Nel The Killing Joke di Alan Moore la genesi del cattivo verte sulla singola brutta giornata in grado di trasformare in un pazzo anche l’uomo più assennato. Una filosofia abbracciata dal mondo dell’audiovisivo e riproposta nella produzione contemporanea per ripulire almeno in parte o comunque motivare l’ascesa di un villain, creando così un senso di empatia con lo spettatore. A ripristinare lo status quo, a rivendicare la malvagità delle nemesi ci pensa The Penguin che esplorando la scalata al potere di Oswald “Oz” Cobb riporta la narrazione non tanto alle origini di Detective Comics quanto al filone gangster noir anni ‘40 che lo ispirò.
La serie HBO prodotta da Matt Reeves è la prosecuzione nonché espansione del The Batman da lui stesso diretto, con un dettaglio tutt’altro che trascurabile, ossia che per tutte le otto puntate non c’è alcuna traccia del cavaliere oscuro, non essendo nemmeno menzionato. Non può esserci Robert Pattinson, nuovo volto del crociato incappucciato, non solo per logiche questioni di budget quanto per dimostrare come la criminalità di Gotham sia ormai radicata in profondità e che neppure Batman con tutto il suo arsenale sia in grado di soccorrere una città ormai allo sbando. In questo scenario dato dal vuoto di potere lasciato dalla morte del boss Carmine Falcone e dal caos generato dall’Enigmista, i criminali sembrano muoversi incontrastati nel tentativo di diventare i padroni della città sfruttando il controllo di una nuova droga allucinogena.
Da una parte Oz, ex luogotenente e prima ancora autista della famiglia Falcone, dall’altra Sofia (Cristin Milioti), figlia di Carmine, rimasta rinchiusa nel manicomio criminale di Arkham per dieci anni e ultima erede dopo la morte del fratello Alberto, nel mezzo Sal Maroni (Clancy Brown), leader della famiglia rivale rinchiuso a Blackgate pronto a riemergere. Attorno una serie di personaggi corollario, chi di passaggio, chi fortemente coinvolto come Victor, il nuovo aiutante tuttofare di Oz prelevato direttamente dai bassifondi della città. Tutti parte di un grande gioco di potere senza scrupoli, di alleanze strategiche e manipolazione, con il comune denominatore di voler ottenere il proprio riscatto personale, Sofia nei confronti della famiglia, Oz dell’intera città.
La trasformazione del Pinguino

La luce dei riflettori in The Penguin è però tutta per il suo protagonista che si distanzia in parte dalla controparte fumettistica e ancor più dalle versioni apparse sul grande schermo. Abbandoniamo il fare ingenuo e l’esercito di pinguini della versione di Batman – Il ritorno con l’indimenticabile interpretazione di Danny DeVito. Il cambio d’identità agisce a partire dal background, dal suo nome e cognome, significando la diversa estrazione sociale del personaggio rispetto alla tradizione. Non è più Oswald Chesterfield Cobblepot, appartenente a una famiglia benestante, ripudiato per il suo aspetto deforme, bensì Oz Cobb, schernito per le umili origini, rimarcando il suo legame con la strada e con chi come lui ha dovuto rimboccarsi le maniche per emergere.
Questo, unito al rapporto morboso ed edipico con la madre, amplificano l’empatia nei suoi confronti in quanto rappresentante popolare di quella Gotham rimasta troppo a lungo schiacciata da chi invece il potere ha dovuto solo ereditarlo. A fare il resto è la fisicità di Colin Farrell, trasformato sotto il trucco prostetico non nel mostro di burtoniana memoria ma in un uomo ricoperto da ferite e che, nonostante l’andatura claudicante, non ha mai gettato la spugna per mantenere la promessa di conquistare la città. Altro elemento di vicinanza con lo spettatore è dato dal rapporto padre-figlio con Victor (Rhenzy Feliz), preso sotto la sua ala, istruito in trucchi, inganni e nel carattere, rendendolo sempre più simile a sé, una sorta di Robin. Sfumature di un personaggio debitore, per alcuni solo copia sbiadita, del Tony Soprano di James Gandolfini, con il quale i parallelismi si sprecano.
Tutto sembra condurre verso la contemporanea idea di antieroe, quello verso cui è inevitabile patteggiare pur riconoscendone la follia, ma, episodio dopo episodio, la vera natura del personaggio non può più essere nascosta fino a un finale (qui la spiegazione con spoiler) dal grande impatto emotivo che smonta il castello di carte costruito fino a quel momento. Gli ultimi due episodi della serie spezzano l’idillio, privano di ogni malsana motivazione Oz che tradendo lo spettatore decide di palesarsi in tutta la sua malvagità, insita in lui sin dal giorno zero, non frutto della singola brutta giornata, allontanandosi dalla lettura di Moore e dalla creazione del Joker adottata da Todd Phillips nel primo capitolo e a suo modo rinnegata in Folie à deux.
La dura legge del villain

Perché Gotham è specchio di una società marcia, è male puro, fucina inesauribile di criminali, di freak fuori controllo, una città in cui per dettare legge sei obbligato a mascherarti e combattere fuori da ogni giurisdizione. Per certi versi Gotham è tratteggiata non troppo dissimile dall’America moderna, espressa attraverso il forte realismo della serie. Il riflettore puntato su Oz non è quindi per esaltarne le qualità quanto per mostrarne la natura inequivocabile di villain della storia. In questo The Penguin è spietata, lo è con tutti i suoi personaggi, chiudendo l’arco narrativo di ognuno nel modo forse più prevedibilmente tragico e punitivo ma inatteso per la narrazione supereroistica dell’oggi.
Il climax di questa escalation verso le vette della torbida metropoli è l’annichilimento delle relazioni più profonde, delle proprie emozioni. Pinguino riconosce infatti che l’unico modo per raggiungere i suoi scopi è separarsi dalle debolezze, da quello che ci rende più umani, in una condizione di solitudine, nonostante al suo fianco rimanga Eve, costretta infatti a prendere parte alla sua recita personale. Ecco, se quello che si cerca è un confronto con I Soprano, tra i migliori prodotti seriali di sempre, il finale della serie prende una direzione diversa. Non c’è “l’ultima cena” familiare ma l’agognata creazione del proprio mondo distorto, a costo di perdere ogni cosa pur di vivere l’illusione del potere.
The Penguin, fungendo da trait d’unione con l’atteso The Batman 2, affascina così nel suo groviglio narrativo e nella sua capacità di muoversi in una dimensione terrena, in cui l’elemento super e la connessione con il franchise affiora solo nel sopracitato finale. Oz è così protagonista di una classica storia di mafia, della sua genesi come re del crimine di Gotham che pone le basi per il futuro del personaggio. Una serie in cui altri tentano di occupare il suo posto, su tutti Sofia, ma uno dopo l’altro sono costretti a lasciare il trono al villain che Gotham merita e di cui noi avevamo bisogno. E, aspettando l’accensione del bat-segnale, possiamo solo sperare di tornare il più presto possibile a rivivere le cupe atmosfere gothamiane dell’universo DC.
E voi cosa ne pensate di The Penguin? Siete curiosi di rivedere Oz all’opera in una seconda stagione? Per non perdervi tutte le novità e gli sviluppi di produzione continuate a seguirci, sempre qui, su CiakClub.it!









