Steve McQueen, il regista da tre film: fame, vergogna, schiavitù

Audace, provocatorio, ma affettuoso ed emotivamente impattante, Steve McQueen con il suo punto di vista attento e ci ha regalato tre (pochi ma buoni) capolavori che hanno segnato la storia del cinema contemporaneo. Da Hunger, a Shame fino all'Oscar vinto con 12 anni schiavo, il regista britannico è una guida nella rivoluzione culturale del cinema.
Steve McQueen, il regista da tre film: fame, vergogna, schiavitù

Mai come nell’ultimo decennio il cinema e l’arte in generale sono diventati strumento di analisi e rappresentazione delle questioni attuali, quelle importanti ma lasciate in disparte per troppo tempo, che hanno trovato il loro spazio grazie a figure audaci e capaci. Steve McQueen è sicuramente una di queste.

Regista, produttore cinematografico, sceneggiatore e videoartista britannico ha creato attraverso i suoi modelli narrativi opere toccanti e provocatorie. Il suo punto di vista è libero ed inaspettato e riesce a deliniare minuziosamente contesti sociali storici e contemporanei. 

Steve McQueen: “sono solo un uomo che ha amato l’arte”

Il regista e videoartista Steve McQueen
Il regista e videoartista Steve McQueen

Sicuramente influenzato dal suo background familiare, Steve McQueen ha una particolare propensione a rivolgere la sua lente sulle fragilità della condizione umana

Figlio di immigrati di Trinidad e Grenada, grazie alla madre si è trasferito dai sobborghi con alto tasso di criminalità di Londra verso la tranquillità di Hanwell. A scuola era dislessico e ha dovuto fare i conti fin da subito con il razzismo e le basse aspettative educative del sistema. Il regista britannico ha sempre dichiarato di essere stato spinto (con fatica) dalle sue origini verso il successo e poi salvato dall’arte.

Il cinema fondato sulle immagini

Tenendo come modelli Godard, Truffaut, Bergman e Andy Warhol, McQueen ha iniziato il suo percorso sperimentando con le arti visive, realizzando cortometraggi monocromatici, ritratti e documentari poi esposti in importanti gallerie e musei (vedi Tate Modern, MoMa, Fondazione Prada, Hangar Bicocca, Musée d’Art Moderne). 

Il talento e la sua capacità di descrivere per immagini il senso di appartenenza, il diritto alla libertà e all’identità gli hanno permesso di ricevere premi e titoli come il Turner Prize, il più alto riconoscimento assegnato a un artista visivo britannico, e la nomina di Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 2011 per i servizi resi in campo creativo. 

Opera esposta di Steve McQueen all'Hangar Bicocca di Milano
Opera esposta di Steve McQueen all’Hangar Bicocca di Milano

McQueen si distingue per quella che potremmo definire la simbologia dei corpi. Nella cornice di inquadrature statiche i gesti e la fisicità dei suoi soggetti sono prima dinamici e poi emotivi, prima simbolo di una disperazione quasi avvilente e poi strumenti per restare nella memoria di chi li guarda. L’attenzione si focalizza su sguardi, mani, labiale. Il corpo è simbolo che assorbe e contemporaneamente riflette il contesto (sociale) in cui sta occupando spazio

Tre film come il problema dei tre corpi

Steve McQueen e Lupita Nyong'o sul set di 12 anni schiavo
Steve McQueen e Lupita Nyong’o sul set di 12 anni schiavo

Il cinema di Steve McQueen è capace. Riesce, infatti, sempre a manifestare in taglio originale il cosiddetto Zeitgeist o Spirito del tempo, (l’insieme delle tendenze morali e intellettuali) che anima la società di massa contemporanea.  

A dimostrazione del fatto che Steve McQueen questo lavoro lo sa fare e pure bene ci sono pochi, ma eccellentissimi, film nel suo storico che hanno come tematica comune quella degli emarginati intrappolati dalla politica e dalle circostanze

Tre film che come tre corpi che si intersecano ma hanno uno stesso punto di attrazione gravitazionale, il regista. Tre capolavori, tre lenti su tre topic stigmatizzati. Tre titoli: Hunger il dramma storico sullo sciopero della fame irlandese del 1981, Shame una storia sull’esplorazione della dipendenza sessuale, 12 anni schiavo l’algido e roboante dramma biografico da Oscar sulla vita di un uomo nero e della sua esperienza con lo schiavismo.

Hunger (2008)

Scena iconica di Hunger
Scena iconica di Hunger

Hunger rappresenta il debutto alla regia di Steve McQueen. Un ottimo esordio si potrebbe aggiungere, considerando anche la vittoria della Camera D’or al Festival di Cannes 2008. 

