The Second Act, recensione: cancel culture e IA aprono Cannes 77

Solo uno scoppiato come Quentin Dupieux poteva aprire Cannes 77 con un film così pieno di scorrettezze e dark humor, teatro peripatetico per ironizzare su crisi del cinema, intelligenze artificiali, cancel culture. Copione serratissimo e quartetto di attori stupendi.
Il poster del film The Second Act

Negli ultimi anni alcune scelte del Festival di Cannes in fatto di film d’apertura sembrano accomunate da intenzioni specifiche e The Second Act (Le Deuxième Acte) di Quentin Dupieux, che ha aperto ieri sera questa 77sima edizione, non fa eccezione.

Perché è un film metacinematografico (e ancor di più metateatrale) che mette in scena continue rotture di quarta parete e del confine tra finzione e realtà, tra improvvisazione e scripted, come fece il Coupez! di due anni fa. E perché con questo film Cannes sembra voler mandare ancora una volta un messaggio, anche se piuttosto imborghesito o quantomeno innocuo, al puritanesimo del cinema americano, completamente edulcorato nel dark humor pena la cancel culture.

The Second Act ragiona proprio su questi temi, fa ridere e molto, ma non se la rischia poi tantissimo. Abbastanza scorretto da far sganasciare chi della cancel culture non ne può più, non abbastanza da rischiarsi davvero di finire cancellato. Un divertentissimo contentino.

The First Act

The Second Act ha il merito di essere un film fatto di poche cose messe tutte al punto giusto. Un impianto teatrale fatto di una decina di piani sequenza in totale, riempiti fino al midollo di botta e risposta a due, interpretati da un ottimo cast a quattro. Due amici (Louis Garrel e Raphaël Quenard) camminano lungo una stradina di provincia e a pochi chilometri di distanza, su quella stessa stradina ma in direzione ostinata e contraria, un padre e una figlia (Vincent Lindon e Léa Seydoux) vengono loro incontro. Garrel è un t(r)ombeur de femmes che si è scocciato di stare con l’ultima fiamma, Seydoux, e quindi spera di mollarla all’amico Quenard. Di contro, lei pensa che quella sia l’occasione perfetta per presentare Garrel a suo padre, Lindon.

Quenard è sospettoso, chiede a Garrel se la tizia non abbia qualche menomazione, oppure qualche “arnese di troppo” sotto i pantaloni. In pratica se ne esce con qualunque scorrettezza possibile in fatto di abilismo, grassofobia, bodyshaming e così via. Tempo cinque minuti (la loro sequenza di passeggiata e botta risposta ininterrotti durerà una quindicina o più) Garrel rompe la quarta parete, guarda in camera e fa la lezioncina di politicamente corretto a Quenard, perché: “Non puoi dire queste cose mentre ci riprendono, poi cancellano il film, Mel Gibson è stato cancellato per delle battute sugli ebrei, attieniti al copione“. Non capiremo mai quali scorrettezze sono effettivamente da copione e quante improvvisate.

Questo perché i quattro sono in realtà attori, il film che stiamo vedendo è il film che starebbero recitando. Vincent Lindon, la vecchia guardia del Titane che vinse la Palma d’Oro tre anni fa, è il più sconfortato di tutti. Dice che il copione fa cacare, che non vede più un senso nel cinema mentre il mondo affonda. Seydoux gli risponde che i violinisti del Titanic hanno continuato a suonare fino all’ultimo e lui le risponde: “Ma che cazzo dici, quello era un film di James Cameron, non siamo mica in un film di James Cameron, questa è la realtà“. Primo di tanti giochini e citazioni metacinematografiche che tanto fanno ridere con poco.

Alla fine si incontreranno in mezzo, nel secondo atto, in una bettola di autogrill chiamata appunto Le Deuxième Acte il cui oste sembra sul punto di volersi sparare un proiettile in bocca. Perché lui vive nella realtà e la realtà fa molto più cacare di un copione scritto da un’intelligenza artificiale.

