Uncharted, il via a una saga che potrebbe fare molto meglio: la recensione

RECENSIONE NO SPOILER DI UNCHARTED

Cinema e gaming. Fino a qualche anno fa, era il secondo a voler essere all’altezza del primo: ad ambire al suo livello di caratterizzazione dei personaggi, d’immersività delle trame e delle strutture narrative, di impostazione dell’inquadratura. Ora i parametri, se non si sono invertiti, hanno certamente accorciato la distanza. Forse che certi videogiochi costituiscano essi stessi un’esperienza eminentemente cinematografica? È domanda da farsi di fronte a un titolo come Uncharted e a una recensione che, pur mettendone in luce le ingenuità da primo debutto, voglia assecondarne con indulgenza le ambizioni sul lungo periodo. Perché il film nelle sale dal 17 febbraio scorso da’ il via a una saga potenzialmente massiva, ma che potrebbe fare molto meglio se vuole resistere alla prova di un secondo capitolo.

Uncharted, storie di ladri

Una scena dal trailer di Uncharted
Una scena dal trailer di Uncharted

Quindi sì, un tempo l’arte videoludica, almeno nelle sue pretese di intrattenimento narrativo, era “seconda” rispetto a quella cinematografica. Oggi invece, esistono videogiochi che – dal punto di vista visivo, tecnico e di soggetto – sono dieci, cento volte meglio di molti film. Uncharted è stato sicuramente uno di questi. Di più: la Naughty Dog cui fa capo è stata una delle maggiori portabandiera di questa rivoluzione (si veda The Last of Us). Misurarsi con un’eredità tale significa aver il coraggio di assumersi un bel rischio, anche accettando la prospettiva di una falsa partenza, claudicante e migliorabile. L’impresa di Uncharted (adattamento) non è solo quella drammaturgica, ma innanzitutto di impostazione del franchise.

Al centro della vicenda – che non si limita a ricalcare il primo capitolo che lanciò Neil Druckmann, ma recupera in ordine sparso diversi elementi disseminati lungo tutta la saga – una storia di famiglia: anzi, due. Da un lato l’orfano Nathan “Nate” Drake (Tom Holland): ladruncolo di strada con una conoscenza quasi accademica per l’era della pirateria e dei grandi tesori, chiamato dal più navigato Victor “Sully” Sullivan (Mark Whalberg) per mettersi sulle tracce di un bottino leggendario. Dall’altro, i “legittimi” eredi: i Moncada qui rappresentati da Antonio Banderas, una famiglia di magnati e sanguinari che hanno manovrato grandi imprese per secoli. Crociate, Nuovomondo, Franchismo: “Tanto sangre“.

L’ambito tesoro è quello del Ferdinando Magellano, mitizzato nella sua impresa intorno al mondo finanziata in realtà per sottrarre reliquie ai nativi. Una reinterpretazione del pioniere come cercatore d’oro che ci dice molto in realtà, più di quanto non voglia e non pensi, sul panorama attuale dei blockbuster. Sia come sia, Papà Moncada sente il diavolo che gli morde le chiappe e vuole redimersi. Figlio Moncaca invece, lo Spagnolo, rivuole i tintinnanti di famiglia: forse 5 miliardi, forse quattro volte tanto. Chi vincerà? Se dovessimo giudicare solo sulla base dei primi dieci minuti di pellicola, azzeccatissimi, diremmo la pellicola stessa, ma non i nostri eroi.

Fra medias res e side quest

Uncharted a confronto
Uncharted a confronto

Perché sì, Uncharted esordisce benissimo, catapultandoci in un attacco in medias res che farà sobbalzare non solo chi soffre di vertigini e tachicardia. Recuperando una delle scene più iconiche del terzo capitolo e che rimarrà anche qui una delle migliori di tutto l’adattamento, con Tom Holland impegnato a non farsi ammazzare fra acrobazie impossibili e brutali sganassoni. Ma anche grazie a una CGI quasi (volutamente) irrealistica, quelle acrobazie ci segnalano con piacere che ci troviamo proprio nel mezzo di un videogioco, dove è il tasto del controller ripetutamente premuto, a renderle possibili.