Con questa ricostruzione delle vicenda di Bobby Sands, esponente della Provisional IRA, che per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici per i membri dell’IRA organizzò uno sciopero della fame, il regista britannico chiarisce subito le cose. 

Lui è pronto a modellare e manovrare materiale inquietante. Le riprese spesso molto estese, sia in termini di durata che visivamente, infatti, supportano contenuti violenti e storie di abusi, alternati a frame di silenzio o di dialogo con un carico emotivo elevato. Le scene dei colloqui tra il protagonista ed i genitori, ad esempio, ammorbidiscono il realismo esagerato quasi insopportabile della prigionia. Tutto ciò senza mitizzare il martirio, ma delineando in maniera fin troppo vera cosa significa soffrire per sovvertire al Sistema. 

Hunger rappresenta non solo l’inizio della carriera cinematografica di McQueen ma anche del suo sodalizio con Michael Fassbender che regala al pubblico una delle performance più credibili e interessanti della sua carriera. Il suo personaggio, su cui l’attore ha fisicamente lavorato seguendo una dieta ferrea ed estremamente restrittiva, è simbolo dell’annullamento della propria persona per la causa, del deterioramento del corpo come cedimento graduale, tormentato ed angosciante.

Shame (2011)

Michael Fassbender e Carey Mulligan in una scena di Shame
Michael Fassbender e Carey Mulligan in una scena di Shame

Uno degli argomenti che ancora si ammanta di stigma, vergogna e riluttanza è sicuramente la dipendenza sessuale. Un topic che McQueen ha coraggiosamente deciso di esplorare offrendoci un film risoluto come Shame. È il racconto della solitudine, della disaffezione ricercata consapevolmente come conseguenza di traumi e di perdite. 

McQueen forgia Brandon un personaggio inquietante interpretato (di nuovo) da un meticoloso Michael Fassbender, che deambula per le strade fredde di New York nella totale vacuità. Insegue il sesso sviluppando una dipendenza per questo sfogo fisico, scarica segretamente materiale pornografico anche mentre è al lavoro e assume prostitute cercando di dimenticare un’infanzia di tormenti.

Un passato che ritorna a galla all’arrivo in città della sorella Sissy (Carey Mulligan). Qui inizia lo scambio e la trasformazione non solo del protagonista ma anche della messa in scena stessa. Il décadrage, il decentramento al margine dell’inquadratura, cede il posto alla simmetria frontale. Il calore dell’affetto della sorella invade lo spazio e accorcia le distanze, tra lei ed il fratello e tra il fratello ed il resto del mondo che lui rifiuta perché rifiutato.

12 anni schiavo (2013)

Chiwetel Ejiofor protagonista di 12 anni schiavo
Chiwetel Ejiofor protagonista di 12 anni schiavo

Come McQueen ha spesso dichiarato, il cinema deve essere un vero e proprio mezzo di spinta per rivoluzionare culturalmente e sistematicamente, e non solo per essere (tra mille virgolette) semplice intrattenimento. Uno dei segreti di pulcinella del mondo di Hollywood è sicuamete l’intreccio costante con la discriminazione sistemica e la conseguente fatica che gli artisti di colore devono affrontare per essere degnamente rappresentati sul grande e piccolo schermo

Con 12 anni schiavo, uno dei più grandi successi del regista e della storia del cinema, McQueen traccia una linea netta creando un prima e un dopo. 

Il film è l’adattamento dell’omonima biografia di Solomon Northup del 1853 e racconta minuziosamente le memorie degli schiavi e l’esperienza collettiva dei neri americani, ma concentrandosi su una sola storia. Il protagonista Solomon, interpretato da Chiwetel Ejiofor che ha vinto per questo ruolo il Premio Oscar nella categoria Miglior Attore, non è eroe in questa vicenda. È semplicemente un uomo libero che come altri viene progressivamente catapultato nella realtà della disumanizzazione, dell’agonia di un futuro incerto e della perdità totale della propria identità e dignità

Oltre alla performance attoriale, da Oscar è stato anche e soprattutto il lavoro di Steve McQueen (primo regista nero a vincere l’Oscar per il Miglior Film) che non ha creato l’ennesimo commiserante pellicola denuncia. Il protagonista per lui è il corpo degli uomini, schiavi, un corpo sofferente e che si trascina nel vortice di questa violenza, ma che lo spettatore guarda con distacco, proprio come con distacco Solomon guardava nel suo stato di borghese una realtà così vicina eppure così lontana da lui.

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