The Suicide Squad: il ‘don’t give a sh*t’ di quel pazzo genio di James Gunn

RECENSIONE NO SPOILER

Dall’uscita nelle sale, non si è letto altro che commenti positivi, per non dire in completa adorazione dell’ultima follia di James Gunn, targata Warner Bros. e DC Comics e con attori, fra gli altri, Idris ElbaMargot RobbieViola Davis. Al suo debutto su Rotten Tomatoes, il noto aggregatore di recensioni, The Suicide Squad ha guadagnato il 100%. Un punteggio perfetto di cui si possono fregiare – e che hanno saputo mantenere – solo registi del calibro di Charlie Chaplin, François Truffaut e Sergej Ėjzenštejn. Neanche Casablanca è arrivato a tanto. Ad oggi il film di Gunn si attesta su un più ragionevole 91%, ma già si parla di cult di genere, di un film destinato a modificare per sempre il panorama dell’intrattenimento.

Ma si può davvero parlare di capolavoro? Forse è presto per dirlo: nel suo genere di riferimento, è possibile; ma con “grandi cult” si intendono quei flop al botteghino che, profondamente sbagliati e scarsamente compresi da pubblico e critica, vengono rivalutati con gli anni. The Suicide Squad lo è senz’altro, in senso buono, un film sbagliato, eccentrico, strano. Ma prenderò in prestito da Blade Runner, per sollevare qualche dubbio sul grido al capolavoro: “La fiamma che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo”. Forse è presto per dirlo, bisogna lasciar depositare. Anche per questo la nostra, di impressione, arriva un po’ in ritardo, prendendosi il suo tempo. Di certo però, non leggerete una recensione negativa.

L’Ammazzaincredibili

La nuova Suicide Squad
La “nuova” Suicide Squad

Quello di Gunn, lo si intuisce fin da subito, è un immaginario tanto ben definito nella sua testa, quanto poi è indefinibile per lo spettatore. Non c’è biasimo in questo, tutt’altro: sono così tante le contaminazioni dalle provenienze più disparate, da rendere quasi impossibile dissezionarle tutte. Non si può fare altro allora, per cominciare, che gettare sul tavolo qualche categoria; magari musicale visto il peso delle colonne sonore nei film di Gunn; magari il più largamente interpretabile possibile.

L’estetica è decisamente punk, a tratti grunge, ma di una tipologia molto particolare, di quella che cinque minuti dopo Folsom Prison Blues di Johnny Cash vira verso una sequela di titoli di testa alla Space Invaders. Fin qui nulla di strano quando si parla di Gunn, cose già viste in Guardiani della Galassia. Ma il tono è molto più greve: irriverente, omofobo, razzista e smaccatamente pulp. Gunn usa tutto ciò che il politicamente corretto non accetta più, in un genere assolutamente mainstream (il cinecomic) ma mai presentato al pubblico in questa nicchia (r-rated / b-movie), e lo sbatte prepotentemente in cima al box office.

Eppure, o forse proprio per questo, The Suicide Squad fa ridere, e tanto, in un panorama circostante che pretende di farlo ma che con l’umorismo Marvel non ci riesce più da anni. Gunn invece tiene botta e risposta di cinque minuti filati in cui ogni singola battuta o mugugno strappano una risata ogni volta più sguaiata: era da tempo che i decibel non raggiungevano questi livelli, in sala. Ma soprattutto spinge i “supereroi” verso la loro vera natura, verso ciò che si può presagire facciano sociopatici di questa caratura, Tony Stark incluso: fare casino, far saltare in aria tante teste e ogni tanto perdere anche la propria. Tanto di cappello a Gunn – da parte di chi la testa ancora ce l’abbia – per la nonchalance con cui ammazza protagonisti e non. Tranquilli, nessuno spoiler, basta assistere ai primi dieci minuti di pellicola.

Si può fare!

Il massacro di Harley Quinn
Il massacro di Harley Quinn

Si dovesse rendere con un’immagine, The Suicide Squad sarebbe una gran rissa. Non perché si prendano a pizze, anche quello. Ma per il gran casino di stili, registri e linguaggi cinematografici, attinti dai generi più disparati, che si susseguono diversissimi e a ripetizione nella mente di Gunn. Nel giro di venti minuti si può passare da un film sul Vietnam a un romance demenziale, con annesso sogno a occhi aperti; da una dolcissima danza degli zufoli stile Fantasia, a un time-laps in chiave Backstreet Boys che più che a Panama sembra girato a Hollywood Hill. Se poi ad assistere alla danza è uno squalo mangiauomini e a fare il sogno – pieno di “uccelli” – è Harley Quinn, il grottesco è assicurato.

