Te l’avevo detto, recensione: storie impossibili, clima probabile

Attraverso il clima afoso romano, Ginevra Alkann, al suo secondo lungometraggio da regista, mette in scena un quadro amaro, tra il neorealismo e.. Fantozzi. Le vite di un prete fuori dagli schemi, un’ex pornostar, una fervente cattolica, un’alcolista e una ragazza persa si incontrano e si perdono nella nebbia.
Il cast di Te l'avevo detto nel poster del film

Te l’avevo detto“, mi direbbe oggi una persona. “Un personaggio non deve mai fare ciò che non farebbe di sua natura”. E prima di concedermi il tempo per pensare che quella è una frase stupenda, sì, ma che in fondo in fondo, ci sarei arrivata anche da sola, aggiungerebbe: “hai mai spinto un amico per scherzare?” – “” – “e quell’amico è morto?” – “no, per fortuna” – “quanti amici hai ucciso con una spinta?” – “nessuno” – “quanti personaggi hai visto al cinema uscire di scena perché spinti, battono la testa e fine?” – “tanti”. “Quante valigette piene di soldi hai trovato in vita tua?” – “zero”. 

Continuerebbe con lo stesso discorso, però poi aggiungerebbe anche che bisogna saper distinguere le cose impossibili da quelle improbabili. Pensi all’incipit di Magnolia, un disegno corale che accomuna anche la seconda opera alla regia di Ginevra Elkann, Te l’avevo detto. Pensi che in fondo, cinquanta gradi a Roma in pieno gennaio siano più che possibili, più improbabili invece i vestiti pesanti che i protagonisti continuano ad indossare, pur madidi di sudore, per tutto il film. Pensi che in fondo, un prete –  Padre Bill (Danny Huston) – che poco ci tiene alla vita e che seppellirebbe la madre in un cimitero acattolico, sia più che possibile. 

I mille temi di Te l’avevo detto

E poi pensi anche – improbabile ma non impossibile – che il tradimento, in alcuni casi, non sia poi così rilevante. Il caldo avvolge la città in una strana nebbia dai toni rossi, una nebbia che va a infittirsi di pari passo con le vicende che avvolgono le vite dei protagonisti. Padre Bill (Danny Huston), in un perfetto italiano, scorta la sorella americana per Roma “that’s the place to be when you’re dead in Rome – è il posto giusto se sei morto a Roma” – un cimitero acattolico. Perchè la mamma non credeva, perchè la mamma, di cui ora rimangono le ceneri in un vasetto, era un mostro con loro, gli ha rovinato la vita.

Perchè la mamma amava ballare sulla canzone “La Bamba” dei Los Lobos, e perchè Padre Bill e la sorella, in fondo, vorrebbero solo ballare su quella stessa canzone, sulla sua tomba però, finalmente via dalle… loro vite. Padre Bill è “l’ultimo degli intermediari” per Gianna (Valeria Bruni Tedeschi), una timorata di Dio non per vocazione. Nonostante la stanza piena di acquasanta, santini, cimeli di Medjugorje e rosari, Gianna non ha pace, perchè Pupa (Valeria Golino) ex pornostar, gli ha “rubato” il marito, Salvatore. Da allora Gianna ha deciso di rubare anche la vita alla figlia, Mila, che sviluppa un disturbo alimentare – “ho una figlia guastafeste cicciona” – e a Pupa, ottenendo in cambio un ordine restrittivo.

Intanto Caterina (Alba Rohrwacher) combatte l’alcolismo per riottenere la custodia del figlio e l’amore dell’ex marito, Riccardo (Riccardo Scamarcio). Un ex marito che la invita alla festa del figlio per grazia concessa, un ex marito che la chiama “tesoro” solo quando sta per dirle qualcosa che le farà male. Un ex marito che però, alla fine, la desidera ancora profondamente, glielo si legge dagli occhi. Perché poi arriva il giorno del giudizio e tutte le cose meno importanti passano in sordina.

Il giorno del giudizio

Valeria Bruni Tedeschi e Valeria Golino in una scena del film Te l'avevo detto

Non senti che caldo fa? Proprio il giorno in cui sta tornando Pupa. È il giorno del giudizio” confessa con gli occhi iniettati di sangue Gianna al prete. Pupa è allora la protagonista di Viale del tramonto, un’ex diva che non si arrende al tempo, che vuole mettere in scena un ultimo spettacolo, che sopravvive solo grazie all’amore dei proseliti dei suoi vecchi spettacoli. “Oggi il porno lo fanno tutti ma lo fanno male”. Però come avviene in quei film in cui un cataclisma o un evento più grande mette fine alle sofferenze dei protagonisti, l’ultima esibizione/apocalisse di Pupa arriva. 

Si trova anche il modo – trovata più che originale – di sbarazzarsi della madre/mostro dei due fratelli. Si trova anche il modo, semplice, eppure – sempre quel “qualcosa che quei personaggi farebbero” –  di far ricongiungere la famiglia di Caterina – “Dio manda un cane dove c’è un uomo infelice”. Si trova anche il modo di far dialogare Pupa e Gianna su quel tradimento, un tradimento che non era poi così importante. Salvatore non compare mai, per una volta, lui non c’è. 

Sono le due donne ad affrontare il danno che ha lasciato. “se è un coglione perché me lo hai rubato?” si chiede allora Gianna. “io non ho rubato nulla. Sai quanti uomini sono passati dal mio letto?”. E verso la fine, quando “le strade se stanno a squajà”, quando inizi a pensare che manchi qualcosa, che qualcosa ti abbia lasciato insoddisfatto, pensi che in fondo ci troviamo davanti ad un “cinema dei perdenti” con Ginevra Elkann, davanti a personaggi che devono per forza di cose agire così, lasciare quell’amaro in bocca. 

Le rane dal cielo

Andrea Rossi e Alba Rohrwacher in una scena del film Te l'avevo detto

E una nebbia di confusione. Una nebbia che avvolge anche il finale, una nebbia che pensi di aver visto già al cinema. Pensi ad Amarcord di Fellini, però poi citano Fantozzi e il “come è umano lei”. Ricordi la partita a tennis di Fantozzi e Filini nella nebbia e allora ne hai conferma: è un cinema di perdenti, quello. Perdenti che pure, nella catarsi finale, compiono gesta improbabili – ma non impossibili. D’altronde, se le rane possono piovere dal cielo per un improbabile – ma non impossibile – fenomeno meteorologico, anche dei perdenti possono riscattarsi, persino quando a Roma fanno cinquanta gradi. 

Te l’avevo detto è al cinema dal 1 febbraio. Qui la lista completa dei film in uscita del mese!

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