Cinema e Psiche: cinque titoli per scoprire la mente (parte 2)

Proseguiamo questo nostro viaggio volto a esplorare le parti più nascoste della Psiche, intesa nella sua accezione più ampia di produttrice di pensieri, emozioni, fantasie, immaginazione e molto altro ancora. La scorsa volta (che potete recuperare qui) avevamo accennato a un certo legame con il Cinema, senza però entrare nel dettaglio di questa relazione. Adesso, proviamo a fare un passo ulteriore partendo proprio da alcune premesse necessarie.

È il 28 Dicembre del 1895 quando L’uscita dalle officine Lumière vede la luce. Girato da Auguste e Louis Lumière, il film viene mostrato al pubblico al Gran Café sul Boulevard des Capucines di Parigi. Uno spettacolo che presenta con brevi passaggi una realtà fenomenica, quotidianità più assoluta. Una rivoluzione a tutti gli effetti che cambierà la storia, aprirà porte a nuovi strumenti, arrivando anche alla spiegazione dell’illusione ottica mediante il fenomeno phi di Wertheimer.

Quattro anni dopo, nel 1899, Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, che come lui stesso definisce è “la via regia per la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicoanalisi”. Ecco che siamo davanti, insieme alla scoperta del processo primario, a un’altra importante rivoluzione.

Per Freud l’inconscio è qualcosa di profondo, in cui non esiste né tempo, né spazio e che, cosa più importante, è costituito da immagini. E allora vediamo come man mano i due mondi, Cinema e Psicologia, si uniscono. Immagini inconsce e immagini vivide del film che si sovrappongono creando storie. Il Cinema diviene una sorta di esperienza onirica, ma vigile e concreta in grado di farci viaggiare su binari diversi e volare verso realtà lontane. Partecipiamo a tutti gli effetti alla proiezione coinvolgendo tutti i nostri stati mentali, entrando dunque in sinergia con le nostre emozioni, ma anche ricordi e pensieri.

A un livello “meno profondo”, potremmo dire inoltre che il Cinema pone in evidenza un comportamento manifesto, leggibile grazie agli elementi restituiti attraverso quelle immagini che rappresentano talvolta la patologia o la stessa terapia.

Arriviamo quindi a presentarvi altre cinque pellicole, specificando che di film da analizzare ce ne sarebbero a profusione. Per tale ragione, se volete potete contattarci, anche sui profili social di chi scrive (al termine dell’articolo trovate i riferimenti) proponendo magari particolari lungometraggi di cui vorreste leggere un approfondimento simile.

E adesso, buona lettura!

…e ora parliamo di Kevin

e ora parliamo di kevin tilda swinton supermercato

Cominciamo questo nostro secondo appuntamento con la scoperta della Psiche attraverso il Cinema, analizzando …e ora parliamo di Kevin, film del 2011 di Lynne Ramsey con Tilda Swinton (Eva) ed Ezra Miller (Kevin). Il triste epilogo di questa storia lo conosciamo subito: Kevin si trova in carcere ed Eva, sua madre, lo va sempre a trovare. I loro colloqui sono però contraddistinti da profondissimi silenzi che sembrano non sbocciare mai. Da questo momento parte la narrazione, raccontando allo spettatore, in maniera piuttosto dettagliata, da dove nasca la decisione e la premeditazione del giovane adolescente di mettere in atto un piano mortifero.

Mettiamola così: fin dalle nostre primissime fasi di vita, noi instauriamo un rapporto “speciale” con la nostra figura di riferimento. Questo legame, che si chiama attaccamento, è alla base dei modelli operativi interni e delle nostre relazioni future (Bowlby e Ainswoth sicuramente ve lo avrebbero spiegato meglio). Diciamo anche, senza essere troppo specifici, che a seconda delle risposte che il caregiver offre alle esigenze del bambino e pertanto della relazione che si instaura, possiamo assistere a un attaccamento sicuro o insicuro. Il rapporto fra Eva e Kevin è sicuramente molto complesso e di privazione fin da principio, da quella emblematica scena in ospedale, in cui Kevin è raccolto fra le braccia del padre. La creatura diviene un peso, non è voluta. Il suo piangere costantemente diventa addirittura più fastidioso di un martello pneumatico ed Eva verbalizza e dimostra quanto la sua vita fosse così felice prima di quella nascita. Kevin sente, percepisce e interiorizza il mancato amore della madre e a quasi 16 anni, il suo unico scopo esistenziale è punire quella donna, esattamente come lei ha colpito lui non amandolo. D’altra parte, la cosa più vera che lei abbia mai fatto, secondo il ragazzo, è stata rompergli un braccio.

