Blade Runner, analisi di un universo persistente visto da due prospettive

Cerchiamo di analizzare l’universo di Blade Runner facendo riferimento ai due film sull’argomento, quello di Scott e quello di Villeneuve.

Nel 1982, quando uscì il primo Blade Runner, il mondo si avvicinava alle soglie del nuovo millennio. Quel misto di ansia, eccitazione, desiderio e paura che investiva un’umanità proiettata verso il futuro invase la fantascienza del periodo. La creazione di universi fantastici, mondi dalle tecnologie rivoluzionarie e dalle condizioni di vita più agevoli fu la base per i film del genere. Immaginare il futuro in quegli anni voleva dire guardare con speranza quello che si preannunciava il Nuovo Mondo, mettendo da parte le paure immotivate. Salvo alcune eccezioni, il cinema si fece portatore di un’ideologia ottimistica e fondamentalmente illuministica.

Trentacinque anni dopo, nel 2017, l’umanità si trova ad affrontare una situazione completamente diversa da quelle auspicate. Il mondo non è migliorato, anzi, sembra peggiorato, diviso com’è fra guerre infinite, governi deboli e difficoltà economiche. Di tutte le innovazioni tecnologiche nessuna somiglia a quelle sognate dai pionieri della fantascienza. Il presente è scuro, e la speranza di fine XX secolo ha fatto posto ad un pessimismo diffuso, che fatica a ritrovare la speranza per un futuro che sembra sempre più buio. La fantascienza si è trovata in evidente difficoltà, e a ben vedere le idee che animano il genere sono profondamente diverse da quelle precedenti.

Blade Runner, analisi di un universo persistente visto da due prospettive

Nel primo Blade Runner, Deckard (Harrison Ford) si muoveva in una Los Angeles dai colori saturi, in grado di offrire ai suoi abitanti tutte le comodità di cui essi avevano bisogno. Il paesaggio cittadino era dominato da megaschermi pubblicitari, palazzi altissimi e negozi in cui trovare di tutto. In esso, il protagonista si muoveva a suo agio, alla ricerca di quattro replicanti illegali, con l’intento di ritirarli (un eufemismo che significa ucciderli). Già la scelta del protagonista è una precisa dichiarazione di intenti: Harrison Ford rappresentava l’eroe hollywoodiano, l’uomo duro dal cuore tenero, in grado di amare e combattere per ciò in cui crede. L’attore arrivava dalle esperienze di Guerre Stellari e Indiana Jones ed aveva costruito intorno a sé un preciso immaginario.

Un protagonista sicuro di sé nonostante le tematiche trattate era sintomo di una risolutezza condivisa da gran parte del cinema fantascientifico del periodo. Mentre i replicanti (e il pubblico con loro) si chiedevano implicitamente qual è il limite fra umano ed artificiale – una differenza più strutturale che esteriore –, Deckard continuava per la sua strada, deciso a portare a termine il suo compito. Un personaggio deciso e mai titubante, eccetto nei suoi rapporti con la replicante Rachael, di cui si innamora. Su questo rapporto Ridley Scott costruisce gran parte dell’ambiguità del film. A Deckard importa poco degli altri replicanti: creature illegali e pericolose che vanno ritirate, ma Rachael non è come loro. Per la prima volta Deckard tentenna, fino a decidere di salvare la donna amata, anche se ciò va contro la legge.

Blade Runner, analisi di un universo persistente visto da due prospettive

Lo spostamento di prospettiva operato da Villeneuve è radicale. Influenzato da quel pessimismo tipico del nuovo millennio di cui dicevamo sopra, il regista cambia completamente registro. L’ambientazione è molto simile a quella originale, ci troviamo di nuovo in una Los Angeles colorata e piovosa, i cui fumi invadono lo schermo. Questa volta però, seguiamo le vicende di un Blade Runner particolare: l’agente K (Ryan Gosling) è un replicante di ultima generazione. Questo espediente consente a Villeneuve di costruire il film su un conflitto interno, prima che esterno. K mette continuamente in dubbio la propria identità, mentre il confine fra umano e artificiale diventa talmente sottile che le due categorie si confondono.

Il conflitto fra personaggio ed ambiente esterno, tema principale del primo Blade Runner, diventa in Blade Runner 2049 secondario rispetto all’attenzione rivolta ai personaggi e ai loro conflitti interni, da intendere sia come singoli che collettivi. In questo senso, la scelta di mettere un replicante a caccia di replicanti dà alla pellicola quello sfondo di guerra civile che è uno dei temi fondamentali del mondo contemporaneo. Se Scott aveva diviso nettamente il conflitto fra due categorie precise: umani contro replicanti, Villeneuve espande il confronto inserendo scontri fra gruppi sociali che ormai hanno perso la propria identità. Umani e replicanti collaborano, replicanti si scontrano con altri replicanti e così via. La Los Angeles di Blade Runner 2049 è sempre sull’orlo del baratro.

Blade Runner, analisi di un universo persistente visto da due prospettive

Un elemento condiviso da entrambi i film è il cinismo che riguarda la vita umana sulla Terra. Sia in Blade Runner che in Blade Runner 2049 la natura è completamente assente. Il paesaggio è completamente artificiale, opprimente, scuro e piovoso. Dicevamo dell’ottimismo della fantascienza di anni ’80/’90: Ridley Scott sa bene cosa attiri il pubblico in quegli anni, eppure se ne allontana per larghi tratti. Se Blade Runner è ottimistico, lo è nella rappresentazione di un protagonista deciso, nel suo modo di analizzare la love story fra Deckard e Rachael e nella sua re-interpretazione degli stilemi del noir classico americano. Eppure, nella sua analisi dell’ambiente esterno, il film di Scott è cinico ed ambiguo. Se è vero che la città offre ai suoi abitanti tutto ciò di cui essi hanno bisogno, è anche vero che l’umanità rappresentata nella pellicola è apatica, assente ed assuefatta dalla tecnologia.

Blade Runner 2049 non è molto lontano dall’estetica del suo predecessore, eppure si spinge ancora avanti nel momento in cui K arriva in una Las Vegas distrutta e desolata. Qui c’è un collegamento visivo e narrativo fra i due film. L’incontro tra K e Deckard è fortemente simbolico, carico di referenzialità e metatestuale. Il vecchio che incontra il nuovo, diffidente e spaventato. Un incontro non privo di rischi, eppure necessario, perché l’eredità di Blade Runner non può essere dimenticata. A distanza di trentacinque anni, l’universo creato da Ridley Scott continua a sorprendere e ad affascinare vecchi e nuovi spettatori.

Blade Runner, analisi di un universo persistente visto da due prospettive

Entrambi i film sono connotati da scelte coraggiose che ne hanno fatto dei flop economici ma dei successi di critica. Ridley Scott riuscì a costruire un prodotto che muovendosi sul terreno del noir americano impiantava degli elementi innovativi ed in controtendenza rispetto alla moda del periodo. Denis Villeneuve ha realizzato un film lontano dalle logiche produttive ed estetiche del cinema commerciale nonostante il suo sia un prodotto, come quello di Scott, destinato al grande pubblico. Due esempi di coraggio e decisione di cui il cinema ha bisogno ieri come oggi. Un capolavoro (il primo) e un ottimo film (il secondo), ma chissà, forse col tempo parleremo di due capolavori.

Leggi la nostra recensione di Blade Runner 2049

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