandono momentaneo della sperimentazione visiva. Il regista danese invece inserì nel suo lugubre lungometraggio un’intera sequenza in soggettiva durante la quale un vampiro vede il mondo da una finestra nella bara, mentre questa viene spostata.

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Dopo questa fase di esperimenti e novità, si sono sviluppate due scuole di pensiero attorno alla soggettiva: una americana che si prefissava di sfruttare sempre più il potere narrativo dell’inquadratura; ed una europea che invece voleva esaltarne il valore estetico/artistico. Fissati questi due “poli”, però, non sono mancati registi capaci di posizionarsi nel mezzo; Alfred Hitchcock ad esempio usava spesso tecniche come l’osservatore in movimento, che seguiva i movimenti del personaggio sempre tramite il suo sguardo; oppure la soggettiva dal parabrezza di una vettura.

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Uno degli italiani che hanno saputo sfruttare al meglio questa tecnica registica è stato Federico Fellini; alcune sequenze come quella all’inizio di “8 e ½” sono diventate iconiche e traspongono la soggettiva in un contesto irreale e onirico.

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Fra i registi contemporanei, Quentin Tarantino ha fatto largo uso dell’inquadratura, “inventando” anche il celebre trunk shot, una soggettiva dal basso del bagagliaio di una macchina (trunk, appunto).

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O ancora Gaspar Noé, il regista franco-argentino che nella pellicola “Enter the Void” datata 2009 è riuscito ad alternare quasi unicamente soggettive e semi-soggettive, inquadrature in cui la macchina da presa si pone immediatamente alle spalle del personaggio, che solitamente occupa la posizione centrale.

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