Si avvicina la primavera, quale momento migliore per rinnovarsi e scoprire cose nuove? Il senso delle serie TV, dopo tutto, sta molto in questo concetto. Rinnovamento di pensieri, gusti, idee. Iniziamo dunque questa rubrica per evidenziare cinque serie TV da recuperare, riscoprire o approfondire ulteriormente ogni mese. Queste sono le 5 serie TV da vedere su Netflix per riempire e scaldare il mese di marzo. Andiamo ad elencarle in ordine puramente casuale e assolutamente senza spoiler!
The Good Place (2016-2020)

Di recente Netlix ha reso disponibile la stagione finale di The Good Place. Lo diciamo senza paura di smentita: The Good Place è probabilmente la miglior sitcom degli ultimi dieci anni. Eleanor, interpretata da una Kristen Bell nella sua miglior versione, muore in un supermercato dopo essere stata travolta da una pila di carrelli. Si ritrova nella “parte buona” dell’aldidlà, ma c’è un errore: lei è una ragazza egoista che non ha mai compiuto una buona azione in vita. Il suo obiettivo sarà quello di non farsi scoprire e, in seconda battuta, di diventare una persona migliore. In realtà, però, non è tutto come sembra in partenza.
La serie di Michael Schur – già fra gli autori di The Office – convince per l’originalità, il tono, i tempi comici di un cast in stato di grazia e le citazioni popolari continue (ci si chiede quanto i protagonisti di Friends meritino il Paradiso, ad esempio). Le quattro stagioni sono divertenti anche per la capacità di ribaltare continuamente il punto di vista dello spettatore con i colpi di scena. Ma la bellezza di The Good Place sta soprattutto nell’aspetto filosofico, introdotto e coltivato gradualmente fino alla sorprendente stagione finale: la serie è un inno alle seconde possibilità e una critica alla rigida dicotomia “buono-cattivo”. È in buona sostanza una riflessione sul senso della vita e un omaggio al valore della morte. Dopo quattro stagioni di risate, sul finale non mancherà qualche lacrimuccia di fronte all’epilogo più spirituale e ottimista che una sitcom abbia mai proposto.
Unbelievable (2019)

Spostiamoci dalla spensieratezza post-morte alla brutalità della vita reale. Unbelievable è una miniserie basata su una sequenza di stupri che avvenero fra il 2008 e il 2011 fra lo stato di Washington e il Colorado. Prima di tutto abbiamo Marie, accusata dalla polizia di aver mentito circa la violenza sessuale subita. Dopo il primo episodio, il settaggio narrativo si apre e si concentra sulle indagini di due detective su altri episodi di violenza. Il percorso per la verità sarà tortuoso. Unbelievable racconta con efficacia le conseguenze psicologiche e sociali di uno stupro. Conquista l’attenzione dello spettatore attraverso l’indignazione che segue al primo caso: l’arroganza e la superificialità della polizia porta Marie a ritirare la denuncia. Sono poi le due investigatrici donne, la cui sensibilità è evidentemente diversa, a riprendere in mano la situazione.
Unbelievable centra uno degli aspetti più delicati relativi alla violenza sulle donne: la fisiologica difficoltà a denunciare e a rendersi credibili alle istituzioni. Il titolo significa letteralmente “incredibile”, “non credibile”, quindi “non creduta”. La battaglia delle investigatrici non si svolge dunque solo contro le aggressioni, ma di fatto contro un sistema che non aiuta le vittime a trovare la propria voce. Gli autori optano per una regia delicata e quindi rispettosa, mai scabrosa o sensazionalista. Sono poi le interpetazioni a supportare l’insieme: la giovane Kaitlyn Dever è fra le attrici più interessanti in prospettiva. Le poliziotte sono portate in scena da attrici del calibro di Toni Collette e Merrit Wever.
Il club delle babysitter (2020 – in corso)

