Nell’Unione Sovietica degli anni Sessanta i sogni socialisti si sono calcificati e la cultura attraversa una fase di “congelamento”. Il segretario del Partito Comunista Leonid Brežnev è contrario alle riforme e favorevole ad affidare il governo agli ufficiali più anziani. La Goskino (ente statale che supervisiona l’intera attività cinematografica) si trasforma in un borioso sistema burocratico che, sulla scia delle megaproduzioni americane, incoraggia l’intrattenimento popolare. Tuttavia, nonostante il conservatorismo dell’era di Brežnev (in carica dal 1964 al 1982), alcuni cineasti riescono a imporsi con pellicole evocative ed estremamente personali: Andrej Tarkovskij è il più grande regista sovietico di questi anni e uno dei più rivoluzionari di sempre.
In una società materialista come quella in cui viviamo, Andrej Tarkovskij fa film sulla trascendenza. Intriso di contemplazione lirica e di ansiosi interrogativi sulla permeabilità della coscienza, il cinema di Tarkovskij pone al centro della scena la complessità dell’esistenza e i dissidi interiori dell’animo umano, in grado di staccarsi ed elevarsi dal proprio tempo. Gli sbalorditivi e indimenticabili finali dei suoi film diventano così rivelatori dell’Assoluto.
Andrej Tarkovskij influenza con le sue opere la ricerca pittorica di diversi cineasti europei. Per i suoi compatrioti diviene invece un simbolo di coraggio capace di resistere e opporsi alla politica ufficiale del suo Paese. Oggi, 4 aprile 2025, Tarkovskij avrebbe compiuto 93 anni. In occasione del suo compleanno, non possiamo esimerci dall’omaggiare la sua brillante carriera artistica con una classifica di tutti i suoi film dal “peggiore” al migliore. Non ci resta che scoprire le carte e svelarvi la nostra classifica!
7. Nostalghia (1983)

Nei suoi ultimi anni di vita Tarkovskij decide di fuggire dall’URSS e andare in esilio volontario. Inizia a girovagare per gli Stati Uniti e per tutta l’Europa, ma è in Italia che trova il maggiore sostegno: il comune di Firenze gli dona un appartamento e gli concede la cittadinanza onoraria. Decide così di girare nel Belpaese il suo primo film fuori dall’Unione Sovietica: Nostalghia, una meditazione malinconica e anti-narrativa sulla memoria e sull’esilio.
Il protagonista è lo scrittore Andrej Gorčakov (Oleg Jankovskij), giunto in Italia per scrivere la biografia di un suo connazionale (un musicista morto esule e suicida). Accompagnato dalla sua interprete Eugenia (Domiziana Giordano), Andrej arriva a Bagno Vignoni, dove incontra Domenico (Erland Josephson), il matto del paese. Un folle che ha segregato la sua famiglia in casa per sette anni nell’ossessione di un’incombente fine del mondo. Tra i due si instaura un legame sempre più forte e Andrej proverà a esaudire l’ultimo desiderio del suo nuovo amico: attraversare con una candela accesa la vasca termale di Bagno Vignoni per salvare il mondo.
In Nostalghia Tarkovskij trasforma la solare campagna toscana in una caliginosa campagna russa. Qui affiorano le figure enigmatiche dei familiari e della dacia, che riscopre una nuova dimensione nella sacralità delle mura diroccate dell’Abbazia di San Galgano. Una pozza riflette la cattedrale in rovina e l’intero contenuto della storia sembra racchiuso in questo riflesso. Inizia poi a cadere la neve e un’estasi atavica avvolge la scena.
6. Sacrificio (1986)

Sacrificio è l’opera testamentaria di Andrej Tarkovskij, l’ultimo suo lavoro da regista. Il film è ambientato in Svezia e racconta la storia di Alexander (Erland Josephson), intellettuale della scena teatrale nordica. Alexander si è ritirato su un’isola con la moglie Adelaide (Susan Fleetwood), la figlia adolescente Marta (Filippa Franzén) e il figlioletto muto Ometto (Tommy Kjellqvist). Il giorno del suo compleanno arriva la notizia di un’imminente guerra atomica. Tutti sono nel panico e Alexander si convince che al sacrificio dei beni materiali corrisponderà la salvezza dei suoi cari.
Girato sull’isola di Gotland, situata nel Mar Baltico, Sacrificio è un’opera di chiara ed evidente ispirazione bergmaniana. Tarkovskij rende omaggio e dialoga con il maestro svedese utilizzando una drammaturgia quasi teatrale. Il progressivo delirio di Alexander, che arriverà a bruciare la propria casa come estremo sacrificio per la salvezza di un mondo in rovina, è filtrato da riferimenti colti (William Shakespeare) e depauperato da un messaggio finale intriso di ottimismo.
Il film si chiude con un miracolo: il muto Ometto pronuncia le parole delle Sacre Scritture (“In principio era il verbo… perché papà?”), mentre lo spettatore vede spuntare i fiori sull’albero secco piantato da Alexander. Andrej Tarkovskij lascia al pubblico un testamento carico di speranza per il futuro.
5. L’infanzia di Ivan (1962)

