Una poltrona per due, recensione: Natale all’insegna del Capitale

Una poltrona per due è, almeno per noi italiani, il classico di Natale definitivo. Ma, a guardarlo con sguardo più attento e non con la palpebra calante dopo il lauto cenone natalizio, si rivela molto di più… abbiamo sottovalutato, o addirittura frainteso il cult di John Landis? Scoprilo nella nostra recensione!
Dan Aykroyd e Eddie Murphy in una scena del film Una poltrona per due

Una poltrona per due è più di un film di Natale. Andava detto. Dopo anni in cui è stato bistrattato, mandato in onda una volta all’anno la sera della Vigilia, guardato con scarso interesse, con le palpebre calanti di chi ancora sta digerendo un lauto cenone, con la lucidità mentale guastata dai fumi dell’alcohol e le decine di interruzioni pubblicitarie che fanno perdere il filo. Nemmeno il peggior filmaccio d’azione di Micheal Bay meriterebbe un trattamento simile, e di certo non lo merita il cult di John Landis. E se ancora la pensate in questo modo, vi faremo ricredere.

Oggi, 1 marzo 2024, arriva su Infinity+ Una poltrona per due, in inglese noto col titolo di gran lunga più sensato Trading Places, ovvero, “scambiandosi i posti”. Ed è un’occasione d’oro per recuperarlo, che tanto è inutile ripromettersi di prestargli più attenzione nelle prossime vacanze di Natale, quando puntualmente saremmo troppo stanchi e brilli per ricordarci persino su che canale lo mandano in onda.

Nature vs Nurture

Don Ameche, Eddit Murphy e Ralph Bellamy in una scena del film Una poltrona per due

È da questa vexata quaestio che prende l’avvio la storia di Una poltrona per due. I fratelli Mortimer e Randolph Duke si interrogano su un quesito che trova le sue radici addirittura nell’Antica Grecia: cosa determina il carattere di un uomo, i suoi fattori genetici o la sua educazione? E perché i Duke sono anche gli straricchi proprietari della Duke & Duke Commodity Brokers di Philadelphia, decidono di determinare la risposta capovolgendo la vita di due uomini, visto che il loro denaro e la loro posizione sociale gli permettono di trattare il resto del mondo come pedine in una partita a scacchi.

Le ignare cavie dell’esperimento sono Louis Winthorpe III, un benestante uomo bianco, agente di cambio della Duke & Duke, e Billy Ray Valentine, un senzatetto di colore che vive di espedienti spacciandosi per un veterano del Vietnam. Facendo precipitare Louis nella miseria più nera e aprendo a Billy Ray le porte della Philadelphia bene, verrà dimostrato o che Louis è ancora nobile d’animo e Billy Ray ancora un delinquente, o che siamo soltanto i prodotti della nostra condizione sociale. E già da questa premessa, più che simpatico classico natalizio, Una poltrona per due inizia a somigliare a un episodio di Black Mirror.

Black and White

Eddie Murphy in una scena del film Una poltrona per due

Specificare che Louis sia un uomo bianco e Billy Ray uno di colore non è un elemento secondario. Non lo è perché quell’uomo di colore è Eddie Murphy, che, grazie a Una poltrona per due, ha ottenuto riconoscimento mondiale, che gli ha permesso di recitare in classici come Il principe cerca moglie o nella saga di Beverly Hill Cop (qui il trailer del quarto attesissimo capitolo); e non lo è perchè il razzismo è un tema centrale nel film di John Landis. Pensate soltanto che, inizialmente, il titolo della pellicola sarebbe dovuto essere Black and White. Nell’argomento a favore della genetica come fattore determinante per la formazione del carattere, è evidenziato anche il colore della pelle. Billy Ray è povero e un criminale anche, forse soprattutto, perché non è bianco, secondo uno dei fratelli Duke.

Il razzismo, in particolare da un punto di vista sistemico, è un argomento complesso da trattare. E, quando a sceneggiarlo e a riprenderlo ci sono uomini bianchi che non hanno mai fatto esperienza diretta, incorrere in passi falsi è più facile di quanto si creda. Una volta ottenute le stesse risorse di Louis, Billy Ray si dimostra un uomo onesto e operoso, contraddicendo la credenza razzista che uomo di colore sia necessariamente un delinquente. Tuttavia, non tutte le scene della pellicola seguono lo stesso andazzo progressista.

Verso la fine del film, ad esempio, il personaggio di Dan Aykroyd ha una scena di blackafce. Per chi non ne fosse a conoscenza, la blackface è una pratica che consiste nel dipingersi il volto di nero in una rappresentazione derisoria e stereotipata dell’aspetto di una persona afroamericana. E, prima che qualcuno ribatta che non si può giudicare un film del 1983 secondo i valori morali correnti, ricordiamo che la blackface era criticata già negli anni ’60 nei discorsi di Martin Luther King. E no, non si tratta dell’unico scivolone del film.

Money, money, money

Dan Aykroyd e Eddie Murphy in una scena del film Una poltrona per due

Già dalle primissime recensioni, molti critici avevano individuato un inghippo in quel finale tutto rose e fiori e isole tropicali. Il finale di Una poltrona per due è da sempre riconosciuto come narrativamente confusionario, senza un’adeguata comprensione del funzionamento del mercato azionario. Ma il problema sentito da molti non è un buco di sceneggiatura, bensì una contraddizione morale. La conclusione che dovremmo trarre dalla pellicola, fino a poco prima della scena ambientata in borsa, è che la povertà non è sinonimo di bassezza morale, quanto la ricchezza non lo è di nobiltà d’animo.

E, a sentire Mortimer Duke dichiarare che, pur avendo dimostrato che Billy Ray Valentine può essere un uomo probo, “non permetterebbe mai a un ne*ro di gestire l’azienda di famiglia”, capiamo anche che il motivo per cui alcune fasce della società non riescono a liberarsi dal giogo dalla povertà è perché non vengono messe a loro disposizione le possibilità di farlo. La lezione da trarre sarebbe quindi di abbattere il famoso “soffitto di vetro”, dimostrare al mondo che il colore della pelle non è un metro di giudizio morale e permettere a Billy Ray di avere accesso ad un impiego che ha dimostrato di meritare.

It’s a rich man’s world

E allora perché quel finale in cui i cattivi si impoveriscono e i buoni si arricchiscono? Non abbiamo appena spiegato che la ricchezza non è indice di moralità? Il messaggio del film inizia a traballa, diventa una sorta di “essere poveri non significa essere cattivi, ma dovrebbe significarlo”, il che presuppone che i divari economici di una società non sono da abbattere, ma da celebrare quando separano correttamente buoni e cattivi. Ma chi decide chi sono i buoni e chi i cattivi? Chi ha il potere, e quindi chi ha il denaro: gente come i fratelli Duke.

Questa è la grossa falla morale di Una poltrona per due, in cui buoni e cattivi, in fin dei conti, hanno lo stesso sogno: diventare schifosamente ricchi. È il sogno di Ronald Reagan, non quello di Martin Luther King. E meno male che lo guardiamo ogni Natale, per ricordarci quali sono le cose importanti nella vita: alberi addobbati, cene gourmet e montagne di costosi regali.

E voi avevate mai guardato Una poltrona per due in quest’ottica? Vi ricordiamo che lo trovate su Infinty+, e qui trovate tutte le uscite di marzo sulla piattaforma! Continuate a seguirci per tutti gli aggiornamenti su cinema e serie tv.

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