Come si fa a vincere un Oscar (o un qualunque altro premio)?

Come si vince un premio Oscar? La domanda potrebbe sembrare sciocca: ci vuole talento, molto talento, questo è fuor di dubbio, e anche un bel po’ di fortuna, ma di certo di formule non ce ne sono. Dopotutto i membri votanti dell’Academy sono più di 7000, e ciò dovrebbe garantire l’imparzialità dei premi Oscar, forse addirittura la loro oggettività, no? No. Nella realtà le cose sono parecchio diverse, e sebbene talento e fortuna giochino sì un ruolo importante, c’è un altro fattore fondamentale che va tenuto in considerazione.

Partiamo da un presupposto: gli Oscar garantiscono ricchi guadagni, anche a film che al botteghino hanno inizialmente stentato. Uno studio ha calcolato che per una pellicola ricevere una nomination come Miglior film significa un aumento degli incassi del 22%, a cui va aggiunto un ulteriore 15% in caso di vittoria. Mediamente, sono circa 35 milioni di dollari in più per il vincitore. Si tratta di numeri importanti, ed è chiaro che per i produttori ricevere almeno una nomination sia assai allettante. Non solo economicamente in senso stretto: gli Oscar garantiscono prestigio, e il prestigio è una moneta importante nell’industria cinematografica, che permette di puntare sempre più in alto.

Le case di produzione, dunque, cercano di spingere i loro film nella corsa agli Oscar, con vere e proprie campagne di marketing indirizzate ai membri dell’Academy. Si chiamano For your consideration (“Alla vostra attenzione”), e in apparenza sembrerebbe non esserci nulla di male. Ma se vogliamo essere sinceri significano una cosa sola: pagare per vincere. Non parliamo di spese di poco conto, ma di veri e propri capitali investiti per favorire il proprio film: una simile campagna può arrivare a costare anche 10 milioni di dollari.

For your consideration

Ma come si possono arrivare a spendere tanti soldi? La risposta potrebbe non piacervi, e distruggere per sempre l’idea che avete della magia che circonda la notte degli Oscar. In parte si tratta anche di strategie tradizionali piuttosto innocue, come l’acquisto di cartelloni a Los Angeles per consigliare di votare questo film o quell’interprete. Ma c’è molto, molto di più. Prima che venisse travolto dagli scandali sessuali, quando cioè era uno dei più potenti produttori al mondo, Vulture aveva indagato sulle campagne promozionali messe in atto da Harvey Weinstein nel corso degli anni, portando alla luce comportamenti a dir poco machiavellici. Vale la pena approfondire, perché le sue mosse sono esemplificative di come funzioni l’intero sistema.

Per Il mio piede sinistro (1989) organizzò proiezioni riservate ai membri dell’Academy dopo le quali si potevano incontrare gli autori e gli attori del film, e vennero addirittura disposte delle proiezioni al Motion Picture Retirement Home, casa di riposto riservata alle star di Hollywood, molte delle quali votano agli Oscar; gli uomini di Weinstein scoprirono persino dove altri membri dell’Academy andavano in vacanza, in modo da far comunque arrivare loro il film. Risultato: due premi Oscar e altre tre nomination, tra cui quella per il Miglior film. Nel 1996 gli agenti della Miramax inviarono a molti membri copie di Lama tagliente, per poi telefonare loro personalmente per promuovere il film e l’interpretazione di Billy Bob Thornton. Thornton vinse così la statuetta, e il film venne nominato anche per la sceneggiatura. Nel 1998 Weinstein era invece in corsa con due film: Shakespeare in love e La vita e bella: alcuni membri dell’Academy vennero pagati per convincere i loro colleghi della bontà dei film, mentre Benigni e John Madden, regista di Shakespeare in love, partecipavano ogni giorno a feste in loro onore dove potevano conoscere e farsi amici molti votanti. Forse finalmente ora riuscite a capire perché nell’anno di Salvate il soldato Ryan e La sottile linea rossa a vincere il premio per il Miglior film (oltre ad altri sei premi su tredici nomination totali) fu un filmetto come Shakespeare in love, e come Benigni fu capace di battere Edward Norton, Ian McKellen, Nick Nolte e Tom Hanks come Miglior attore protagonista. Nessun grande mistero, ma una campagna promozionale costata 5 milioni di dollari.

Potremmo andare avanti ancora a lungo. Ogni volta che Weinstein si è trovato con un film papabile per gli Oscar (evento piuttosto comune), si è sempre spinto un po’ più in là, arrivando in alcuni casi addirittura a screditare gli avversari. Nel 2003 Weinstein era coinvolto nella produzione di quattro dei cinque film candidati, ma il favorito era l’unico con cui non aveva nulla a che fare, Il pianista. Un uomo della Miramax allora ritirò fuori il vecchio scandalo di Polanski, definendo il regista polacco uno “stupratore” e un “molestatore di bambini”, e su internet emerse una deposizione alla polizia di trent’anni prima di Samantha Geimer, la ragazzina che nel 1977 accusò Polanski di violenza. Quell’anno vinse Chicago.

Weinstein

Questi sono solo alcuni dei casi più clamorosi, ma si tratta di tattiche usate ogni anno dalla Miramax. Non commettete però l’errore di credere che questa strategia fosse una prerogativa del mostro Weinstein, corruttore oltre che stupratore. Ogni casa di produzione ricorre a questi stratagemmi: proiezioni private, feste, incontri con il cast, invio dei film a casa, sponsorizzazione di articoli lusinghieri sulle riviste più importanti, diffamazione degli avversari. I produttori de I miserabili regalarono ai membri dell’Academy degli iPod con la colonna sonora del loro film, ad esempio. Ogni anno va in scena una vera e propria guerra nascosta, combattuta a suon di milioni. E di solito chi spende di più vince di più.