Tratto dal racconto Ivan di Vladimir Bogomolov (anche autore della sceneggiatura assieme a Michail Papava), L’infanzia di Ivan è il primo lungometraggio di Andrej Tarkovskij e rappresenta uno degli ultimi atti del disgelo culturale avviato in URSS nella seconda metà degli anni Cinquanta.
La trama è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Il piccolo Ivan (Nikolaj Burljaev), un ragazzino dodicenne che ha perso la sua famiglia per mano tedesca, fa l’informatore per i russi attraversando ogni notte il fiume che separa i due fronti nemici. Ma due ufficiali russi scopriranno anni dopo negli uffici del Reichstag (edificio di Berlino e attuale sede del Parlamento tedesco) un documento che attesta l’impiccagione del povero Ivan.
L’infanzia di Ivan è una ricostruzione tragica e funerea della vita di un bambino dilaniato dagli orrori della guerra. Una guerra che distrugge fisicamente e uccide dentro. Ivan è un morto che cammina, un bambino che ha perduto l’infanzia e la gioia di vivere, animato soltanto dall’odio verso coloro che hanno ammazzato la sua famiglia. Un’innocente e incolpevole vittima della nostra società. Al desolante e tragico affresco della realtà, Tarkovskij controbilancia il perfetto e meraviglioso mondo dei sogni, dove le madri sono ancora in vita e i bambini giocano tra di loro.
4. Lo specchio (1975)

Lo specchio riflette i pensieri, le riflessioni e le emozioni di Aleksej (Filipp Jankovskij), il mondo che lo circonda da bambino, da adolescente e da adulto. La struttura del film (discontinua e non lineare) combina ricordi infantili, immagini fantastiche e brani documentaristici, alterna dimensione privata e ricostruzione storica: dalla paura per la censura durante lo stalinismo alla nostalgia degli esuli spagnoli a Mosca, dai ricordi dell’assedio di Leningrado alle nuotate nei boschi vicino alla casa in campagna dei nonni.
Lo specchio è un’opera ammaliante e sfuggente, di difficile catalogazione per il profondo mistero che avvolge i luoghi, le persone e i gesti rappresentati. Il clima è onirico e sognante, di una semplicità meravigliosa e disarmante. L’esplorazione di un volto, lo scorrere del tempo, il movimento del fuoco e del vento: tutto sembra muoversi. Il mondo è vivo e respira.
Ci troviamo di fronte al film più personale e autobiografico di Tarkovskij. Una confessione intima del regista sovietico, che racconta una storia di personaggi appartenenti a generazioni diverse. La malinconia della madre, lasciata dal marito in balia di un figlio da crescere, si ripercuote nella vita adulta del protagonista e nelle sue relazioni. Gli uomini sono i grandi assenti nei fotogrammi (ascoltiamo la voce dell’Aleksej adulto, ma non lo vediamo mai inquadrato). L’attrice Margarita Terechova interpreta sia la madre che la moglie di Aleksej, perché in fondo le vite si ripetono e si rispecchiano le une nelle altre.
3. Andrej Rublëv (1966)

Andrej che racconta Andrej: Andrej Tarkovskij rilegge la storia della Russia sovietica attraverso la biografia del monaco e pittore di icone russo Andrej Rublëv (Anatolij Solonicyn), vissuto tra il 1370 e il 1430. Ne scaturisce un lungo e cupo dramma in bianco e nero che mescola paure e speranze.
Il film è suddiviso in otto parti: Andrej sosta assieme ai compagni Kirill (Ivan Lapikov) e Daniil (Nikolaj Grin’ko) in una locanda, dove viene arrestato un giullare che inneggia contro il potere; Teofane (Nikolaj Sergeev) chiede ad Andrej di accompagnarlo a dipingere la Cattedrale dell’Annunciazione a Mosca; Teofane e Andrej discutono sul senso dell’arte; Andrej osserva un rituale pagano nei boschi; Andrej deve dipingere il Giudizio Universale; parte l’invasione dei Tartari; Andrej si ritira dall’arte e inizia a lavorare nei campi; il giovane Boriska (Nikolaj Burljaev) si lancia nell’impresa di costruire una campana per ridare speranza a un popolo afflitto dalla peste.
Andrej Rublëv è un sublime affresco sul ruolo dell’artista e sulle relazioni tra uomo e Dio, uomo e natura, artista e pubblico, artista e opera d’arte, un russo e la sua terra. La pellicola lancia una riflessione sul futuro dell’arte figurativa, ma allo stesso tempo si apre a inquietanti parallelismi con il presente. Vittima dell’ostracismo del governo sovietico, Andrej Rublëv viene etichettato come film “maledetto”; gli amministratori della Goskino ne bloccano la distribuzione e la ritardano di anni. A distanza di cinque secoli dalla morte del pittore Andrej Rublëv, la Storia segnala che nulla è cambiato: l’Arte continua a scontrarsi con la politica sanguinaria degli uomini.
2. Solaris (1972)

