È ormai da un paio di giorni che vado in giro per l’81esima edizione di questo Festival di Venezia per racimolare – ora leggendo, ora conversando – quanti più pareri possibili su Disclaimer, la nuova serie di Alfonso Cuarón con protagonisti Cate Blanchett, Kevin Kline e un inedito Sacha Baron Cohen. Soprattutto mi interessavano i pareri femminili. Perché, devo dirlo, Disclaimer mi ha messo come in uno stallo fatto d’imbarazzo, nell’incapacità di decidere se quanto ho visto sia stato, oltreché efficace, anche ciò che doveva e, a ben guardare, si riproponeva di essere.
Nel mezzo di tanti pareri ho sentito più di una ragazza definirlo addirittura il prodotto dell’ennesimo “uomo che odia le donne“. Ecco a questi livelli non mi trovano proprio d’accordo, e non c’è neanche bisogno di guardare al perché, basti guardare alla filmografia di Cuarón per fugare ogni dubbio. Ma ripeto, un imbarazzo permane. Perché sono figlio del mio tempo e perché a dirla tutta lo è anche Cuarón, ché altrimenti non avrebbe realizzato una serie del genere. E allora è proprio la natura stessa di Disclaimer, il modo in cui instilla il dubbio in ciascuno di noi, a farmi sorgere una domanda, che lascerò aperta a chi sta leggendo. Ma prima di arrivare alla domanda, partiamo dalla premessa. Partiamo dal Disclaimer.
Disclaimer è già tutto nel titolo
Spiegare il nucleo, i difetti come anche e soprattutto i pregi di Disclaimer senza fare alcun tipo di “spoiler” è cosa molto difficile. È un percorso a ostacoli. Perché Disclaimer è una serie che per sei puntate parla (apparentemente) di una cosa, e solo nell’ultima rivela come parlasse (e abbia sempre parlato) di tutt’altro. È uno di quei prodotti in cui il twist ending finale insomma, porta a rivalutare a ritroso l’essenza stessa, il quid, il tema e le ragioni di esistenza dell’intero prodotto. Partiamo dal nucleo, dicendo tutto senza dire niente.
Disclaimer parla (essenzialmente) di victim blaming e gaslighting, due pratiche portate relativamente di recente all’attenzione del pubblico più vasto, con cui il patriarcato e i suoi figli sani ribaltano la percezione e autopercezione delle vittime di stupro e violenza. In altre parole, una serie di comportamenti e discorsi rivolti più o meno direttamente alla vittima, che porta a colpevolizzarla e nel peggiore dei casi (ma tutt’altro che raro) autocolpevolizzarsi per la violenza subita. Per capirci, chiedere: “Aveva una gonna corta? Aveva bevuto?“, sono le frasi più in voga fra i victim blamer. Tutto questo per spiegarla (male, probabilmente) ai profani del tema, ché altrimenti non andiamo avanti.
Prima di gridare allo spoiler sappiate che di questo, del tema dello stupro, Cuarón ci avverte prima ancora di qualunque scena, prima ancora che il titolo giganteggi a caratteri cubitali. Ce lo dice, appunto, con un “disclaimer”, che fra l’altro si ripete anche due volte, prima di ognuna delle due metà in cui la serie è stata divisa a Venezia 81: “Le immagini che seguono contengono scene di stupro, violenza sessuale, fisica e psicologica. La visione è consigliata a un pubblico adulto“. Apparentemente è un classico disclaimer, nel senso che lo spettatore lo percepirà come un’avvertenza che sì, lo mette in guardia, gli anticipa parte dell’intreccio. Ma come qualunque disclaimer, non fa propriamente parte dell’intreccio stesso; non è, come spiegarvelo… anche quello parte della sceneggiatura. Soprattutto perché dopo aver letto questo, noi Disclaimer continuiamo a guardarlo per quattro, cinque, sei episodi; ma non ci imbattiamo mai in una scena di stupro.
Disclaimer, per permettere a voi di continuare a leggere e a me di non fare spoiler: tutto quanto supposto in precedenza è falso, è figlio di un pregiudizio consolidato all’interno di una visione ricorrente delle cose. La nostra. La mia. La vostra.
