Squid Game: l’assurda storia vera che ha ispirato la serie Netflix

La nuova stagione della serie Netflix, ormai divenuta un cult grazie ai numeri della prima stagione e alla conferme che stanno ricevendo le nuove puntate, ci ha stupito più che mai con azzardi molto riusciti e un finale che lascia tutti col fiato sospeso. A destabilizzare ancor di più sono alcune indiscrezioni secondo cui Squid Game sarebbe ispirato a eventi realmente accaduti: è la verità?
Una immagine dei detenuti nel centro di Brothers Home seguita da un frame di Squid Game.

132 milioni di spettatori in tutto il mondo nei primi 25 giorni di messa in onda! La seconda stagione di Squid Game ha decisamente convinto il pubblico. Il regista Hwang Dong-hyuk è riuscito a sostenere il peso delle aspettative, seppur altissime, creando una serie carica di tensione e pathos, violente e spietata, un prodotto riuscito che continuerà a far parlare di sé. Ultimamente infatti, nuove voci di corridoio hanno fatto presuppore che il gioco ricreato sia in realtà ispirato a eventi realmente accaduti. Cerchiamo di scoprirne di più!

Squid Game è effettivamente ispirato a una storia vera?

Per quanto assurdo e illogico sia il gioco attorno cui si srotola la trama della serie targata Netflix, nessuno avrebbe pensato che potesse essere realmente basato su fatti di cronaca. E invece spiazzano alcune supposizioni secondo cui alcuni eventi avvenuti nella Corea del Sud degli anni Ottanta possano aver ispirato la realizzazione della serie. Bisogna però premettere che nessuna notizia risulta tuttora ufficiale; non c’è stata dunque alcuna conferma dalla troupe della serie, tuttavia le teorie sono molteplici e noi analizziamo qui la più plausibile nonché quella maggiormente accreditata.

Chiaro come uno degli obiettivi della serie sia anche porre l’accento sull’acuta disparità economica della Corea del Sud. Parasite di Bong Joon-ho è stato il film che per primo ha cercato di far luce su questo processo, ma Squid Game mostra come dietro un Paese in rapida ascesa economica si nasconda una fascia di popolazione estremamente povera. La netta divisione tra ceti porta una struttura sociale (e culturale) molto particolare. Questa disparità affonda le radici innanzitutto negli anni ’50, durante la Guerra di Corea e la successiva divisione in stato del Nord e del Sud, e in seguito nel fulmineo sviluppo economico del Paese.

Nel 1981 il Presidente ChunDooHwan ordinò alle autorità di reprimere il vagabondaggio – complice l’imminente euforia per i Giochi Asiatici del 1986 e per le Olimpiadi del 1988, il Paese doveva essere quanto più pronto e presentabile a eventi del genere e il suo blasone sarebbe dipeso anche dall’abbassamento del tasso di povertà -; vennero dunque istituiti dei centri di assistenza sociali nelle grandi città, adibiti all’accoglienza dei senzatetto, che sarebbero stati poi seguiti in un processo di reintegrazione in società.

Il più grandi di questi centri era Brothers Home, nella città di Busan, con a capo il governatore Park In-keun. Da indagini locali è emerso che questo centro d’accoglienza non fosse altro che un campo di concentramento in cui venivano imprigionati disabili o personaggi scomodi al governo. I detenuti erano costretti ad abusare di altri detenuti o a subire i soprusi dai “capi plotone” della struttura. Ufficialmente 657 sono morte all’interno della struttura, ma l’opinione collettiva è che il numero sia in realtà molto più alto.

Park In-keun fu condannato nel 1987, a soli due anni e mezzo di carcere.  Alcuni detenuti sono rimasti imprigionati a Brothers Home dal 1981 al 1987. Al momento non è stata scongiurato l’ipotesi di un crimine commesso dallo Stato: le indagini sono ancora in corso. Dietro questa macabra storia ci sono tutte le contraddizioni di un Paese che nasconde due facce diverse della stessa medaglia. Squid Game contribuisce a farle vedere. Intanto se non avete ancora guardato la serie Netflix vi consigliamo di farlo. Anzi, abbiamo qualcosa da dirvi su quel pazzesco finale di stagione!

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