Attori italiani: una scuola in crisi rispetto al resto del mondo

Attori italiani: una scuola in crisi rispetto al resto del mondo

Le nuove generazioni di attori del nostro Paese stanno provando a difendere la nostra grande tradizione nell’interpretazione, decadente negli ultimi anni

L’era delle serie Tv e del binge watching hanno reso fruibili una grande vastità di opere cinematografiche e televisive, di registi e attori provenienti da tutto il mondo.

Le nuove piattaforme, come ad esempio Netflix, poi ti offrono la possibilità di selezionare varie lingue e sottotitoli. Questo ha permesso un immediato confronto con le nostre produzioni.

La prima osservazione rilevante di quando si passa dal doppiaggio alla versione originale è di quanto siano molto più credibili le interpretazioni degli attori. Da questa prima impressione nasce questa riflessione che può ovviamente non essere condivisa, ma che merita di essere approfondita.

Interpretare un ruolo è una materia complessa, richiede preparazione, fisicità, passione e un animo sensibile molto particolare. Aprire le porte della percezione e mettere in scena attraverso il proprio corpo un’altra persona è il ruolo dell’attore. La nostra tradizionale scuola di recitazione è sempre stata un punto di riferimento mondiale, ma negli ultimi anni le figure attoriali italiane hanno subito un totale abbassamento di qualità, sia nel doppiaggio e sia in scena.

Monicelli diceva che un bravo attore si vede quando non si vede che è un attore, sembra un gioco di parole, ma è così, l’attore si deve trasformare nel personaggio a tal punto da essere un tutt’uno. Lo studio di questa materia complessa nel ‘900 è stato ampiamente approfondito da maestri come Konstantin Stanislavskij, Eugenio Barba, Luca Ronconi.

Perché quando si vedono personaggi come Tomas Shelby (Cillian Murphy) o Vanessa Ives (Eva Green) si resta attratti magneticamente da loro e quando invece ci troviamo a vedere un prodotto di casa nostra il distacco con la finzione è immediato?

I nostri attori con quelle espressioni finte, barocche, soprattutto nella commedia, il classico sguardo con gli occhi di fuori ad esempio, segnano il decadimento della parte. I registi spesso si trovano a lavorare sul togliere, perché tra gli attori c’è la moda di mettere troppi registri espressivi su un personaggio, tale da renderlo inevitabilmente meno veritiero.

Un attore come James Gandolfini ne I Soprano riesce incredibilmente a farci immedesimare nel personaggio, Wagner Moura interpreta Pablo Escobar con grande empatia, mentre nei nostri prodotti seriali, legati soprattutto alla criminalità, i personaggi negativi hanno tutti più o meno la stessa espressività, lo sguardo “imbruttito”, il volto sempre teso, un linguaggio dialettale più teatrale che realistico.

Marco Palvetti, in Gomorra, forse è una delle poche eccezioni nel nostro panorama, peccato che il suo personaggio non abbia avuto uno sviluppo maggiore, il suo Salvatore Conte è stata una grande mancanza per i fan della serie.

Lo studio sul linguaggio, inoltre, in produzioni fuori dal nostro Paese è molto accurato, se si vede il caso di Peaky Blinders, è notevole, ogni personaggio cambia accento in base alla sua provenienza, sembra di ascoltare un concerto di un’orchestra, dove diversi strumenti compongono un’unica melodia.

Un piccolo “risveglio” c’è stato in produzioni con giovani attori negli ultimi anni, film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Non essere cattivo”, “Veloce come il vento” hanno visto la nascita di una nuova classe di attori come Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Marta Gastini, Matilda De Angelis. Ma poi l’industria nostrana ti sfrutta all’infinito, attori ora molto richiesti che rischiano di bruciare un po’ della loro carriera per lavorare in progetti meno inerenti alle loro caratteristiche.

Una serie di eccellenza come Boris, ci mostra tutti i cliché e i retroscena di un mondo decadente, dove l’arte passa in secondo piano in un’industria del ridicolo, dai produttori, ai registi, agli attori. Una serie comica che è lo specchio della realtà. C’è bisogno di una rivoluzione.

Il discorso è molto più ampio di quanto analizzato fino ad ora e la materia è in continua evoluzione, il mondo della finzione richiede dedizione, studio e capacità, purtroppo la bravura non è sempre motivo di scelta per l’interpretazione di un ruolo.

Leggi anche il nostro approfondimento sulla serializzazione della produzione nel Cinema

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