American Psycho: 5 motivi per riscoprire la follia con Christian Bale

I serial killer sono sempre stati un soggetto caro al cinema: la mente di uno psicopatico esercita sempre un certo fascino. Ma American Psycho è diverso dai soliti thriller. Ne riprende gli schemi, i cliché, ma rivela molto di più. La follia di Patrick Bateman è solo una parte di un essere umano complesso, immerso in una società malsana e agghiacciante. Tra gli uffici di Wall Street e i ristoranti di lusso, il film racconta con amara ironia, alternata a scene decisamente macabre, la psicosi di un’intera società.

Per questo American Psycho ha ottenuto nel tempo un grande successo, fino a diventare iconico: l’immagine di Bateman con l’impermeabile trasparente, l’accetta in mano e il viso coperto di sangue è quasi un emblema dello psicopatico. Ma ecco 5 motivi per apprezzare e riscoprire American Psycho.

1. La “fantasia horror infantile” di Bret Easton Ellis

Patrick Bateman parla a telefono nel suo ufficio

Prima che un film del 2000 di Mary Harron, American Psycho è un libro: la storia si basa infatti sul romanzo pubblicato nel 1991 da Bret Easton Ellis. Si tratta dell’opera più famosa dell’autore americano, ma rischiò di non arrivare mai al pubblico.

Alla fine degli anni ’80 Ellis era al centro dell’attenzione: nel 1985 era uscito il suo romanzo di esordio, Meno di Zero, che aveva conquistato il mondo dell’editoria. A soli 20 anni, Ellis era considerato uno degli autori che avrebbero costituito il nuovo volto della società americana, la voce della cosiddetta “no-generation”. Nel 1989 si vociferava di un nuovo lavoro di Ellis, ambientato nel mondo del business.

Nel 1991 il manoscritto di American Psycho arrivò alla casa editrice Simon & Schuster, che aveva pubblicato anche il romanzo precedente: fu concordata la pubblicazione. Ma le polemiche arrivarono ancor prima dell’uscita: un critico stroncò in anteprima American Psycho sul Times, definendolo “una fantasia horror infantile”L’accusa era alle scene troppo violente descritte in prima persona da Patrick Bateman. La casa editrice subito decise di annullare la pubblicazione. Si scatenò un vero e proprio caso mediatico, in cui l’opinione pubblica si schierò dalla parte di Ellis chiedendo di poter leggere il romanzo, prima di giudicarlo. E così fu, fortunatamente, con l’editore Vintage.

In realtà l’accusa del Times è comprensibile, ma è l’essenza di American Psycho: il romanzo è ricco di descrizioni dettagliate che però vanno da elementi frivoli e superficiali della vita di Bateman ai suoi efferati omicidi. L’apparenza e la violenza sono poste sullo stesso piano, esasperate fino a renderle surreali e parodiche e, infine, banalizzate. Alle critiche, Ellis rispose semplicemente: “se a qualcuno il romanzo non piace è perché non gli piace il decennio di Reagan, questi Anni Ottanta coi loro yuppies, il loro cinismo, la loro amoralità.”

2. Poteva avere un altro regista e… Leonardo DiCaprio

Bateman con un cd in manoAnche il film ha avuto un iter complesso. Mary Harron ha sempre avuto le idee chiare: per il suo Patrick Bateman voleva Christian Bale. Tuttavia la produzione non era d’accordo. Nel 1997 era uscito Titanic e Leonardo DiCaprio era in piena ascesa. Entrò quindi a far parte del progetto, nonostante la regista non fosse d’accordo.

Harron pensava infatti che DiCaprio fosse troppo giovane per la parte, e che i suoi fan fossero in gran parte adolescenti: non proprio il tipo di pubblico a cui American Psycho doveva rivolgersi. Per questo motivo, la produzione decise addirittura di cambiare regista: venne infatti affidato l’incarico ad Oliver Stone. Tuttavia, Stone e DiCaprio iniziarono ad avere delle divergenze creative e non riuscirono a trovare un accordo. Così la produzione decise di richiamare Harron e di lasciare che il ruolo di protagonista andasse a Bale. Il resto è storia.

3. La preparazione di Christian Bale

Patrick Bateman mentre si allena

Christian Bale è famoso per la sua abilità di modellare il proprio fisico per adattarlo ai ruoli: basti pensare a quando, in pochi mesi, passò da pesare 55 kg in L’uomo senza sonno ad 86 kg per Batman Begins. In un personaggio come Patrick Bateman l’aspetto fisico è fondamentale: il killer presta moltissima attenzione alla salute, alla prestanza fisica e alla cura della pelle. Bale dovette ottenere un corpo perfettamente tonico, muscoloso, adatto alle manie del personaggio.

Bale si è dovuto trasformare: ha seguito un rigido allenamento fisico e una dieta ferrea. La regista Harron ha raccontato che l’attore mangiava “solo pollo alla griglia”. Ma per diventare Patrick Bateman il fisico non basta: non è facile calarsi nei panni di uno psicopatico con tendenze omicide. La produzione voleva un personaggio che sembrasse un marziano, un essere proveniente da un altro pianeta che cerca di confondersi tra gli umani.

Ma trovarono una fonte di ispirazione particolare: Tom Cruise. Bale ha raccontato di aver visto Cruise ospite al David Letterman Show e di aver pensato che la sua energia fosse quella da imitare per rendere al meglio il personaggio. Tra l’altro nel romanzo di Ellis, Tom Cruise è proprio il vicino di casa di Patrick Bateman. Sarà una coincidenza?

