Nel vasto e sempre più stratificato universo narrativo del Marvel Cinematic Universe, Black Panther: Eyes of Wakanda si afferma come un prodotto di rottura, capace di dialogare con la mitologia esistente e al contempo proiettarsi verso un’inedita dimensione temporale. In quattro episodi densi di azione, riferimenti storici e sorprendenti colpi di scena, la serie animata Disney+ getta un ponte tra il passato e il futuro del Wakanda, reinventando il concetto stesso di eredità supereroica.
Un finale visionario e stratificato chiude questo ambizioso racconto, lasciando intendere che il destino del Wakanda — e forse dell’intero MCU — è tutt’altro che scritto nella pietra.
Vediamo dunque di cosa tratta Eyes of Wakanda, e perché il suo finale potrebbe rappresentare una chiave narrativa cruciale per le future fasi del Marvel Cinematic Universe.
Di cosa parla Eyes of Wakanda
Ideata da Todd Harris con la supervisione creativa di Ryan Coogler, Black Panther: Eyes of Wakanda si presenta come uno spin-off animato del franchise dedicato a T’Challa, ma in realtà espande le sue radici ben oltre l’albero genealogico della famiglia reale. La miniserie si compone di quattro episodi, ciascuno ambientato in epoche diverse, con un filo conduttore: la ricerca di antichi manufatti wakandiani dispersi nel mondo, simboli di un potere e di un’eredità che il Wakanda non può permettersi di perdere.
La narrazione parte dalla Grecia antica, attraversa l’Asia feudale e giunge fino all’Etiopia del 1896, uno snodo storico reale e simbolicamente potentissimo: è l’anno della battaglia di Adua, in cui le truppe etiopi sconfissero quelle coloniali italiane, segnando una delle poche vittorie africane contro l’imperialismo europeo. Un contesto perfetto per collocarvi l’epica missione del giovane principe Tafari e della sua guardia del corpo Kuda, incaricati di recuperare una preziosa ascia sacra, rubata dal Wakanda.
Ma è proprio nel quarto e ultimo episodio che la serie cambia marcia, con un audace balzo temporale: ci ritroviamo nel 2500, in un futuro post-apocalittico in cui il Wakanda è l’ultimo baluardo di civiltà in un mondo devastato dall’Orda, una razza aliena che ha conquistato la Terra. La nuova regina e Black Panther, proveniente da questa linea temporale, decide di viaggiare indietro nel tempo per impedire la catastrofe. La chiave? L’ascia stessa che Tafari e Kuda stanno cercando.
La spiegazione del finale di stagione
Il finale di Eyes of Wakanda è una fusione tra sci-fi, spiritualità e geopolitica. La nuova Black Panther — una figura regale, carismatica e misteriosa — viaggia fino all’Etiopia del 1896 per intercettare l’ascia, che in futuro verrà usata come simbolo per convincere il Wakanda ad aprirsi al mondo. Ed è proprio qui che la serie lancia il suo messaggio più potente: la chiusura e l’isolazionismo, per quanto motivati da secoli di autodifesa e autonomia, non bastano a proteggere il futuro.
La regina racconta a Tafari e Kuda del disastroso destino che attende il Wakanda se non cambieranno il corso degli eventi. Il loro compito non è più recuperare l’ascia, ma lasciarla dove si trova. È una scelta di rottura, di fiducia nel futuro, di rinuncia all’orgoglio per abbracciare una visione più ampia. Tafari e Kuda, pur confusi e combattuti, accettano di fidarsi della straniera: lasciano che l’ascia resti in Etiopia, dove — come un seme dimenticato — crescerà e darà frutto solo decenni dopo.
Il momento più toccante e simbolico arriva con la scena conclusiva: Eyes of Wakanda si ricollega elegantemente all’incipit del primo Black Panther di Ryan Coogler. Vediamo Erik Killmonger, interpretato da Michael B. Jordan, nel museo di arte africana di Londra — proprio quello in cui ruberà un manufatto nel film del 2018. Ma stavolta non guarda l’antico martello da guerra, bensì l’ascia lasciata da Tafari e Kuda, ora esposta come simbolo di una cultura che si è finalmente aperta al mondo.
Il finale di Eyes of Wakanda non è solo una conclusione, ma una dichiarazione d’intenti. Marvel, ancora una volta, invita il pubblico a guardare oltre il presente, a interrogarsi sul valore della memoria, della fiducia e dell’alleanza.









