Women Talking, recensione: il candidato Oscar di cui nessuno parla

L’8 marzo uscirà Women Talking - Il diritto di scegliere. Film tratto dal romanzo di Miriam Toews, racconta una storia vera avvenuta in una colonia mennonita in Bolivia. La vita nella comunità procede indisturbata finché un giorno, tutte le donne cominciano a svegliarsi con segni di violenze, scoprendo che gli uomini le hanno drogate e violentate.
Women Talking, recensione: il candidato Oscar di cui nessuno parla

Ha inizio in medias res Women Talking di Sarah Polley, candidato come Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale agli Oscar 2023. Una donna, Ona (Rooney Mara), si sveglia nel suo letto: le gambe piene di graffi e segni di violenza. Si capisce dalle sue parole che non si tratta di un episodio isolato: “Again”

Inizialmente non conosciamo l’ubicazione della scena. Siamo catapultati in una realtà all’apparenza lontana dalla modernità e quasi senza tempo, ma siamo nel 2010. La storia è tratta dal libro di Miriam Toews, ispirato ai fatti accaduti in una colonia ultraconservatrice mennonita in Bolivia.

Le donne della comunità sono state drogate e violentate ripetutamente: sappiamo dalla cronaca che il tutto è avvenuto tramite un anestetizzante per la castrazione dei tori, cosparso attraverso le finestre. I segni e gli stracci imbevuti di sangue come unici indizi dell’accaduto. Per anni, gli uomini più anziani hanno fatto credere loro che si trattasse di opera del diavolo o di fantasmi che infestavano le case. 

“Così imparammo a votare”

Tutto cambia quando una bambina, io narrante dell’intero film, coglie in flagrante uno degli uomini. Quest’ultimo farà i nomi dei responsabili, che verranno trasportati in città e rilasciati su cauzione (pagata da altri uomini). Le donne avranno due giorni prima che gli uomini facciano ritorno, per decidere se perdonarli. In caso contrario, saranno le donne ad essere scomunicate ed espulse dalla comunità. 

È così che le protagoniste si riuniscono per decidere il da farsi tramite votazione. Siamo nel 2010, e le donne della colonia scoprono come votare. Tre opzioni: far nulla, rimanere e combattere o partire. Si esclude la prima scelta, l’immobilità, mentre le altre due daranno il via alle riunioni che si dispiegano per quasi l’intera durata del film. 

Women Talking: The Sound of Silence

Il cast e Sarah Polley
Il cast e Sarah Polley

Women Talking è un film in cui il dialogo è tutto, un film tutto dialogo, in cui le donne parlano, forse per la prima volta nella loro vita all’interno della colonia, o meglio, per la prima volta nella loro vita, visto che non conoscono altro oltre quei confini. La colonia come fine del mondo, la colonia come quando si credeva che tutto avesse fine con le Colonne d’Ercole.

Le parole sono l’essenza della storia. Lo si nota quando il semplice utilizzo del termine “fleeing” – fuggire – utilizzato al posto di “leaving” – partire- , scatena una discussione tra le donne. Sono così essenziali che quando scompaiono, il silenzio appare molto più pesante, perché il gruppo ha a quel punto esaurito tutto ciò che c’era da dire.

“E a volte ho tenuto per me i miei sentimenti, perché non riuscivo a trovare nessuna lingua per descriverli”, scriveva Jane Austen. Eppure la Austen non ha nulla a che vedere con il film, che di femminismo di per sé non tratta: la realtà è quella di donne che, se decidono di rimanere rischiano, come Salome (Claire Foy) di diventare assassine. 

Dialoghi, silenzio e musica proibita 

Women Talking e la vera colonia boliviana
Women Talking e la vera colonia boliviana

Un’unica controparte maschile, anzi, un contraltare maschile: August (maestro dei ragazzi), presenzia agli incontri per “tenere il tempo” e “trascrivere vantaggi e svantaggi di ogni decisione”. Il suo ruolo è però tutt’altro che marginale, perché se vogliamo, è anche in lui che troviamo il fulcro della storia: c’è pericolo nel portare via gli uomini innocenti? 

Secondo August, sopra i dodici anni, sì. Ma è lui stesso ad affermare che la rieducazione è alla base di un nuovo mondo. Questa doveva essere la premessa, almeno. Ma in caso di partenza, August non rientrerà nei piani. Non vedremo mai gli uomini colpevoli, e quasi non vedremo uomini, perché lo stupro non può diventare protagonista, perchè è un consiglio al femminile a prendere possesso del domani che sarà. 

Ad August viene però affidato un elemento di speranza: la musica, quella musica che nelle colonie mennonite è generalmente proibita, compare tramite Daydream Believer dei The Monkees (California Dreamin’ dei The Mamas & the Papas nel libro).

Women Talking e l’assenza di violenza

Una scena di Women Talking
Una scena di Women Talking

All’apparenza un film carnale, ma all’atto pratico, non c’è da aspettarsi scene violente, perché non vedremo mai gli atti in questione. La violenza più grande è quella che le donne devono esercitare su loro stesse per convincersi a scappare da un sistema mentale, quello della colonia, dal concetto di fede e di perdono, del quale loro stesse sono diventate abili studentesse e replicanti. 

Secondo alcuni studi, infatti, tali colonie presentano serie difficoltà nel distinguere la differenza tra un peccato e un crimine. E in un tema così difficile da trattare senza ricadere in vie già percorse, è il meccanismo narrativo del dialogo a includerci in quei discorsi fatti in una capanna buia, che per giorni quasi mai vede l’alba, quasi mai vede il tramonto, così come le violenze che non hanno mai fine.

Se il voto delle donne ricadrà sul restare e combattere, oppure scappare, o meglio, partire, resta a voi scoprirlo.

Women Talking sarà nelle sale dall’8 marzo. Per altre recensioni continuate a seguirci su CiakClub.it.

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