La struttura a campagna non cronologica diventa ancora più palese quando la scena si interrompe nel momento clou e la trama ci riporta agli albori della storia di Nate, al rapporto col fratello Sam che sarà centrale per tutta la pellicola e quasi a una side quest che ci faccia prendere confidenza con i comandi di gioco. Bene, anzi benissimo: Uncharted adattamento ha compreso il peso dell’Uncharted videogioco. Ma fatica a eguagliare, invece, l’eredità dell’Uncharted cinematografico. Dimentica insomma di dover essere all’altezza, oltreché del videogioco, anche del vero e proprio film che fu. È un doppio lavoro, chiediamo tanto, lo sappiamo: ma per correggere la rotta basta comprendere che, più che di trasposizione, sarebbe più corretto parlare di sequel. Del seguito di qualcosa che già di per sé funzionava come film.

La pellicola di Ruben Fleischer porta avanti un paio di ottime, lunghe scene d’azione che dovrebbero poi costituire il punto di forza di operazioni del genere: l’una più dell’altra, che punta invece sulla linea di discendenza di Sir. Francis Drake nell’impostazione dei combattimenti e fa sorridere più di quanto dovrebbe. Ma forse il grande punto di forza iniziale è anche quello più ingombrante, perché proietta lo spettatore su un altissimo livello di intrattenimento e gli suggerisce una quantità di action in realtà secondaria per buona parte centrale del film o comunque non altrettanto adrenalinica. I percorsi da escape room nelle cripte sotto Barcellona ci ricordano senz’altro una lunga missione a mappa lineare, ma la pazienza dello spettatore potrebbe uscirne stressata.

Physique du rôle

Tom Holland in Uncharted
Tom Holland in Uncharted

Altra grande impresa di impostazione, Uncharted deve farla con il casting che si è scelto. Non potevano venire in mente due nomi “migliori” di Tom Holland e Mark Whalberg, nel rappresentare queste due generazioni di rulli compressori per cui il blockbuster è stato e sarà il pane quotidiano. In altre parole, il passaggio di staffetta ha valore più produttivo che di resa cinematografica, traghettando il giovane Peter Parker verso altri ruoli e imponendolo come nuova promessa di un settore con tutti i suoi limiti.

Ma la differenza di età fra Nate e Sully, aggravata dall’aura innocente di cui Holland dovrà imparare a fare a meno – se vuole sopravvivere in questo campo – rischiano di far perdere il carisma sciupato del Nathan Drake originale. Il physique du rôle è quello che è: basta lavorarci un po’ su, e non stiamo parlando dei muscoli. Altro elemento su cui un prossimo capitolo già palesemente annunciato dovrà lavorare, sono principalmente la scrittura e i dialoghi. Uncharted ha tutto il materiale per creare twist ending sudati e inaspettati, ma decide molto spesso e senza apparente ragione di instillare la pulce nell’orecchio dello spettatore, bruciandosi troppo presto. Salvo poi cercare di recuperare con botta e risposta forse laconici, forse lapidari, forse un po’ troppo ammiccanti al lato simpatia: il regista è lo stesso di Venom, coincidenza?

Sony Pictures insomma non deve perdere la propria autonomia, omogeneizzandosi alle freddure Disney. Deve convincersi di poter portare avanti qualcosa di diverso: non di essere la major che vorrebbe ma non può, ma quella che potrebbe eccome e (stavolta) non ha voluto appieno. Più action, il giusto grado di simpatia e soprattutto una sequela di easter egg alla saga originale che sicuramente hanno fatto brillare gli occhi a tutti gli amatori: gli ingredienti per un secondo capitolo ci sono, andrebbero solo rivisti i dosaggi. Soprattutto per convogliare un altro, vastissimo bacino di pubblico per cui questi film sono approdo naturale. Ma che, quel capolavoro originale, potrebbe non averlo mai giocato.

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