Nel 2012 un film sconvolse il pubblico di tutto il mondo: si trattava di Amour, l’undicesimo film diretto da Michael Haneke.
Il celebre regista austriaco presentò il film al Festival di Cannes dove, tre anni prima, aveva conquistato la Palma d’oro con Il nastro bianco.
Per il film di Haneke c’erano enormi aspettative, ampiamente ripagate e, infatti, il film si aggiudicò la Palma d’oro, la seconda della carriera del regista, che entrò a far parte di quel gruppo di allora 7 registi che sono riusciti a ottenere per ben due volte il massimo riconoscimento del festival francese.
Il successo di Amour, tuttavia, non terminò con il premio ottenuto al Festival di Cannes. Dopo di esso, infatti, il film fece incetta di premi in tutta Europa fino ad arrivare a vincere, senza alcuna sorpresa, il Premio Oscar come miglior film straniero.
Il film di Michael Haneke è riuscito subito a ritagliarsi un ruolo importante nella storia del cinema contemporaneo e figura in testa, o nelle prime posizioni, di molte classifiche di riviste e testate specializzate riguardanti i migliori film del decennio 2010-2019 o, anche, del XXI secolo.
Il cinema di Michael Haneke ha sempre avuto un pregio fondamentale: quello di porsi come latore di una verità oggettiva, priva di sovrastrutture e priva di alcun addolcimento. Mai fittizio, ma non per questo documentaristico, Michael Haneke ha conquistato la critica europea sin dal film di esordio, Il settimo continente.
Rigido e inflessibile, lo stile del regista austriaco ha fatto rapidamente scuola nel cinema europeo e, oggi, un’inquadratura statica sembra voler comunicare, per forza di cose, un senso di “perturbante”.
Tragedia in tre atti che si consuma quasi esclusivamente all’interno di un appartamento dell’alta borghesia francese, lo stesso appartamento già protagonista di Funny Games e del capolavoro Niente da nascondere, Amour è un film dalla chiara impostazione brechtiana (non esiste un film di Haneke che non lo sia) che rappresenta l’amore incondizianto fra una coppia di anziani.
Ma il regista porta, per la prima volta nella sua carriera, al massimo del potenziale l’utilizzo dello spazio chiuso in cui si svolge la vicenda del film.
AMORE e SOFFOCAMENTO
L’ambiente di Amour soffoca ed è soffocato. Gli elementi dell’appartamento della coppia degli anziani professori di musica ingombrano lo spazio, fisico e mentale, dei due coniugi, soffocandolo e trasformandolo in una gabbia priva di aria in cui marito e moglie sono costretti a far fuoriuscire gli ultimi respiri di un amore durato una vita.
Allo stesso tempo, però, l’ambiente dell’appartamento è soffocato dalla presenza della coppia composta da Emmanuelle Riva (Anne) e Jean-Luis Trintignant (Georges). Una presenza che, con il deteriorarsi della malattia di Anne, ruberà sempre di più l’aria e, soprattutto, lo spazio dell’inquadratura fino a soffocarla per poi liberarla, improvvisamente, con la morte di Anne.
Amour è, a tutti gli effetti, un film sul soffocamento. Un soffocamento che è sia visivo sia concettuale, ma che non si fa manifestazione esplicita di crudeltà, come in molti altri film di Michael Haneke. Si manifestazione concreta e inoppugnabile di amore.
Il regista austriaco, infatti, non insiste più di tanto sulla crudeltà delle relazioni che la coppia di coniugi intrattiene, relazioni perlopiù fittizie e ipocrite, ma insiste invece sulla autenticità del sentimento amoroso. Un sentimento amoroso agli ultimi respiri, ma che, fino alla fine, si dimostra tale.
AMORE e MORTE
Amour è il film più sottile di Michael Haneke. Sottile perchè, a differenza che in film come La pianista, Funny Games o Il nastro bianco, è anti-spettacolare sia nelle azioni dei personaggi sia nel climax che compone.
In Amour le sequenze di azioni dei personaggi non assumono per forza di cose un significato, sono azioni della quotidianità reiterate e ripetute che raccontano la verità oggettiva, una verità che non ha per forza un significato estrinseco, ma che costituisce la migliore prova di vita e di amore.
L’unico strappo alla legge della quotidianità (non crudele, ma reale), non a caso, è il soffocamento di Anne da parte di Georges. Un soffocamento che rappresenta forse l’unica “anomalia” del film di Haneke, ma che si pone come una delle testimonianza più grandi, più dolorose e più sincere di amore nella storia del cinema. Dopo la morte di Anne, infatti, Georges annulla se stesso fino a scomparire. Non sapremo mai che fine ha fatto, anche se lo possiamo facilmente dedurre. La sua esistenza è stata legata, fino al gesto più amorevole che potesse compiere, legata all’amore per Anne, un amore che non ha età e, a dispetto della chiusa e opprimente ambientazione del film, non conosce confini.
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