The Second Act

Una scena del film The Second Act

Quentin Dupieux è regista eclettico (non nasce come regista infatti), estremamente prolifico negli ultimi anni, e fondamentalmente matto. Chi scrive l’ha scoperto con Doppia pelle e se n’è innamorato. L’ha seguito due anni fa a Cannes con Fumare fa tossire e nel frattempo si sono aggiunti Yannick, uscito di recente e da noi recensito, e Daaaaaali!, che abbiamo visto a Venezia 80 e prossimamente nelle sale. Se vi riempiamo di riferimenti è perché non si capisce la poetica di Dupieux se non si ripercorre dall’inizio. E non si capisce perché, nel suo essere esilarante, questo The Second Act è in realtà una parodia un po’ più sommessa e didascalica rispetto al suo solito. Rimane surreale, grottesca, parodistica all’eccesso, com’è sempre stata, ma lui è un po’ meno matto del solito, se non ci si ferma alla risata facile.

Sicuramente fa piacere vedere uno con questo percorso, sconclusionato, indipendente nel vero senso della parola, aprire un palcoscenico come Cannes. E farlo con un film che, per chi ha visto Yannick (sempre con Quenard), ne è un po’ il sequel speculare. Film che diventano parodie di se stessi e portano all’estremo situazioni e dinamiche produttive che ora sembreranno assurde ma di qui a qualche anno, se non a qualche mese, potrebbero già non esserlo più.

Non faremo spoiler, ma uno dei grandi temi è sicuramente quello dell’ingresso delle Intelligenze Artificiali nel mondo del cinema e dell’arte, che di qui a qualche anno potrebbero sostituire chiunque – sceneggiatori, registi, produttori – con un ben più economico ma ben più scarso algoritmo. L’altro tema è quello della cancel culture, di un mondo che tutto distratto dal dire sempre la cosa giusta, non si rende conto che il mondo sta finendo. Non si accorge che mentre le grandi major tolgono le parolacce dai film, ciò che di più importante il sistema capitalistico ci sta togliendo è la dignità. E allora The Second Act è un film che ride di se stesso consapevole che sia rimasto ben poco per cui meriti di prendersi sul serio. Dedicato a gente come noi, un popolo di fessi che riderà inconsapevole di essere, lui e non i personaggi su schermo, il vero teatro dell’assurdo. Il mondo al contrario, direbbe un fascista.

The Third Act

Léa Seydoux e Vincent Lindon in una scena del film The Second Act

Ci troviamo insomma nell’ennesimo film di Dupieux che usa la risata per mascherare il grande dramma della contemporaneità. The Second Act non è un film dolceamaro, non è un film di ironia amara: è proprio un film drammatico, che infatti sterza fortemente di tono nel terzo atto. Cala il sipario ma calano anche le maschere e rimangono solo questi piccoli esseri umani coi loro drammi e le loro piccinerie. Con discorsi sul rapporto tra finzione e realtà, azzardando che forse la vita di tutti i giorni in cui ci alziamo, andiamo a correre, andiamo in ufficio, torniamo a casa, tutto per rimanere ingranaggi del sistema capitalistico; ecco quella è la finzione, e l’arte invece è sempre stata la realtà. Bel discorso, chiunque di noi ci si rivedrà, perché chiunque di noi in realtà l’ha usato, come Garrel mentre lo pronuncia a Seydoux, per continuare a t(r)ombeur les femmes.

Quentin Dupieux gioca, costantemente. Forse il suo arriva come un film innocuo perché ha messo i remi in barca pure lui, ha capito che a prendersi troppo sul serio, la parodia cessa di essere parodistica. Dramma, amarezza, black humor: che gran casino! Ma è il dramma della vita. E se il cameraman delle nostre vite sembra sempre più ubriaco e la sua mano sempre più tremante e la messa a fuoco sempre più impossibile, è solo perché il lunghissimo carrello su cui sta facendo correre la sua cinepresa ha sempre meno traversine lungo i binari.

Un carrello con cui Dupieux ci dice due cose, ma forse anche tante altre di più. Che il cinema cade a pezzi perché è specchio di realtà, e la realtà cade a pezzi. E su The Second Act e lo sforzo interpretativo notevole che deve aver richiesto, ci dice che senza un quartetto di così grandi attori, un film del genere non sarebbe stato possibile. Se qualcuno dovesse offendersi per le battute che usciranno dalle loro bocche, consigliamo di andare pure a piangere dalle Intelligenze Artificiali. E vedere un po’ come va a finire. Noialtri, temo, ci si sarà sparati un colpo in bocca ben prima di allora.

Continuate a seguirci su CiakClub.it per tutte le prossime recensioni in diretta dal Festival di Cannes.

Facebook
Twitter