Il problema dei tre corpi

Mostrato il disclaimer e poi appunto il titolo a tutto schermo – DISCLAIMER – vediamo dipanarsi tre linee narrative. La prima: un ragazzo giovanissimo e solare compie un viaggio in Italia, dove incontra e scatta delle foto a una donna molto più grande di lui (e con un figlio), che lo seduce in un gioco di attrazione fatale. La seconda: un povero professore del liceo (Kevin Kline), vedovo e senza più un lavoro, trova delle vecchie fotografie scattate dal figlio in un viaggio in Italia anni prima e un vecchio dattiloscritto della sua defunta moglie, una sorta di romanzo di fiction ispirato dalle stesse foto con cui la povera madre aveva cercato di spiegarsi la scomparsa prematura di suo figlio. La terza: una giornalista ambiziosa e di successo (Cate Blanchett) riceve un libro da un misterioso mittente, un libro che la terrorizza, con cui crede la vogliano ricattare per i suoi lavori d’inchiesta, perché le ricorda qualcosa di terribile che sarebbe successo in passato e che avrebbe causato la morte di una persona.
Aggiungere alcunché a queste premesse (tutte contenute nel primo episodio) significherebbe anticiparvi troppo. Vi basti sapere, come immaginerete, che i tre piani sono collegati. Vi basti sapere che del personaggio di Cate Blanchett vengono accentuati i caratteri freddi, che generano immediata ritrosia e antipatia: gelida, spregiudicata, ricca, estremamente interessata al suo lavoro e ben poco a suo figlio. Di Kevin Kline invece, e del solare ragazzo, vengono accentuati i caratteri caldi, che generano un senso pena in chi guarda o di simpatia nel senso greco del termine, di simpatizzare con loro: gentilezza, innocenza, oppure perdita e lutto, vecchiaia, principi morali saldi, umiltà e morigeratezza dei costumi.
Disclaimer: tutto quanto supposto in precedenza è falso, è figlio di un pregiudizio consolidato all’interno di una visione ricorrente delle cose. La nostra. La mia. La vostra.
Anatomia di un pregiudizio

Con questo insieme di elementi, torniamo ora alla domanda. Disclaimer è una serie sicuramente molto più stratificata – nella tecnica, come nei temi – di come si sia presentata qui. Ma ciò che mi interessa affrontare qui sono due cose: il tema del victim blaming, quello più autoevidente; l’operazione di dissimulazione narrativa con cui Cuarón ha giocato per tutto il tempo con lo spettatore. Mi spiego meglio. Credo esistano tutta una serie di opere in cui lo spettatore pensa costantemente di essere colui che osserva, ma in realtà è l’osservato. Se un film è generalmente un laboratorio di studio che guardiamo dal di fuori, in queste specifiche opere i topi da laboratorio siamo noi e il fine è quello di farci guardare dal di dentro. Di farci sentire anche un po’ in colpa se vogliamo. Anatomia di una caduta (almeno per ciò che ha interessato me, qui invece la recensione da Cannes), è un esempio perfetto: crediamo che a essere sotto processo sia Sandra Hüller, ma in realtà i veri imputati siamo noi e i nostri pregiudizi nei suoi confronti, che ci spingono a pensarla colpevole prima ancora che qualunque prova sia venuta alla luce.
Disclaimer fa una cosa simile e il tutto si gioca nei primissimi minuti del primissimo episodio. Cuarón ce lo dice da subito, con il titolo, con il poster ad asterisco, dappertutto: “Sto per farti un enorme disclaimer, tienilo a mente“. E quel disclaimer è: “Questa serie contiene scene di stupro“. Poco dopo, un personaggio secondario in una scena che non vi sto a spiegare, apparentemente superflua e invece tutt’altro che secondaria (centrale, semmai), fa un discorso sul problema dello sguardo e del giudizio. Fondamentalmente dice che ognuno di noi, nel momento in cui osserva un fenomeno e ne trae un giudizio, sarà sempre influenzato da un pregiudizio, per quanto cerchi di tenerlo a bada.
Se è vero che viviamo in una società patriarcale, molto del nostro pregiudizio sarà patriarcale. Molti uomini per esempio, ci dice la serie, preferiranno sapere la propria compagna stuprata piuttosto che sapersi cornuti. Quindi, proviamo a riformulare il disclaimer di Cuarón: “Questa serie contiene scene di stupro. Se in tempo per la fine ti sarà sembrato che nessuna lo fosse, c’è un problema“. Anche tu, spettatore illuminato e decostruito, hai un problema. Forse perché non hai ascoltato abbastanza, forse perché hai guardato solo la parzialità di un’immagine, forse perché il modo stesso in cui guardiamo qualunque tipo di immagine è influenzato da ciò che il nostro sguardo è portato a captare. Il modo in cui il nostro sguardo si posa su alcune cose e ne esclude del tutto altre, anche quello è frutto di un pregiudizio. Questo, trovo, il punto focale di Disclaimer.
