Sicario, Hell or High Water, I segreti di Wind River: chi sono i moderni cowboy?

Qual è la frontiera americana al giorno d’oggi? Cosa rimane del mito americano? Chi sono i nuovi cowboy? Questi i principali quesiti a cui ha cercato di rispondere quel gioiellino noto come La trilogia della moderna frontiera americana pensata e scritta da Taylor Sheridan.

Stiamo parlando della trilogia cinematografica composta da Sicario di Denis Villeneuve (2015), Hell or High Water di David Mackenzie (2016) e I segreti di Wind River dello stesso Sheridan (2017). Si tratta, a tutti gli effetti, di una trilogia informale, poiché non basata su una continuità narrativa, quanto piuttosto su una continuità tematica.

I tre film, tutti sceneggiati da Taylor Sheridan, si propongono infatti di indagare quella che può essere definita la “moderna frontiera americana“. Una sorta di Western contemporaneo alle prese con le sue storie e le sue mitologie. A ben vedere i tre film infatti ci offrono tre punti di vista distanti, tanto quanto uniti dalla stessa volontà di raccontare un’America alle prese con l’alterità. Che sia il confine Arizona-Messico, le pianure desolate del Texas occidentale o la Riserva indiana di Wind River nel Wyoming, questi luoghi diventano espedienti per ragionare sulle stesse tematiche ricorrenti.

 

Il confine, l’altro, il Western

Hell or High Water

Tutti i tre film sono ambientati in territori di confine. Un confine che non è solo quello geografico, ma che diventa anche culturale ed esistenziale. Insomma siamo pienamente nel territorio e nelle tematiche del Western classico americano. Da Ombre rosse a Il mucchio selvaggio, passando per Sentieri selvaggi, l’America ha sempre demandato all’immaginario di questo genere cinematografico la necessità di fare i conti con la sua storia e i suoi miti. Quanto è rimasto di questa storia e di questi miti è quello che ci mostra la nostra trilogia della moderna frontiera americana. 

Alejandro (Sicario), Toby (Hell or High Water) e Cory (Wind River) sono tre moderni cowboy. Individui solitari che si aggirano in spazi desolati a bordo dei loro “cavalli di ferro”, siano essi elicotteri, coupé rubate o motoslitte. Tutti e tre vagano, con il loro passato sulle spalle, alla disperata ricerca dell’azione giusta da fare per redimere se stessi. E, per osmosi, la società in toto.

Non siamo molto distanti dall’Ethan Edwards interpretato da John Wayne in Sentieri selvaggi. Non ci sono certo più né Guerre di secessione né lotte con pericolose tribù Comanche. Quello che rimane, però, è sempre l’individuo alle prese con le sue azioni, la sua integrità morale e il suo rapporto con la comunità. Non è un caso, infatti, che tutti e  tre i protagonisti dei film si trovino a dover fare i conti con la loro famiglia, i loro figli e il loro ruolo di padri. Ruolo che poi sublimano in una strenua lotta per il “bene superiore”, nella zona liminare tra legalità e illegalità.

 

La natura, la civilizzazione, la violenza

I segreti di Wind River

A detta dello stesso Taylor Sheridan, Sicario, Hell or High Water e I segreti di Wind River si confrontano con un’altra importantissima tematica del genere Western: la nozione di civilizzazione. Il Western è sempre stato il terreno di scontro tra natura e cultura, quindi tra mondo selvaggio e mondo civilizzato. La trilogia della moderna frontiera americana non è di certo da meno.

La natura è il co-protagonista di tutti e tre i film. Il protagonista è sempre in contatto con lo spazio aperto, non può prescindere da esso e in un certo senso ne è sempre sovrastato. Le distese desertiche, le highways americane, i pendii innevati, così magnificamente ripresi con le focali lunghe in modo da esaltarne l’ampiezza, creano contrasto con la piccolezza dell’uomo che agisce al suo interno.

E sta tutto qui il significato di questi tre bellissimi Western contemporanei. In questo riconoscimento del fallimento del mito americano della civilizzazione. I costrutti che l’uomo ha messo in pratica si sono rivelati disastrosi, e hanno finito addirittura per giocargli contro. Il sistema della droga, il sistema economico-finanziario, il sistema giudiziario sono la rappresentazione più vivida delle contraddizioni di questo fallimento. La civilizzazione umana finisce per tradire gli stessi uomini che si proponeva di proteggere!

La natura, l’istinto e la sopravvivenza permangono comunque, corrotti da quella civiltà che non li dirige più. Essi si sublimano in violenza che, a detta della trilogia, pare essere l’unica forma inalienabile che sostiene l’intero ciclo vitale umano. Anche chi vuole fare del bene, quindi, finisce per rimanerne preda. Allora i nostri “nuovi cowboy” – tutto sensi di colpa e pallottole – possono essere ancora chiamati eroi?!

 

E dopo tutti questi sproloqui, ecco i tre film più nel dettaglio.

