Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez, la recensione

Ryan Murphy per il secondo capitolo di Monsters torna al 1989, alla notte in cui i fratelli Erik e Lyle Menéndez hanno aperto il fuoco addosso ai corpi di entrambi i genitori, uccidendoli e condannandosi all’ergastolo. I nove episodi che ripercorrono la vita di questa famiglia e il suo caso giudiziario sono su Netflix. Ecco la recensione!
Nicholas Chavez e Cooper Koch nel poster della serie tv Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menéndez

Da pochi giorni la serie antologica ideata da Ryan Murphy – il padre di American Horror Story e American Crime Story – è tornata su Netflix con un secondo capitolo. Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez deve reggere il confronto con il successo clamoroso della prima stagione, sul serial killer Jeffrey Dahmer. E prova a farlo con una storia inquietante più sotto il profilo psicologico che su quello visivo. Si tratta della storia dei due fratelli italo-cubani che il 20 agosto 1989 hanno brutalmente ucciso i propri genitori.

Come riconoscere i mostri?

Joseph Lyle Menéndez, classe 1968, e Erik Galen Menéndez, nato due anni dopo, hanno conquistato il titolo di “mostri” attraverso il terribile parricidio di cui si sono resi responsabili la notte del 20 agosto 1989. Quando avevano rispettivamente 21 e 19 anni. Qui per intero la terribile storia vera.

La serie inizia in medias res, quando il dramma è già accaduto, e conosciamo i due fratelli attraverso il dolore di due figli nella camera ardente dei loro genitori. Prima Erik poi Lyle saliranno al microfono a commemorare con un discorso i due defunti e – anche non conoscessimo già la storia – il primo impatto con i due protagonisti è disturbante. Dovrebbero essere delle sequenze molto normali, potremmo provare dispiacere per quei due ragazzi di cui ancora non sappiamo nulla se non che hanno vissuto la morte dei loro genitori. Eppure non riusciamo minimamente ad empatizzare – e questo processo di mancata empatizzazione comincia nei primi minuti e prosegue per l’intera serie tv.

A riassumere il tutto? La canzone del tutto fuori luogo che Lyle, dal leggio della camera ardente, decide di far ascoltare a tutta la platea riunita per ricordare suo padre e sua madre. È il simbolo dei procedimenti disturbanti, stridenti e inappropriati con cui tutta la serie ci consegnerà questa storia di dolore, morte e molto altro.

La coscienza di Zeno e Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez

In fondo l’intera serie tv arriva a noi spettatori nella forma del libro di Italo Svevo, La coscienza di Zeno. Ovvero come la rivelazione – da parte di uno psicoterapeuta (nel libro il dottor S., nella serie Jerome Oziel) – delle confessioni pronunciate durante la terapia. Il dottor S., nella finzione letteraria, pubblicava le memorie che aveva indotto Zeno a scrivere per trarne un effetto terapeutico e utile ai fini della sua guarigione. Oziel, invece, nel primo episodio è prima di tutto il pretesto con il quale – attraverso il racconto che gli fa Erik – entriamo nella storia vera dei fratelli e iniziamo a vedere le scene della loro vita fino alla notte del 20 agosto.

Il fratello minore, incapace di sopportare ulteriormente il peso di quel segreto che lo opprime, svuota il sacco nella stanza dello psicoterapeuta. L’uomo in questione, sgangherato come tutti gli adulti di questa storia, promette di mantenere il segreto professionale. Perché i due fratelli vengono accusati? Per una vendetta amorosa – un motivo passionale, direbbero i giudici. Oziel, infatti, ammette di sapere tutta la verità sulla vicenda Menéndez soltanto alla sua amante e protegge in una cassetta di sicurezza le registrazioni delle sedute di entrambi i fratelli. Poiché l’uomo preferisce la moglie e la sua famiglie all’amante, quest’ultima va dalla polizia e rivela tutto. Ecco come due mostri sono diventati tali agli occhi del mondo.

