Un po’ di luce racconta le ombre del regime iraniano: la recensione

Quanto può resistere un uomo prima di smettere di voler vivere? Con Un po’ di luce, Ali Asgari racconta il volto più silenzioso della repressione iraniana: quello di chi non riesce più a lottare. Un film asciutto e doloroso, che cerca nella famiglia e nei piccoli gesti una ragione per restare. Ne parliamo qui sotto nella nostra recensione.
Mithagh Zare nel poster del film Un po' di luce

Nel 2022 Amnesty International ha documentato in Iran 377 manifestanti e passanti morti durante la repressione del movimento Donna, Vita, Libertà. Quattro anni dopo, nelle proteste iniziate a fine dicembre 2025, HRANA ha contato 5.937 morti legati agli scontri entro il 26 gennaio. Tra questi figuravano 214 membri delle forze di sicurezza. Numeri enormi, eppure incapaci di raccontare tutto. Esiste infatti un altro bilancio che nessuna statistica può misurare. È quello di chi è sopravvissuto, ma dopo anni di paura, violenza e impotenza ha smesso di credere che valga ancora la pena lottare. È proprio da questa zona invisibile della repressione che parte Un po’ di luce.

Presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il nuovo film di Ali Asgari segue Arash, un medico arrestato dopo aver curato alcuni manifestanti feriti. Privato della possibilità di esercitare, quando lo incontriamo sembra aver già concluso la propria ribellione. Non vuole più combattere il sistema, cambiarlo o immaginare un futuro diverso. Ha deciso di togliersi la vita. Asgari racconta così ciò che accade quando l’oppressione, più che spegnere una protesta, finisce per spegnere la voglia di vivere delle persone.

È una prospettiva diversa da quella di film come Tatami di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi o Holy Spider di Ali Abbasi. In entrambi troviamo protagoniste che, pur schiacciate dalle imposizioni e dalla violenza del sistema iraniano, continuano a opporvisi. Asgari guarda invece a chi sembra non avere più energie per farlo. L’ultima opera del regista racconta così l’altra faccia del dissenso, ed è proprio dentro questa resa apparente che il film cerca il suo piccolo spiraglio di luce, come vedremo nella nostra recensione.

Un po’ di luce può bastare a scacciare l’oscurità?

Arash è un medico a cui il regime iraniano ha progressivamente tolto tutto ciò che dava un senso alla sua vita. Dopo essere stato arrestato per aver curato alcuni manifestanti feriti e aver perso la possibilità di esercitare la propria professione, qualcosa dentro di lui si è spezzato. All’inizio del film la sua decisione sembra ormai presa: vuole suicidarsi. Ma Arash ama troppo la propria famiglia per lasciare che scopra tutto attraverso un semplice biglietto. Decide allora di raggiungere uno dopo l’altro i suoi cari e comunicare personalmente a ciascuno ciò che sta per fare.

È una scelta estenuante, che rende ancora più drammatica la condizione del protagonista. Arash infatti, non agisce sotto l’impulso di un momento: prepara la propria assenza, sistema ciò che lascerà dietro di sé e affronta consapevolmente le conseguenze della sua decisione. Il suicidio assume così la forma inquietante di un progetto pianificato con lucidità. Naturalmente, ogni familiare a cui Arash confessa le proprie intenzioni prova a dissuaderlo, opponendo alle sue ragioni affetti, ricordi e motivi per restare. Ma può davvero bastare qualche ora trascorsa insieme a restituire a qualcuno la volontà di vivere?

Nonostante queste premesse, la sceneggiatura evita quasi sempre di trasformare Un po’ di luce in un dramma esasperato. Asgari sceglie una narrazione asciutta, trattenuta, persino distante, rinunciando a mostrarci direttamente gran parte del dolore e della sofferenza (la stessa strategia utilizzata per NAZA, di cui trovate qui la nostra recensione). Una scelta che può apparire fredda e rendere più difficile un’immediata identificazione con il protagonista, ma che finisce anche per collocarci nella stessa posizione dei suoi familiari: sappiamo cosa ha deciso, possiamo intuire il peso che porta con sé, ma non possiamo comprenderlo fino in fondo. E, proprio come loro, non possiamo fare altro che sperare che da qualche parte riesca ancora a trovare un po’ di luce.