 

1. Sicario, Denis Villeneuve (2015)

Sicario

Sicario è il fortunatissimo film che, in un certo senso, ha dato origine a tutta la sfilza di prodotti sul narcotraffico tra Messico e Stati Uniti. Forse il più dinamico ed eterogeneo della trilogia, Sicario possiede sicuramente la narrazione più articolata (prova ne è il suo sviluppo indipendente con il sequel Soldado).

La storia che viene raccontata è a duplice mandata. Da un lato abbiamo lo sguardo innocente e fermo di Kate Macer (Emily Blunt in una delle sue migliori interpretazioni), la giovane agente dell’FBI, dall’altro abbiamo il punto di vista del torbido e dissoluto Alejandro (Benicio Del Toro). I due sono a capo di una task force per ostacolare un cartello della droga. Ma la missione è caratterizzata da dissimulazioni interne, ostacoli e interessi personali, che creano tensioni interne irrisolvibili.

Se l’eroina “buona” Kate è troppo debole per imporsi, il subdolo Alejandro veste i panni dell’eroe/cowboy che segue solamente i suoi scopi individuali. Ed ecco che tornano dunque tutte le tematiche che abbiamo introdotto prima: l’escalation di violenza che non guarda in faccia a nessuno; l’incapacità di proteggere gli altri; l’imprescindibile disumanizzazione di chi sta dalla parte del bene.

In fin dei conti la volontà di mantenere un ordine a tutti i costi si scontra con la consapevolezza di trovarsi sempre e comunque di fronte ad un caos inarginabile. Ecco la personale frontiera di Sicario.

 

2. Hell or High Water, David Mackenzie (2016)

Hell or High Water

L’Hell or High Water di David Mackenzie è il film più coerente e visivamente compatto della trilogia. Il più palesemente western principalmente per l’ambientazione texana, è anche quello psicologicamente più arido.

Il film racconta la storia di due fratelli del Texas occidentale: il padre divorziato Toby Howard (Chris Pine) e suo fratello ed ex-detenuto Tanner (Ben Foster). Le rapine che mettono in atto, allo scopo di estinguere l’ipoteca che affligge il ranch di famiglia, attirano l’attenzione della polizia locale, capitanata dallo sceriffo prossimo alla pensione Marcus Hamilton (Jeff Bridges). Ben presto i protagonisti scoprono che le buone intenzioni non bastano e che non è facile mantenere l’immagine dell'”eroe”.

Hell or High Water ci parla di una violenza diversa da quella di Sicario, tuttavia non meno disumana. Questa volta la violenza è infatti quella del capitale, delle sue trappole, delle sue macchinazioni perverse, e quindi della sua impossibilità di redenzione. Le rapine messe in atto da Toby sono fatte per la sua famiglia dilaniata dai debiti. Ma quanto la rivalsa economica può giustificare l’azione morale?

E così facendo, il film ci parla anche di uomini: da un lato il buono, ma illegale, Toby; dall’altra il distaccato, ma arguto, sceriffo Hamilton. Sono proprio loro a rappresentare in questa occasione il confine. Una frontiera, tra il legale e l’illegale, tra il povero e il ricco, in cui nessuno è più né vincitore né vinto, così come testimonia la sublime sequenza finale.

 

3. I segreti di Wind River, Taylor Sheridan (2017)

I segreti di Wind River

Taylor Sheridan, dopo aver curato solo la sceneggiatura dei due capitoli precedenti, decide di occuparsi anche della regia del film conclusivo I segreti di Wind River (qui la nostra recensione). Il film, forse il più insicuro a livello di sceneggiatura, in particolare nel delineare i vari personaggi, compensa però a livello di impatto estetico e di trattamento della particolare ambientazione montana.

Non ci troviamo con Wind River nelle assolate distese del sud-ovest, ma sulle cime innevate del Wyoming, precisamente nell’omonima Riserva indiana. Qui il cacciatore di predatori Cory (Jeremy Renner) si imbatte nel cadavere assiderato, e con evidenti segni di stupro, di una giovane ragazza indiana. L’omicidio è l’ennesimo caso di questo tipo che la decimata polizia locale non riesce più a tenere sotto controllo. Chiamata ad indagare per caso, la sprovveduta Jane Banner (Elizabeth Olsen) dovrà farsi largo per dipanare una vicenda che è, in realtà, sotto gli occhi di tutti.

Neve, gelo e silenzio sono le coordinate necessarie per raccontare l’ultima “frontiera implacabile” di Sheridan. Un mondo senza mezzi termini e senza concessione, dove ognuno è da solo di fronte al proprio destino e il male è l’unica costante di comunicazione e relazione tra gli uomini.

È proprio in questo baluardo dello scontro storico tra uomo bianco e nativi che si consuma l’ultimo atto della frontiera americana. La Riserva ha perso qualsiasi connotazione eroica di conquista. Rimane così solo l’uomo, il cowboy solitario, costretto a fare i conti con il passato – individuale e collettivo -, la cui violenza non annulla nemmeno più i suoi sensi di colpa.

 

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