4. Patrick Bateman e la critica sociale

Patrick Bateman si toglie una maschera faccialeIndubbiamente è proprio il personaggio di Patrick Bateman il fulcro di American PsychoNarcisista a livello patologico, ossessionato dal pulito e dall’ordine, violento pluriomicida: tutto questo si nasconde nella vita di un agiato consulente finanziario di New York, elegante e rispettabile. Bateman ammette di indossare una maschera nella sua quotidianità, di non provare alcun tipo di emozione reale. Sono una maschera i suoi abiti impeccabili, il suo taglio di capelli perfetto, il suo fisico curatissimo, il suo modo di parlare: nella scena della sua routine mattutina lo vediamo togliersi anche fisicamente una maschera per il viso, un’efficace metafora del suo personaggio.

Ma Bateman non è soltanto uno psicopatico insensibile e violento. In lui c’è molto di più. Patrick è scisso in un dualismo: da una parte un bisogno di controllo, di dominio, di superare gli altri, che si traduce anche in atteggiamenti violenti; dall’altra dei comportamenti che sono, in modo stereotipato, visti come femminili, come la cura dell’estetica, e forse anche un’omosessualità repressa. D’altra parte il rapporto che Patrick ha con le donne non è mai di amore, ma sempre di possesso e oggettificazione.

In questo dualismo, Bateman non riesce mai ad inserirsi veramente tra i suoi colleghi; è sempre visibile lo sforzo che fa per omologarsi, non riesce mai ad ottenere realmente il rispetto che brama. Se la prende quindi o con persone che considera socialmente inferiori, come senzatetto o prostitute che esaltano le sue manie di grandezza; oppure con chi rappresenta per lui un obiettivo irraggiungibile, come Paul Allen.

Inoltre, Bateman riesce ad essere sé stesso solo quando uccide: con le sue vittime non ha più bisogno di fingere. Inizia quindi a far vedere le sue paranoie, le sue armi nascoste, le sue perversioni e fantasie. Ma inizia anche a parlare: confessa, per esempio, la sua conoscenza musicale. Uccide Paul Allen sulle note di Hip To Be Squared di Huey Lewis & The News, che poi finge di non conoscere con l’investigatore; racconta la sua ammirazione per Whitney Houston senza vergnogna, nonostante le risate di Elizabeth. Descrive l’evoluzione dei Genesis di Phil Collins, lasciandosi andare alle hit più romantiche.

La psicosi di Patrick Bateman è lo sfogo di una personalità repressa, costretta in un ruolo fatto solo di estetica e apparenza. Costretto ad essere altro da sé, ha bisogno di sfogare tutta la sua personalità, e lo fa con delle esplosioni violente e terribili. E’ uno psicopatico quando uccide, ma è alienato e sottomesso quando vive.

5. Il finale di American Psycho

Una scena del finale di American PsychoIl finale di American Psycho può confondere, risultare ambiguo. Lo spettatore arriva a chiedersi cosa ci sia di vero, cosa abbia realmente commesso Patrick e cosa invece è solo frutto della sua mente. Ci sono due possibili risposte.

La prima interpretazione è che Patrick non abbia mai commesso omicidi. Nella parte finale, in effetti, assistiamo ad eventi che sono decisamente surreali: il bancomat che richiede di essere nutrito con un gatto o le automobili che esplodono. Sicuramente Bateman ha delle allucinazioni. Potrebbe effettivamente essere tutto falso? Ha delle fantasie violente, testimoniate dai disegni che la segretaria trova, ma Paul Allen è vivo così come tutte le altre vittime. Per questo l’avvocato ignora la confessione e tutto continua normalmente. Si tratterebbe di un lieto fine; Bateman ha capito di avere delle allucinazioni e forse questo ha anche placato i suoi attacchi. Può semplicemente tornare alla sua vita.

Ma sarebbe un finale, sebbene sorprendente, piuttosto debole. La seconda interpretazione è sicuramente più interessante: Patrick è realmente colpevole di tutti gli omicidi, semplicemente non interessa a nessuno. I broker sono tutti identici tra loro: stessi abiti, stessi modi e stessi tagli di capelli. Addirittura si scambiano continuamente tra di loro, confondendosi. È perfettamente plausibile che l’avvocato abbia visto qualcuno a Londra e l’abbia scambiato per Paul Allen. A nessuno interessa indagare più a fondo finché all’apparenza è tutto nella norma. L’appartamento di Allen, riempito da Bateman di cadaveri, viene ripulito senza contattare la polizia per poterlo rivendere subito senza problemi.

In questo caso, per Bateman si rivela un finale tragico. Con la sua confessione, il killer sperava in una liberazione: tutti avrebbero saputo chi fosse realmente, avrebbe potuto smettere di fingere e liberarsi della sua maschera, nonostante questo significasse perdere ogni ruolo. Forse uscire da quella società dell’immagine significa per lui la vera catarsi. In questo modo, invece, il suo supplizio aumenta: è definitivamente convinto di non potersi omologare agli altri, ed è anche consapevole di essere condannato a fingere per sempre.

La realtà è che il mondo degli yuppies in cui Bateman vive è basato solo su elementi esteriori e frivoli: l’importante è che tipo di persone frequenti, in quali locali ceni e come ti vesti. Non è importate chi sei, neanche se sei un pluriomicida. È un mondo assolutamente superficiale in cui tutti vedono e nessuno guarda. In cui Bateman può portare in giro cadaveri sanguinanti e verrà notata solo la marca prestigiosa del borsone in cui li nasconde. In cui si analizza con attenzione un biglietto da visita ma non si distinguono le persone. In questo spirito ipocrita, falso e consumistico, anche un serial killer passa piuttosto inosservato. È questa la realtà più inquietante che American Psycho ci racconta.

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