Disclaimer: il modo stesso in cui avete guardato questa serie è falsato, è figlio di un pregiudizio consolidato all’interno di una visione ricorrente delle cose. La nostra. La mia. La vostra.
Il rischio boomerang di Disclaimer

Per me l’operazione di Cuarón è stata questa. Gridarci incontrovertibilmente, e fin dall’inizio, dove fosse importante guardare. Darci tutti gli elementi, farci quasi da guida affinché non cadessimo nell’errore di assumere una visione figlia di pregiudizi. È come un cartello giallo con su scritto: “Attenzione, pavimento scivoloso, non correre“. E poi bombardarci di continui stimoli nel campo laterale, nelle code degli occhi; costringerci a correre, correre alle conclusioni, testare quanto tempo ci basti per dimenticarci di un’avvertenza chiara e tonda e farle subentrare i nostri pregiudizi, la nostra parzialità di visione, la nostra soggettiva assolutamente dittatoriale. Risposta: ci vuole pochissimo.
Disclaimer è come un pavimento scivoloso con un cartello grosso come una casa e l’unico modo per imparare è cadere e sbattere la testa finché non fa male davvero. È come quei video ASMR (non so se vi ci siete mai imbattuti) in cui una ragazza spara una lucina nell’angolo in basso a destra e ti dice di guardare in quello in alto a sinistra, e per quanto ti sforzerai, prima o poi cadrai in errore e ti farai accecare dalla lucina. Per quanto mi riguarda, Cuarón ha costruito l’intera serie con questo obiettivo: fregarci, farci cadere in errore e attraverso questo sbatterci in faccia, in tempo per il finale, le proporzioni reali dei nostri pregiudizi, che pesano tanto di più sulle nostre coscienze quanto più grande era stata l’avvertenza iniziale. La differenza fra Cuarón e la ragazza ASMR è questa: lui non stava sussurrando, stava gridando. E comunque non l’abbiamo ascoltato, perché i pregiudizi gridavano troppo più forte.
E qui, finalmente, la domanda, o i dubbi che lascio aperti, se vogliamo, a chi vedrà Disclaimer. L’operazione di Cuarón è senz’altro puntuale, efficace nella lezione che impartisce allo spettatore. Ma visto che è proprio Disclaimer a sollevare il problema dello sguardo, del cosiddetto gaze, e visto che questo è un tema particolarmente discusso in relazione alla riappropriazione femminile delle rappresentazioni di genere, mi sembra giusto che a essere problematizzato sia anche lo sguardo di chi Disclaimer l’ha girato. E allora mi chiedo: perché ancora una volta è un uomo, in questo caso Cuarón, a sobbarcarsi la responsabilità di prendere parola per le donne su temi che riguardano il più delle volte delle donne? Come faccio, io uomo che sto recensendo il prodotto di un altro uomo, a essere sicuro che non ci stiamo sbagliando entrambi, che non debba essere un altro il modo di affrontare questo tema? E perché ho l’impressione che quando questo avvenga, quando sia un uomo a parlare di certi temi, il più delle volte sia interessato più all’operazione, per quanto efficace, che al tema? Perché l’adattamento di Disclaimer romanzo, scritto da una donna, Renée Knight, viene affidato alla scrittura e regia di un uomo? E perché Disclaimer serie, che vuole parla essenzialmente di una cosa, per sei episodi su sette non ne parla? O meglio, passa molto più tempo a costruire il labirinto, piuttosto che prenderselo per approfondire il “mostro” che vi risiede all’interno?
Non sono domande vuote; racchiudono invece tutto il senso di Disclaimer. Cui ribadisco questa obiezione finale: operazione efficace, certo, ma sempre operazione e come il più delle volte accade, compiaciuta. Palpabilmente compiaciuta. E allora mi chiedo quanto sia utile, in questo momento storico, dare a noi uomini l’ennesima occasione di compiacerci (di noi stessi e a vicenda, appuntandoci medagliette l’un l’altro) e non, alle donne, di parlare per se stesse. Visto che ancora una volta, se ho capito bene, questo era tutto il senso di Disclaimer.
Tutto quanto avete letto in questa recensione è inevitabilmente soggettivo, è figlio di un pregiudizio consolidato all’interno di una visione ricorrente delle cose. La mia.