Kevin percepisce tutta la finzione che Eva ha messo per fare quella madre buona e così sfrutta tutti i mezzi e le persone in suo possesso per farla sentire ancora più inadeguata. Appare evidente come la relazione primaria con il caregiver abbia modificato tutto l’apparato delle relazioni oggettuali future, tanto che Kevin non ha rapporti con nessuno e non instaura relazioni vere. In …e ora parliamo di Kevin abbiamo principalmente attaccamento, famiglia disfunzionale, disturbo della condotta, il tema della maternità e depressione. La chiave è quando dopo due anni si rivedono in carcere e finalmente abbiamo un dialogo. Eva, nonostante si siano disintegrati le vite a vicenda, è sempre andata a trovarlo e allora lui può riconoscere finalmente una forma di amore. “Voglio che tu mi dica perché”, “Credevo di saperlo, ora non sono più sicuro”.

Shame

michael fassbender in shame nel letto

Con Shame ci spostiamo su tutt’altro versante. Film stupendo con Michael Fassbender (Brandon) e Carey Mulligan (Sissy), il tema trattato grazie al Cinema di Steve McQueen è quello della dipendenza sessuale (se volessimo essere più precisi, sex addiction), a cui si aggiunge quella affettiva e il controllo spietato per evitare di cadere nella debolezza dell’emotività, vero pericolo dell’esistenza.

A prima occhiata, Brandon è un giovane molto affascinante, benestante, amante dello sport e della pulizia, che presenta una dipendenza comportamentale. Contatta escort, frequenta locali per sesso occasionale, trascorre gran parte del suo tempo davanti a chat erotiche, ha stanze colme di riviste porno. Una vera e propria dipendenza da sesso che porta l’individuo, al pari di una sostanza, a ricercare il suo (s)oggetto del desiderio, talvolta pagarlo, provare un piacere immediato per poi cadere nell’oblio. Non conosciamo l’origine di tutto questo, pur potendo ipotizzare un passato difficile e sappiamo solo la sua impossibilità a costruire legami affettivi. Brandon vive la sua dipendenza trovando comunque un equilibrio, calibrando anche quel sentimento di vergogna (shame) che nasce dal giudizio altrui. Ma tale stabilità va in frantumi con l’arrivo di Sissy, la sorella che improvvisamente occupa casa sua. Lui algido persino nell’atto erotico, lei in continua ricerca di un affetto travolgente. Ad unirli un’impossibilità/incapacità di amare gli altri (lui) e di amare se stessi (lei); vuoti interiori e condotte per sentirsi ancora una volta vivi (lui con il sesso, lei con il taglio); una morte metaforica (lui) e una palesata (lei). Un folle bisogno di amare e sentirsi amati.

Melancholia

melancholia nel prologo del film di lars von trier

Secondo film della Trilogia della depressione di Lars von Trier, Melancholia si presenta diviso in tre parti, il cui fil rouge è l’Apocalisse per mano dell’avvicinarsi e schiantarsi del pianeta Melancholia sulla Terra. I quasi otto minuti di prologo sono un’esplosione di simboli e metafore grazie ai quali il regista ci presenta il destino dei personaggi attraverso lo slow motion, proprio per rappresentare quel rallentamento depressivo melanconico e quella sensazione di affossamento dipinti durante tutta la pellicola. Si aprono le danze e inizia il Cinema di Lars von Trier con il primo capitolo dedicato a Justine (Kirsten Dunst) e il suo matrimonio. Un incipit chiaro della patologia della donna, dove emergono i primi sintomi, la sofferenza e il contesto familiare e sociale così freddo (la madre cinica, le insistenti richieste di lavoro, il bambino che regala un coltellino, funzionale per proteggersi nella fantasia, ma non dalla realtà).