Lanciato in piena Guerra Fredda come la risposta sovietica a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Solaris segna una svolta nel percorso di Andrej Tarkovskij, che parte da un romanzo di fantascienza di Stanisław Lem per costruire un mondo fondato su leggi spaziali e temporali proprie.
Il protagonista è lo psicologo Kris Kelvin (Donatas Banionis), incaricato di valutare l’utilità della stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Solaris. Kris scopre che la superficie del pianeta è ricoperta da un oceano pensante in grado di materializzare ricordi e ossessioni dell’equipaggio della base spaziale, ma cade lui stesso vittima “dell’incantesimo” e rivede la sua fidanzata Hari (Natal’ja Bondarčuk), suicidatasi anni prima. L’affetto che Kris inizia a provare per questa entità innesca un processo di umanizzazione irreversibile.
Uno degli elementi ricorrenti nel cinema di fantascienza è l’incontro con il “diverso”. Ma Solaris, di cui potete recuperare qui la nostra retrospettiva, va oltre: se sullo sfondo emerge il progresso tecnico, i nodi della riflessione sono invece terreni e intimisti (le contraddizioni esistenziali, la fallibilità della memoria, la potenza distruttiva o salvifica del rimpianto). I pericoli connessi a una deriva del sapere scientifico superano il mero dato tecnologico e scavano nel rapporto tra l’uomo e la sua coscienza.
Tarkovskij indaga il mistero dello spazio ignoto esplorando l’ignoto che è dentro di noi. Si proietta nel futuro, ma al contempo dimostra un profondo attaccamento a un passato in cui è ancora possibile trovare il senso della vita: lo testimonia una colonna sonora che spazia dalla musica elettronica (Edward Artem’ev) a quella organistica (Johann Sebastian Bach).
1. Stalker (1979)

Ispirato al romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (anche autori della sceneggiatura), Stalker narra di un viaggio dantesco in un desolato paesaggio post-industriale. Due uomini, lo Scrittore (Anatolij Solonicyn) e il Professore (Nikolaj Grin’ko), si avventurano nella “Zona”, un’area recintata e sorvegliata in cui le leggi della natura vengono sovvertite. Gli unici in grado di accedere alla Zona sono gli “Stalker”, guide che si beffano dei controlli militari per condurre la gente all’interno dell’aria.
Lo Scrittore e il Professore si avvalgono di uno Stalker esperto (Aleksandr Kajdanovskij) per attraversare la Zona e trovare la “Camera”, una misteriosa stanza dove si possono avverare i desideri più intimi e segreti. Ma la Zona è un luogo tanto mistico quanto tortuoso (all’inizio umida e boscosa, poi più fangosa man mano che ci si avvicina alla Camera) ed è facile perdersi tra i suoi sentieri.
In un mondo in bianco e nero, dominato dalla povertà e dalla sofferenza, lo Stalker continua instancabilmente a percorrere la Zona, ovvero la Vita, dominata dallo sfavillante verde dei campi e dallo scorrere dell’acqua. In una società sempre più materialista, governata dalla cupidigia e dall’avarizia, Tarkovskij affida la speranza agli umili e agli innocenti: straordinario il finale del film con l’inferma Martyška (Nataša Abramova), figlia dello Stalker, che utilizza il potere della mente per spostare un bicchiere sul tavolo. Le vibrazioni fisiche di un treno che passa si sovrappongono a quelle metafisiche del miracolo della telecinesi per dare vita a una delle sequenze più belle e magiche della storia del cinema.
E voi siete d’accordo con la nostra classifica di tutti i film di Andrej Tarkovskij? Fateci sapere la vostra nei commenti e recuperate qui il nostro approfondimento sul pioniere del cinema sovietico Sergej Ėjzenštejn!