La vera protagonista è la reputazione

Chloë Sevigny e Javier Bardem in una scena della serie tv Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menéndez

Proprio partendo da quella prima chiacchierata tra Erik e il suo psicologo, capiamo subito che il fulcro di tutta la storia è l’apparenza – ancora meglio, la reputazione. Nella descrizione di suo padre, Erik, elogia soltanto ogni suo tratto lodevole e apprezzabile e delinea il profilo del padre ripercorrendo tutte le sue ambizioni di gloria e successo. Voleva diventare senatore, ha fatto la gavetta, è diventato capo di un’importante azienda nel settore audiovisivo grazie al suo duro lavoro e cominciando da niente. Queste sono le regole fisse su cui insiste Erik all’inizio della serie. E noi finiamo anche per credere, in un primo momento, a questa descrizione statuaria, inappuntabile e ineccepibile di Josè Menéndez.

Andando avanti con gli episodi capiamo, però, che la facciata è la prerogativa dei Menéndez. Sia del padre che dei figli – di Lyle soprattutto. E le scene del passato che intervallano la narrazione dei due assassini stridono completamente con la descrizione divinizzata di José che i due – anche dopo l’omicidio – continuano a portare avanti. “Sarebbe fiero di noi” si dicono Lyle ed Erik dopo aver ucciso loro padre. Perché hanno fatto qualcosa di grande, e la sua megalomania è – diciamo noi – forse proprio la causa della sua morte. Perché ha reso i figli vittime rabbiose e viziate, che non hanno visto altra soluzione che il parricidio per vivere la propria vita.

Non a caso, la vita di José non finisce il 20 agosto 1989. Finisce a metà degli episodi, quando la serie racconta del primo arresto di Lyle ed Erik – accusati di una serie di furti con scasso. In quel momento crolla tutto il mondo addosso al padre. Perché i suoi figli non sono più soltanto i campioni di tennis. Gli studenti di Princeton. Veri uomini con cui fare ragionamenti di cultura e a cui regalare libri di spessore. Sono anche due scassinatori, e la facciata dei principini che diventeranno presidenti schiaccia José e lo uccide prima del tempo.

Il nome Menéndez è rovinato. Rovinato. Almeno in questa città. Dobbiamo ricominciare dove nessuno ci conosce. Supervisionerò questa riabilitazione di noi come famiglia. Sono mortificato, Kitty.

Due morti e due mostri

Nicholas Chavez, Chloë Sevigny, Javier Bardem e Cooper Koch in una scena della serie tv Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menéndez

Gli episodi di Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez sono una continua oscillazione tra le tensioni che hanno abitato la casa dei Menéndez fino alla tragedia. Megalomania, violenza, sopraffazione, disturbo, ossessione, apparenza. Murphy riesce a far percepire ognuna delle cause – perché non può esserci un movente univoco – che hanno portato a due morti e due mostri.

Se dalla serie vi aspettavate qualcosa di disturbante dal punto di vista delle modalità di uccisione, scene splatter o vite al limite della follia, allora non vi soddisferà. Murphy rende quasi ridicolo – volutamente – il momento dell’uccisione. Sembra la scena di un videogioco, ed è così perché il fulcro della serie non è la morte, né la ferocia dei killer. Monsters 2 vi soddisferà soltanto se vi aspettavate un’indagine psicologica contorta, difficile da incasellare, che solleva sopra ogni giudizio posizionato e polarizzato. Resa attraverso un sondaggio centellinato fra i drammi e le assurdità di una famiglia (e una società) di plastica, preconfezionata, vuota – e quindi davvero pericolosa.

Ecco, allora, che non ci sono due morti e due mostri. Ma quattro mostri: prodotti da una vita esibizionista, votata alla maschera del lusso e della notorietà. La società dell’apparenza, lo stile di vita dei Menéndez e i traumi personali non risolti sono i veri assassini che hanno impugnato il fucile. La morte di José ha interrotto un effetto-domino di violenza-sottomissione-ancora più violenza che fa pensare ad una sorta di maledizione dei Menéndez – come quella di un’altra famiglia a tratti simile, i Von Erich. E chi si aspettava una serie su terribili serial killer, si ritrova – in realtà – davanti a una storia di soprusi, dolori e soprattutto delle incontrollabili conseguenze. I protagonisti sono più umani che mai, e di mostruoso c’è quello che gli umani possono vivere e poi costringere gli altri a vivere a loro volta.

Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez vi aspetta su Netflix con tutti i 9 episodi, e qui trovate tutte le anticipazioni sulla stagione 3.

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