Tore, recensione del dramedy Netflix: “Qualche novità ti farà bene”

Disponibile su Netflix dal 27 ottobre, Tore è una serie svedese ideata, sceneggiata e interpretata da William Spetz (che veste anche i panni del protagonista Tore). Tore è un racconto intimo, un racconto di formazione, di consapevolezza e di scoperta del sé attraverso una moltitudine di chiavi di lettura e di immaginari cinematografici collegati.
William Spetz in una scena della serie tv Tore

Tore è la nuova serie svedese di genere dramedy disponibile sul catalogo Netflix dal 27 ottobre. Scritta e ideata dal suo attore protagonista, William Spetz, Tore ha una vastissima gamma di riferimenti di genere e non. Fin dai primi minuti della prima puntata si aprono allo spettatore un grande numero di immaginari seriali e cinematografici collegati. Tore è Javed di Blinded by the light – Travolto dalla musica: “voglio fare lo scrittore”. “Bacia una ragazza e esci da quella camera” gli risponderanno tutti, genitori inclusi. Tutti, tranne Bruce Springsteen. 

Tore è Nazir di East is East (1999) e il dramma dell’adattamento di un ragazzo pakistano, introverso, nella Manchester degli anni ‘70. E poi Tore è Sing Street (2016), è più vicino a A star is Born di quanto possa esserlo con prodotti quali Sex Education (che pure aveva saputo parlare di inclusione alla generazione Z) o Atypical, altro dramedy targato Netflix. Dunque entrare su Netflix pensando al racconto di formazione, chiudere il pc cantando Springsteen e gli A-ha (parte della ricca colonna sonora presente in Tore). Tore è un racconto universale è un racconto di confusione, non uno di formazione. Una confusione intima che è impossibile non aver provato almeno per un attimo nella vita. 

Di cosa parla Tore

Tore è un ragazzo di ventisette anni particolarmente introverso. E non quel tipo di introversione per cui rimane in silenzio davanti alle cose che lo imbarazzano. Piuttosto, quella che lo fa parlare a raffica delle cose più assurde, un tipo che gli fa dimenticare la parola girasole (e parlare per diversi minuti di ictus al fiorario). Di componenti complesse, nel complicare la situazione, occorre sottolinearlo, ce ne sono due però: il girasole è il fiore da mettere sulla tomba del padre, Bosse, morto da poco dopo essere stato investito da un camion sul ciglio della strada, davanti ai suoi occhi. 

Il fioraio (Erik), è invece il ragazzo che gli piace. Tore tuttavia aveva promesso al padre e alla migliore amica, Linn, di provare a buttarsi di più nelle relazioni. Fulcro della narrazione dunque non è l’omosessualità di Tore. Si parla semplicemente di un ragazzo che ha difficoltà nel relazionarsi. Semplicemente, si fa per dire, perchè pur di dire basta alla difficoltà, Tore preferisce sciogliersi bevendo, drogandosi, diventando, chiaramente, non sciolto, ma ancora più imbarazzante per chi lo circonda. 

E nel suo dolore, nel suo voler ovattare pensieri e mondo esterno, incontra ovviamente la persona sbagliata. Perchè “quella giusta” alla fine è forse davvero una persona che, “si trova”. Si trova però quando non c’è l’inferno dentro chi la cerca. E Tore, infatti, attira a sé un carnefice. Viggo è uno spacciatore che tenta di violentarlo facendogli credere che quella sia la maniera giusta per avere un rapporto sano, che quelle tra loro siano dinamiche normali, che è Tore a doversi sciogliere e a dover smettere di essere “troppo sensibile”. 

La chiave di Volta nel mondo drag

William Spetz in una scena della serie tv Tore

Frequentando la città di notte, perdendosi nei suoi night club, Tore attira finalmente a sé qualcosa di bello. Erik, un giovane fioraio di cui è innamorato, e qualcosa di diverso, una novità che “gli farà bene”. Tore scopre il mondo delle drag queen e trascina ciò che rimane di sé stesso (drag – da to put on their drags – letteralmente, “vestirsi dei propri strascichi”. Via, dunque, quell’acronimo che vedeva le drag come “dressed resembling a girl – vestirsi come una ragazza), verso quel mondo, senza saperne nulla, senza particolari ambizioni. Si era semplicemente sentito libero per la prima volta nella sua vita. 

Tore racconta il tutto con una semplicità estrema, è un racconto così reale che alle volte decresce nel ritmo e sembra che non stia succedendo nulla. Il mondo scorre attorno al ragazzo e lo spettatore continua a guardare la narrazione fatta di luci a neon, luci notturne e vuote “mattine dopo”. “Mi scusi… e… se uno scrittore tenta di creare una storia in cui succede poco, in cui le persone non cambiano, non hanno illuminazioni, lottano e sono frustrate e non risolvono niente, rispecchiando il mondo reale?” chiedeva il personaggio di Nicholas Cage a Mckee in Il Ladro di Ochidee per poi prendersi la rispostaccia e ringraziarlo anche. 

Però la via è forse per Tore nel mezzo, in un incedere di eventi e in momenti in cui semplicemente, non succede molto, perchè anche nel silenzio, Tore è in grado di dirci tanto, sempre in modo universale. “Non succede niente? C’è gente che trova l’amore. Gente che lo perde. Un bambino vede la madre pestata a morte sulle scale di una chiesa. Qualcuno muore di fame. Qualcun altro tradisce il suo miglior amico per una donna”. Tore è una piccola perla Netflix, una novità, tra le altre del catagolo completo Netflix di ottobre, che può solo far bene, se solo le si concede una chance.

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