Top 5 Gian Maria Volonté: i ruoli del cinema politico anni settanta

Gian Maria Volonté: quasi novant’anni dalla nascita, trentacinque di onorata carriera e un immenso impegno a 360 gradi nell’ambito del cinema per raccontare la vita di un paese in transizione: l’Italia. Un attore che, tra televisione e cinema, con una presenza magnetica e camaleontica, ha smontato pezzo per pezzo i grandi temi degli anni di piombo, dalle vicende politiche e di potere più intricate fino alla dura realtà che si respirava nel mondo delle fabbriche. E non solo.

Fu proprio accanto al grande e onorato impegno del fronte politico che Volonté seppe ritagliarsi un indimenticabile respiro internazionale all’interno della “Trilogia del Dollaro”, l’eclatante esempio di Sergio Leone che fa scuola.

E da quel grande titolo, lo start di una carriera che gli ha sempre permesso di essere circondato da professionisti del cinema, come il direttore della fotografia Vittorio Storaro, i compositori Ennio Morricone e Piero Piccioni, lo scenografo Dante Ferretti e lo sceneggiatore Ugo Pirro. Altrettanto celebri sono state le sue collaborazioni a livello di direzione registica: Francesco Rosi, Damiano Damiani, Sergio Sollima, Mario Monicelli, Elio Petri e tanti altri ancora.

Ecco quindi la nostra top 5, un viaggio tra i titoli che più hanno contribuito a renderlo protagonista dell’iconica stagione del cinema politico italiano.

5) Banditi a Milano – Carlo Lizzani (1968)

Banditi a Milano
Volete che vi reciti tutte le rapine che ho fatto? Una per una?

Sullo sfondo della Milano di fine anni sessanta, pullulante come molte altre città di disordini e crimini, si snoda la vicenda di Carlo Lizzani ispirata alla banda Cavallero; una storia che mette in scena, con Volonté nei panni del capo banda (Pietro Cavallero) il colpo sanguinoso al Banco di Napoli. Un film che, passo per passo, quasi con una componente neorealistica propria di Lizzani, ricostruisce e indaga la dinamica del colpo, dai suoi primi germogli fino al successivo arresto della banda. A fianco di Tomas Milian (Basevi), Volonté si cala mimeticamente nei panni del criminale torinese, affiancando alla propria performance un atteggiamento beffardo e di pura immedesimazione. Possiamo dire che, a tutti gli effetti, Banditi a Milano è tra le ultime esperienze degli anni sessanta che più hanno contribuito a diversificare l’apporto cinematografico di Volonté – prima di entrare a capofitto all’interno del filone politico.

4) Sacco e Vanzetti – Giuliano Montaldo (1971)

Sacco e Vanzetti
Io volevo solo parlare di giustizia

Ecco uno dei tanti ruoli biografici che l’attore intraprenderà nel corso della carriera, dal giovanile Uomo da Bruciare (Orsini, Taviani 1962), fino a Il caso Moro, più maturo. Ora, di fronte a un enorme salto indietro nella storia, si va a ricordare un episodio di corruzione e malagiustizia: quello di Sacco e Vanzetti. Come raccontato nel film, i due, rispettivamente interpretati da Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, vengono ingiustamente incarcerati, dopo essere passati per un processo fantoccio, colpevoli di essere italiani e di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato. “Un passato maledetto” come lo definisce il suo Vanzetti nel monologo del film.

3) Todo Modo – Elio Petri (1976)

Todo Modo
No! Io non sono avido, io sono una persona onesta. Io non rubo, io non manco ai patti.

Tra i più freddi e spietati ritratti politici di Elio Petri, Todo Modo si aggiudica sicuramente il primo posto. Penultimo titolo del regista, e ultima collaborazione con Gian Maria Volonté, Todo Modo è “liberamente ispirato” al romanzo di Leonardo Sciascia, ultimo dei numerosi adattamenti che vari registi avevano proposto per il grande schermo; fu tuttavia un altro romanzo dello scrittore siciliano a legare entrambi sulla scena cinematografica: il A Ciascuno il suo del 1967. Nel nostro caso però, le performance di Volonté e di Mastroianni, rispettivamente nei ruoli de Il presidente e don Gaetano, raccontano tutt’altra storia: un feroce attacco alla sregolatezza del sistema politico dei tempi. Il pretesto di alcuni “esercizi spirituali” che, una volta all’anno, richiamano in una struttura tutti i grandi esponenti politici, permetteranno di portare alla luce un’immensa e, purtroppo, per lungo tempo dimenticata performance del maturo Volonté.

2) La Classe Operaia Va In Paradiso – Elio Petri (1971)

Gian Maria Volonté
Ecco, tra una balla e l’altra, 30 lire in meno

Negli anni settanta, lo sguardo impegnato di Petri non ha perso occasione di approfondire anche la dura realtà dentro le fabbriche italiane. In particolar modo, con La classe operaia Va in Paradiso, il regista dirige un Volonté instancabile, un operaio (Ludovico Massa) di Milano che vive del proprio impiego al tornio, guadagnando a cottimo e spingendosi al limite delle proprie forze fisiche per portare a casa il massimo dello stipendio. Un film che, attraverso la sostenuta sceneggiatura di Ugo Pirro e dello stesso Petri, denuncia i ritmi deleteri di un ambiente in piena espansione come le fabbriche, tra sindacati e lotte sociali fuori dai cancelli. E oltre a tutto questo, non si perde di vista l’impatto psicologico di un ritmo di vita così pressante sullo stesso personaggio, mal sopportato dai colleghi e ormai totalmente incapace di sostenere una vita familiare sana. Un’interpretazione quella di Volonté che lo vede staccarsi dal solito ruolo “egemone” offerto da Petri, e che ora lo vede al fianco di una classe operaia rappresentata nella sua alienazione.

1) Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – Elio Petri (1970)

Indagine su un cittadino al di sopra

Quando si parla di cinema politico italiano, uno dei titoli che forse più di tutti tendiamo a ricordare è proprio Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Chi ha recentemente avuto modo di recuperare Ennio, il documentario di Giuseppe Tornatore, ricorderà anche le prove musicali del compositore sui primi incisivi cinque minuti di film dove Volonté, un dirigente legato alla questura, va a far visita alla sua amante. Da lì a poco – per riassumere in breve la trama del film – la ucciderà con il puro piacere di disperdere varie tracce sulla sua presenza al momento dell’atto; ma proprio perché troppo ovvi, e per questo scandalosi, gli indizi a suo carico cadranno lentamente nel dimenticatoio, fino a che verranno accusati altri innocenti. La critica al potere della repressione si intreccia all’atmosfera straniante e grottesca che qui permea il racconto dall’inizio alla fine, grazie a una narrazione senza fronzoli, decisamente asciutta.

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