Justine palesa tutto il suo dolore, il cui “banale” esito con l’impossibilità di fuga trova l’espressione massima nella separazione dal marito: non sarebbe potuta andare diversamente, “Cosa ti aspettavi?”. Continuando, la depressione della donna si manifesta ampiamente nella seconda parte, il capitolo dedicato a Claire. Lo stato melancolico, di assoluta anedonia, apatia, mancanza di stimoli vitali, di morte metaforica è presente e franco. Per poi arrivare alla risoluzione dell’analisi di Lars von Trier che si ritrova nel dualismo: Justine con la sua mancanza di piacere iniziale e Claire, spaventata dall’arrivo di Melancholia, la rappresentazione della depressione. La prima è come se fosse legata a M., ne trae piacere, perché se per gli altri è distruzione, per lei è la fine della sofferenza sulla Terra cattiva. Poi la chiosa con il dialogo finale, quando Claire tenta di esorcizzare la morte chiedendo alla sorella di bere un bicchiere di vino e ascoltare buona musica, mentre Justine, che finalmente sta meglio e si sta liberando con l’avvicinarsi della fine, preferisce accogliere la verità.

Mr. Jones

mr. jones richard gere

Piccola premessa: Mr. Jones è un film che sotto un profilo psicologico e deontologico fa sicuramente storcere il naso (fosse anche solo per la relazione amorosa fra paziente e terapeuta). Tuttavia risulta utile per mostrare al grande pubblico le manifestazioni cliniche del Disturbo Bipolare, motivo per cui è stato inserito in questa lista. Nel film di Mike Figgis uscito al cinema nel 1993, il protagonista (Richard Gere) presenta la tipica alterazione dell’umore e conseguente compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Mr. Jones, difatti, inizia con quello che clinicamente si definisce episodio maniacale (umore patologicamente elevato, espansivo, irritabile, incremento dell’energia,…), spesso falsamente additato da chi osserva come una felicità particolarmente marcata, per poi dirottare su quello depressivo. A questo, si aggiunge anche un’importante riflessione sulla sofferenza del paziente e del mancato amore causato dalla condizione. La dimostrazione sta nell’uccisione psichica dell’ex compagna e il tentativo di rimettere in atto il medesimo meccanismo anche con l’attuale oggetto di infatuazione, la dottoressa Bowen (Lena Olin). Sicuramente non un ottimo film, ma un buon spunto di riflessione sotto tanti punti di vista.

Still Alice

una scena di still alice con julianne moore

Qualcuno probabilmente giudicherà la scelta di Still Alice come bizzarra, ma fidatevi, non è così. La storia di Alice Howland (interpretata magnificamente da Julianne Moore, vincitrice dell’Oscar come Migliore attrice per questo film) è di grande ausilio per conoscere meglio la realtà che si nasconde e palesa dietro l’Alzheimer, patologia neurodegenerativa. La forma qui presentata è piuttosto precoce, considerando che la protagonista ha appena 50 anni e la diagnosi investe totalmente la sua esistenza e quella della sua famiglia. Grazie a questo frammento di Cinema e soprattutto alla performance attoriale, noi spettatori percepiamo vividamente il senso di smarrimento e la determinazione della donna nel continuare a cercare una via di salvezza, laddove il morbo avanza inesorabilmente. Tutto ciò che Alice ha costruito nel corso del tempo inizia a sgretolarsi, nonostante sia ricca di risorse. Il declino cognitivo e delle funzioni primarie diviene sempre più rapido e si trova costretta ad apprendere “l’arte di perdere ogni giorno”. Seguiamo con lei le tappe della patologia, partendo dai deficit di memoria, per poi passare a quelli del linguaggio e dell’orientamento, fino alla perdita delle funzioni elementari. Di notevole rilevanza diventa anche il supporto familiare. La reazione del marito, che nonostante le sia vicino è consapevole che la vita debba andare avanti e dei figli spaventati, che però la sostengono e tentano di stimolare la sua memoria. Consapevole della sua perdita di identità, Alice tenterà persino di affidare il suo futuro alla sua “ex” lei tramite un computer, senza fare i conti che a quel punto neanche questo potrà esserle di aiuto.

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