Ma non è nemmeno un problema dei soli Academy Awards. Anzi, proprio perché i membri dell’Academy sono numerosissimi e non tutti noti, gli Oscar garantiscono almeno una difesa minima contro questo fenomeno. Lo stesso non si può dire dei Golden Globes, i cui votanti sono solo 93 e tutti conosciuti. Un Golden Globe non vale quanto un Oscar, certo, ma promuovere un film per un Golden Globe è più facile, e si può lavorare individualmente sui singoli membri: nel 1999 si videro tutti recapitare orologi d’oro da parte dei produttori de La dea del successo come “promozione” dell’interpretazione di Sharon Stone nel film, che infatti venne candidata. Ma quando Helmut Voss, all’epoca presidente dell’Hollywood Foreign Press Association (l’organizzazione che presiede al premio), lo scoprì, obbligò tutti i membri a restituire il dono, e Sharon Stone non vinse nulla. Nel 2010 destarono sorpresa le candidature come Miglior film a The Tourist Burlesque, due delle pellicole più criticate della stagione (e a ragione). Saltò fuori che la Sony, coinvolta nella distribuzione di entrambi i film, aveva pagato ai votanti un viaggio a Las Vegas, con un concerto di Cher (protagonista di Burlesque) incluso.

Burlesque

Tutti questi premi hanno garantito un ritorno che ha ripagato le ingenti spese delle campagne For your consideration. A volte, però, l’obiettivo non è tanto economico, quanto di prestigio, poiché ricevere premi così importanti significa essere riconosciuti a pieno titolo nell’industria. Chi lo aveva capito bene è stato Netflix. Per diversi anni la piattaforma di streaming è stata malvista da chi faceva TV tradizionale da decenni: nessuno prendeva sul serio dei prodotti pensati esclusivamente per il web. Netflix però voleva cambiare le regole del gioco per imporsi come leader nel mondo della serialità, e per riuscirci aveva bisogno di un lasciapassare. E quale lasciapassare migliore del più importante premio televisivo al mondo, gli Emmy?

Nel 2013 Netflix decise di puntare forte sui suoi fiori all’occhiello, House of Cards e Arrested Development. Riempirono di cartelloni promozionali i quartieri abitati dai votanti agli Emmy, offrendo ai loro vicini piccoli omaggi (6 mesi gratuiti su Netflix, una donazione a loro nome alla Croce Rossa o dei buoni American Express) perché tenessero nei loro giardini poster che caldeggiavano la candidatura delle serie. In più si misero a offrire ai membri pasti gratuiti con un camioncino che ricalcava quelli di Freddy’s BBQ, il brand preferito dal personaggio di Kevin Spacey. Arrested Development e House of Cards riuscirono così a ottenere rispettivamente una e tre nomination, le prime di sempre per un prodotto web, e House of cards ottenne anche una statuetta, entrando nella storia. Altri due premi e sette nomination arrivarono per House of Cards, Arrested Development ed Hemlock Gove ai Primetime Creative Arts Emmy Awards, gli Emmy “tecnici”. Grazie all’investimento fatto, Netflix si traformò in un produttore a tutti gli effetti, rispettatissimo nell’ambiente, iniziando così il percorso che l’ha portato a rivaleggiare con le grandi produzioni hollywoodiane. Se oggi può lavorare con Scorsese e puntare agli Oscar è perché ha deciso di investire in una campagna promozionale per gli Emmy. Ovvero, semplificando: perché ha pagato per ottenere premi e nomination.

House of cards.

La realtà dei fatti è questa. I soldi non comprano la felicità, ma aiutano a vincere, e la qualità conta solo fino a un certo punto. Gli Oscar (e tutti gli altri premi) di solito vanno comunque a film di buon livello, o per lo meno discreti: di certo non si può convincere migliaia di persone a votare per un pessimo prodotto, indipendentemente da quanto si è disposti a spendere. Ma da un certo punto in poi sono i soldi a fare la differenza, e quando vi trovate davanti a un premio che proprio non riuscite a capire, potete iniziare a sospettare che forse quel film è stato spinto un po’ più degli altri.

L’Academy è ben consapevole di queste dinamiche, e di certo non le apprezza. Infatti è appena corsa ai ripari, vietando molte forme di promozione aggressiva finora accettate, a partire dalle proiezioni riservate. Ci saranno però alcune eccezioni: per il Miglior documentario e Miglior film straniero nulla cambierà, e agli eventi locali gli inviti a proiezioni saranno comunque ancora consentiti a tutti. Si tratta comunque di un primo passo per arginare l’eccessivo potere del marketing, e si spera che anche le altre associazioni seguano l’esempio.

Di sicuro, però, vista la quantità di soldi in ballo, c’è da pensare che i produttori troveranno il modo di aggirare queste regole, come hanno sempre fatto ogni volta che l’Academy ha provato a promulgare regole più severe. Vedremo come andrà nei prossimi anni. Finora la magica notte degli Oscar di magico ha avuto ben poco. Ma Hollywood è la fabbrica dei sogni, e per decenni ha saputo venderci un bellissimo sogno con cui nascondere ciò su cui essa davvero si fonda, sempre e comunque: non il talento, non la bravura, non il genio, ma il vil denaro.

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