Da Cannes a Venezia: un lungo percorso di protesta

Una scena del film Un po' di luce

Negli ultimi anni Ali Asgari ha trasformato il proprio cinema in un’osservazione sempre più ravvicinata delle conseguenze della repressione iraniana. Con Kafka a Teheran, diretto insieme ad Alireza Khatami e presentato nel 2023 nella sezione Un Certain Regard di Cannes, il bersaglio era immediatamente riconoscibile: nove episodi mostravano altrettanti cittadini alle prese con funzionari, regole e imposizioni capaci di insinuarsi persino negli aspetti più ordinari dell’esistenza. Il potere rimaneva quasi sempre fuori campo, ma se ne sentiva costantemente la voce. Asgari e Khatami ne facevano emergere soprattutto l’assurdità, trasformando la burocrazia in una macchina kafkiana tanto ridicola quanto soffocante.

Due anni dopo quella stessa assurdità diventava apertamente materia di commedia. Divine Comedy, presentato a Venezia 82 e in concorso nella sezione Orizzonti, segue un regista al quale il Ministero della Cultura continua a negare il permesso di mostrare i propri film, spingendolo a cercare un modo clandestino per raggiungere il pubblico. Una storia che nasce anche dall’esperienza dello stesso Asgari con la censura e che sceglie il sarcasmo come forma di resistenza. Se Kafka a Teheran metteva i cittadini davanti all’autorità, qui il protagonista prova direttamente a raggirarla: il cinema stesso diventa contemporaneamente oggetto della censura e strumento attraverso cui opporvisi.

Con Un po’ di luce, Asgari sembra compiere però un ulteriore passo. Il regime arretra quasi completamente dall’inquadratura e al suo posto rimane ciò che ha prodotto nell’individuo. Arash non sta cercando di aggirare una legge, affrontare un funzionario o trovare una maniera per continuare a ribellarsi: è un uomo che sembra non avere più la forza di farlo. Dopo aver raccontato l’assurdità delle istituzioni e la possibilità di resistervi attraverso l’ironia, Asgari osserva quindi la loro conseguenza più silenziosa. La repressione non impedisce più soltanto ai suoi personaggi di vivere come vorrebbero: arriva a convincerne uno che vivere non valga più la pena.

Tutti quanti a tifare per Arash

Una scena del film Un po' di luce

Tutti cercano di dissuadere Arash, e non soltanto attraverso le parole. Mentre i familiari provano a ricordargli ciò che ancora lo lega a loro, persino il Paese che lo ha portato alla disperazione sembra continuare a chiedergli di resistere. Durante quella che dovrebbe essere la sua ultima giornata, Arash incontra persone che hanno ancora bisogno del medico che gli è stato impedito di essere: la figlia di un paziente malato gli chiede aiuto, mentre la madre di uno dei ragazzi feriti dalla polizia torna a cercarlo. Senza conoscere le sue intenzioni, gli ricordano che la sua presenza continua ad avere un peso.

Lo stesso accade durante uno spettacolo teatrale clandestino a cui assiste insieme alla famiglia. Sul palco, un ragazzo deve salutare la madre prima di lasciare l’Iran; lei si rivolge direttamente al pubblico chiedendo di convincerlo a restare, ricevendo però da uno spettatore una risposta amara: è meglio lasciarlo andare, perché lì non può costruirsi nulla. Arash rimane in silenzio davanti a una scena che sembra parlare anche di lui. Cambiano la destinazione e la natura dell’addio, ma resta la stessa domanda: quanto diritto abbiamo di trattenere qualcuno che non vede più un futuro davanti a sé? Anche il teatro clandestino, però, continua a esistere, trasformando l’atto stesso di andare in scena in una piccola forma di resistenza.

E poi c’è la mano invisibile di Asgari, che prova a spingere Arash verso la vita. Il regista non lo fa con movimenti di macchina elaborati o aperture sentimentali. Affida questo compito alle piante del protagonista, trasformandole nel proprio intervento silenzioso dentro l’inquadratura. Arash cerca di distribuirle ai familiari prima di morire, quasi volesse liberarsi anche di ciò che continua a vivere. Asgari, però, le mantiene spesso sullo sfondo, alle spalle del protagonista. Mentre Arash tenta di allontanarsi dalla vita, il verde continua a circondarlo e a ricordargli ciò che richiede cura. Le piante diventano così un invito discreto a resistere. Arash prova a lasciarsi la vita alle spalle, ma Asgari continua a rimettergliela davanti agli occhi. Forse, proprio come loro, non ha bisogno che l’oscurità scompaia del tutto. Per continuare a vivere potrebbe davvero bastare un po’ di luce.

Ma Un po’ di luce, che esce oggi al cinema, non è certo l’unico film che ci ha stupito a Venezia 83. Qui ne trovate un altro molto atteso di un grande regista che dovrebbe arrivare a breve nelle nostre sale.

Facebook
Twitter