Quarant’anni fa, il cinema di guerra e, più in generale, il mondo della settima arte cambiavano per sempre: il 10 maggio del 1979, al Festival di Cannes, veniva proiettato Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola.
Oggigiorno è molto semplice elogiare l’incredibile complessità, visiva, lirica e persino morale di questa pellicola, unanimemente considerata una delle migliori di genere bellico assieme a Salvate il Soldato Ryan, Full Metal Jacket e La sottile linea rossa.
Tuttavia, la stessa casa produttrice del film la United Artists, fu inizialmente restia a far proiettare l’opera a Cannes prima dell’uscita prevista, in qualche modo “temendo” una possibile reazione negativa da parte della stampa; poche settimane prima, peraltro, Apocalypse Now era stato mostrato in una sorta di anteprima a 900 persone, ricevendo un’accoglienza tutt’altro che positiva.
Alla fine, però, Coppola l’ebbe vinta e la storia, come si dice in questi casi, gli diede ragione: contro ogni previsione, il film vinse la Palma d’Oro ex aequo con Il tamburo di latta e, ben presto, fu riconosciuto come il capolavoro che è.
La potenza di un film come Apocalypse Now, del resto, non sta solo nelle sue straordinarie scene di guerra, ma, paradossalmente, risiede soprattutto nelle scene dove, di guerra in senso stretto, ve n’è ben poca. E’ semplice concordare sulla forza magistrale della prima parte dell’opera, dove Benjamin Willard (Martin Sheen), insignito della segretissima missione di scovare ed eliminare il Colonnello Walter Kurtz (Marlon Brando), si unisce ad un gruppo di soldati ed inizia la sua personale versione dell’Odissea.
Tutti ricordano, del resto, il leggendario arrivo degli elicotteri sul campo di battaglia, accompagnati dalla Cavalcata delle Valchirie, nonché l’attacco dei bombardieri con il napalm e la celeberrima ostinazione del Tenente Colonnello Bill Kilgore (Robert Duvall) nel voler fare surf sulla spiaggia appena “liberata”. Già nella sua prima parte, Apocalypse Now ha tutto per essere un film storico.

Ma, come detto, man mano che i minuti (e sono tanti) scorrono, la reale complessità dell’opera di Coppola si svela: man mano che Willard ed i suoi compagni si avventurano nelle profondità della giungla vietnamita, si imbattono in situazioni via via sempre più irreali: prima hanno occasione di partecipare ad un grottesco spettacolo sponsorizzato da Playboy, dove ben presto le conigliette rischiano l’aggressione da parte degli allucinati soldati, salvo poi, più tardi, essere barattate per del carburante.
In un secondo momento, dopo aver massacrato un intero gruppo di civili vietnamiti a causa di una incomprensione linguistica, raggiungono un ponte al confine con la Cambogia, dove un intero plotone di soldati americani è costretto, dall’alto comando, a ricostruire una posizione che ogni notte viene demolita dall’artiglieria nemica; si tratta di una sorta di distorta visione della tela di Penelope, utile per mostrare la follia della guerra e l’ottusità degli ufficiali.
Ma è solo quando il gruppo di soldati raggiunge finalmente la destinazione, che la vera potenza visiva di Apocalypse Now si svela realmente: Walter Kurtz ha infatti costruito un imponente culto della propria personalità, attorniato da schiere di seguaci totalmente proni al suo dovere e pronti, se necessario, ad uccidere anche nei modi più barbari. E agevole comprendere come, più che un “semplice” film di guerra, l’opera di Coppola sia in realtà un lento, inesorabile viaggio negli abissi della mente umana, un’analisi spietata della follia. E’ l’Apocalisse, la fine del mondo come la conosciamo.
E’ qui che la ben nota ispirazione da parte del capolavoro di Joseph Conrad, Cuore di Tenebra, si fa sentire: Willard, inviato in missione ad uccidere un dissidente, è davvero il “buono”, in questa storia? Kurtz, un ex eroe di guerra, ribellatosi all’alto comando proprio per la sua ottusità, è realmente un pazzo assassino, oppure c’è della lucidità nella sua follia? Non c’è, probabilmente, una vera risposta ed è proprio questo che preme a Francis Ford Coppola: dimostrare l’ambiguità dell’essere umano e la difficoltà, talvolta, nel separare nettamente bene e male, ragione e follia. Anche per questo, Apocalypse Now è un film da vedere e rivedere.