Oltre all’estetica però, Gunn sa gestire perfettamente anche l’emozione che ne scaturisce, catapultando lo spettatore in improvvisi momenti intimisti resi blue anche nell’illuminotecnica. Ogni nuova scena ha un che di completamente assurdo, del tutto fuori contesto rispetto alla precedente. Eppure, non si sa come, funziona alla perfezione. Ne basti una, per farsi un’idea: Harley Quinn compie un massacro su contrappunto musicale di Just A Gigolo di Louis Prima, circondata da coroncine esplosive di rose e coriandoli. La sequenza non solo rende visivamente le allucinazioni di una mente schizoide, addolcendola col cinguettio d’uccellini; non solo fa il verso al fintissimo girl power di Avengers: Endgame, qui invece estremamente sincero, in linea con il tenore del personaggio e non creato ad hoc per strappare un applauso femminista; ma regala allo spettatore qualcosa di così folle da apparire geniale.

Dove il canone vieterebbe la sperimentazione registica, James Gunn risponde: “Faccio quel ca**o che voglio!”. Per esempio: “Devo girare un 360° su uno dei duelli più determinanti e drammatici di tutto il film, roba alla Civil War?”. Nelle mani di Gunn, la macchina da presa girerà di 360°, ma intorno a un oggetto buttato per terra, su cui il duello è soltanto riflesso: un casco argentato a forma di tazza del cesso. Dettagli poi, il fatto che il casco appartenga a un folle Captain America che di nome fa Peacemaker, perché sventra chiunque si frapponga fra lui e la pace perpetua. O che a interpretarlo sia John Cena in una prova attoriale che, contro ogni aspettativa, convince persino quando ha il volto scoperto. Con tutti questi freaks, con tutti questi inquietanti Frankenstein, il “si può fare!”, per Gunn, è assicurato.

“We’ve got a freaking kaiju outta this shit”

Starfish, il fott**o Kaiju
Starfish, il fott**o Kaiju

Come per la sala controllo di Amanda Waller (Viola Davis) o l’equipe dell’IOI in Ready Player One, sembra quasi che James Gunn abbia voluto nella sua equipe, più che freddi professionisti del settore, solo nerd e appassionati della pop culture che condividessero le sue idee stravaganti. Che assecondassero ogni dettaglio e scena “sbagliati”, solo perché è ciò che piace a loro, è il cinema che vogliono fare, indipendentemente da quello che le produzioni possano ritenere vendibile. In una recente intervista e dopo aver visto entrambi i lati della barricata, Gunn a dichiarato che nella lotta fra gli universi cinematici Marvel e DC, il primo sta vincendo perché Kevin Feige è più coinvolto. Forse è così, ma con The Suicide Squad Gunn ha dimostrato che è anche – e soprattutto – il regista a fare la differenza, dando il proprio tocco a opere normalmente generaliste come i cinecomic.

Silurato da Casa Marvel per il suo carattere eccentrico e le idee fin troppo innovative, Gunn è sbocciato definitivamente andando a bussare alla porta dei diretti rivali e riuscendo in un’impresa impossibile. Ottenuta carta bianca dalla DC, ha fatto piazza pulita del (dimenticabile) precedente di David Ayer, riscrivendo un film che più di un sequel somiglia a un remake. La trama è pressoché identica: gli Stati Uniti, colpevoli di aver sguinzagliato un grosso mostro che trasforma le persone in zombie dementi – e che stavolta somiglia a Patrick Stella di Spongebob – mandano la Suicide Squad a insabbiare il tutto. Persino i componenti della squadra si somigliano, fra uomini-pesce e cecchini sotto ricatto. Ma nel riscrivere Suicide Squad, Gunn è passato da uno dei peggiori titoli DC a uno dei migliori di tutto il genere.

A dimostrazione che i soldi possono comprare mille buone saghe, ma solo la passione può regalare quel film che le batta tutte. E l’amore qui si vede eccome: rende tutto terribilmente fuori contesto ma incredibilmente azzeccato, coerente, parte di un’unica coscienza omogenea. Non quella di Starfish, ma di quel pazzo genio di James Gunn, “potenzialmente cataclismico per l’America e per il mondo [dei cinecomic]“.

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