Il titolo un po’ più ricercato – per quanto possibile nel contesto mainstream di Netflix – che vogliamo proprovi è Il club delle babysitter. Cinque ragazze delle scuole medie avviano un’attività di babysitter nel Connecticut e consolidano la loro amicizia. Lo show Netflix Original si rivolge in maniera diretta alle ragazze e ai ragazzi preadolescenti, cosa tutt’altro che frequente. È un racconto in chiave comedy dell’amicizia e dello spirito di collaborazione che assume senz’altro un valore educativo, ma conservando allo stesso tempo la sua natura ribelle. Molto curata nell’estetica, a tratti vagamente glamour, questa serie al femminile tocca una vasta gamma di tematiche di una certa importanza con una discreta semplicità.
Kristy, Marie Anne, Claudia, Stacey e Dawn sono diverse fra loro ma funzionali e affiatate; sono tutte in grado di parlare alla varietà di personalità che riempe le scuole. Ma attenzione: non è una serie per bambini, è invece una visione gradevole e leggera adatta a tutti. Il club delle babysitter pone però l’accento su una fascia d’età spesso poco considerata dall’audiovisivo, per lo meno a certi livelli, e se un adolescente può ritrovarsi in tanti prodotti lo stesso non si può dire per chi ha pochi anni in meno. Nonostante qualche passaggio leggermente troppo retorico, la serie di Rachel Schukert, remake dell’omonimo show del 1990, caratterizza le ragazze del 2020 con intelligenza e va a creare il prodotto più adatto possibile al buon umore.
The Story of Diana (2017)

Fra le serie TV da vedere su Netflix non può mancarne una documentaristica. The Story of Diana va incontro a chi non ha troppo tempo da spendere: è infatti una miniserie in due parti da poco più di un’ora. Nel 2017 la ABC, a 20 anni dalla scomparsa di Lady D., realizza questo prodotto principalmente per evidenziare una tendenza: la principessa, ex moglie di Carlo, si sta ormai trasformando da fenomeno popolare a personaggio storico. Diana Spencer è forse la donna più iconica del ‘900 e, a prescindere dalle personali e legittime opinioni su di lei, sulla monarchia e sui fatti sociali, vale la pena per curiosità e cultura rivivere parte dello scorso secolo attraverso le vicende che la riguardano. Anche considerato il successo di The Crown, poi, il tema risulta sempre attuale.
The Story of Diana fa un buon utilizzo delle immagini d’archivio e delle interviste e delinea per tappe la storia della rivoluzionaria principessa. Emerge il profilo di una donna dolce, gentile, forte e dalla notevole e inegnua intelligenza emotiva. È chiaro attraverso questo documentario – non che non si sapesse già – quanto Diana riuscì a svecchiare la monarchia, odiata e considerata antiquata negli anni ’80 dal popolo britannico, per poi avvicinarla nuovamente alla gente. The Story of Diana riesce inoltre a ribaltare il cliché della fiaba regale in un primo tempo percepita dalle persone: il matrimonio dei genitori di William e Harry fu uno dei più tristi che si ricordino, soprattutto per lei.
Skins (2007-2013)

Skins rappresenta un anno zero nella linea temporale dei teen-drama. Uscita nel periodo di The O.C. e Gossip Girl, questa serie britannica si assume la responsabilità di fare ciò che in precedenza si faceva poco: raccontare gli adolescenti per quello che effettivamente sono. Nessun moralismo, nessuna patinatura. Skins, difatti, affronta temi delicati come il consumo di droghe, i disordini alimentari, i disturbi di personalità e la scoperta sessuale. Ne risulta una serie scalmanata e ironica, a tratti grottesca ma anche riflessiva, malinconica e giostrata da personaggi completi e credibili. Nello specifico seguiamo tre generazioni di ragazzi – ogni due stagioni c’è il ricambio del cast – frequentanti gli ultimi due anni di scuola a Bristol, città inglese nota per essere fra le più attive in termini di “movida”.
Il titolo è un termine gergale che indica la carta leggera utilizzata per girare le sigarette e gli spinelli, ma significa ovviamente anche “pelli”. Qui sta la doppia natura dello show: c’è l’aspetto provocatorio e quello che ti resta addosso, ovvero quello che arriva al cuore e alla testa dei ragazzi, raccontati nella loro solitudine e nei loro processi di crescita. Oggi abbiamo Euphoria, dramma adolescenziale con Zendaya considerato il più crudo racconto della tossicodipendenza e della degenerazione morale dei giovani: inutile dire quanto questo processo sia iniziato con Skins ad opera del network E4 e di un gruppo di sceneggiatori di vent’anni. Alcuni dei giovani e bravissimi attori, poi, si sono affermati anche sul grande schermo: su tutti spiccano Dev Patel e Nicholas Hoult. Skins è il cult per eccellenza del nostro approfondimento e il più sincero ritratto dei giovani anni ’00.
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