Sbatti il mostro in prima pagina, oggi come allora: la recensione

Sbatti il mostro in prima pagina, film del 1972 di uno dei maestri assoluti del nostro cinema, Marco Bellocchio, sta per tornare in sala. Lo abbiamo visto in anteprima al Cinema Ritrovato, col regista in sala, e, in questo nostro articolo, potete scoprire cosa ne pensiamo!
Gian Maria Volonté in una scena del film Sbatti il mostro in prima pagina

Uscito nelle sale nel 1972, in un periodo di infuocati scontri politici, Sbatti il mostro in prima pagina è un film che, oggi come allora, ci dice tanto sulla connivenza tra politica e stampa, nonché sui meccanismi perversi di un giornalismo corrotto e avulso da qualsiasi tipo di scrupolo morale. Diretto da Marco Bellocchio, il film vede Gian Maria Volonté nel ruolo di un cinico caporedattore del quotidiano Il Giornale (nome nato prima della nascita del quotidiano reale, tuttora in stampa).

Restaurato dalla Cineteca di Bologna e presentato all’ultimo Festival di Cannes nella sezione Cannes Classic, il film ha ricevuto fin dalla prima proiezione della sua nuova vita un’accoglienza straordinaria, “la più positiva di tutti i film restaurati negli anni precedenti”, dice il direttore della Cineteca, Gian Luca Farinelli. Segno di una forza tutt’altro che scemata e di una validità di tematiche ancora pregnante. Proiettato in anteprima in Italia nel corso del Cinema Ritrovato 2024, alla presenza del regista, Sbatti il mostro in prima pagina tornerà nelle sale del nostro paese a partire dal prossimo 4 luglio, distribuito da 01 Distribution, in collaborazione con Minerva Pictures. Dopo aver assistito all’anteprima, eccoci con i nostri pensieri sul film di Marco Bellocchio.

Di cosa parla Sbatti il mostro in prima pagina

Una scena del film Sbatti il mostro in prima pagina

Siamo a Milano nei primissimi anni Settanta. Gli anni di piombo sono nel pieno della loro virulenza e la lotta politica al massimo della sua violenza. Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche e la morte di Giangiacomo Feltrinelli, la situazione peggiora ulteriormente. Ad essere colpita dagli attacchi dei militanti, in questo caso di sinistra, è la sede del giornale laico e borghese Il Giornale. Il suo caporedattore, Giancarlo Bizanti (Gian Maria Volonté), non lesina dall’usare l’accaduto a suo vantaggio, per esacerbare l’odio borghese verso i “rossi” e, ancor di più, verso i giovani militanti.

Con la situazione ancora bollente e il proprietario del giornale, tale ingegnere Montelli (John Steiner), candidato alle elezioni, accusato di finanziare gruppi di militanti neo-fascisti, Bizanti vede nel brutale omicidio di una giovane studentessa, figlia di un noto professore, l’occasione per screditare i rivali politici del proprietario del giornale. Usando a suo vantaggio indizi e il potere del suo giornale sull’opinione pubblica, Bizanti spinge all’arresto di un giovane militante di sinistra, Mario Boni (Corrado Solari), e alla progressiva recrudescenza della caccia ai militanti di sinistra. Un’azione totalmente consapevole che nemmeno la scoperta del vero assassino, almeno in un primo momento, fermare.

Sbatti il mostro in prima pagina, figlio di ogni tempo

Gian Maria Volonté neò poster del film Sbatti il mostro in prima pagina

Tagliente come un reportage (come confermano sequenze iniziali, realizzate attraverso immagini reali degli scontri politici di inizio anni Settanta) e terrificante come un horror (per il lucido cinismo con cui sono mostrate le macchinazioni), Sbatti il mostro in prima pagina è l’espressione, prima di tutto, del pensiero (dell’epoca) del suo regista, Marco Bellocchio, nel 1972 non più l’attivo militante comunista che era stato sul finire degli anni Sessanta ma certamente ancora calato nelle problematiche del suo tempo e nel cinema politico dei primi anni Settanta.

Scritto da Sergio Donati (cui si aggiunse poi il contributo di Goffredo Fofi), il film è l’analisi impietosa di un momento storico pieno zeppo di contraddizioni e violenza. Attraverso un personaggio simbolico come Bisanzi e della sua scelta consapevole di “partecipare attivamente alla lotta di classe”, a modo suo, Bellocchio ci mostra efficacemente il suo punto di vista, e più in generale della sinistra (giovane) del tempo. Incompresa da un lato (spesso dai comunisti stessi) e violentemente attaccata dall’altro (anche attraverso l’uso perverso della stampa).

Una presa di posizione netta, confermata anche dalla presenza dello stesso Bellocchio come attore (una rarità, come dice lui stesso) nel corso di una conferenza stampa indetta dal Partito, realizzata attraverso l’anatomia feroce della “parte opposta” e dei meccanismi che legano la carta stampata, influente e malleabile (basta poi cambiare l’ordine delle parole… ), a discapito dell’oggettività, della verità e della lealtà politica, con i padroni. Un punto di vista certamente estremo ma, per quello che si vede, altrettanto giustificabile.

Gian Maria Volonté, infame consapevole

Gian Maria Volonté in una scena del film Sbatti il mostro in prima pagina

Ma come potrebbe funzionare una macchina senza una buona oliazione? Olio che ha, in questo caso, le fattezze fisiche di un (eccezionalmente) pacato e subdolo Gian Maria Volonté, il monstrum del cinema politico anni Settanta. Il suo Giancarlo Bisanzi è il fluidificante di tutta l’operazione: tiene i contatti con il padrone, dal quale riceve direttamente gli ordini, inganna il giovane cronista Roveda, sfrutta tutti gli elementi a sua disposizione per incastrare il militante e mette tutti i tasselli al loro posto, in modo tale che, per negligenza o per superficialità di altri, polizia o pubblico, la verità non esca mai fuori. A meno che lui (o il suo superiore) non lo decidano.

Ma quello messo in scena dal solito gigantesco Volonté non è certo un cattivo per caso, né tantomeno una vittima inconsapevole di poteri più forti di lui. Giancarlo Bisanzi è il frutto diretto di una scelta precisa. Il giornalista, abilissimo, è infatti perfettamente consapevole del suo ruolo all’interno della macchina infernale che sta portando avanti. Non se ne vergogna ma nemmeno se ne vanta, così come non sopporta che la moglie elogi il suo lavoro acriticamente, come la massa del pubblico. Semplicemente, quello è il suo mestiere e il suo modo per partecipare alla lotta di classe. E lo fa diabolicamente bene.

In una sorta di calvinismo raziocinante applicato al giornalismo, Bisanzi, che ci viene descritto come personaggio al limite fin dalla prima apparizione (in cui impone una fotografia nonostante la redazione stia andando a fuoco), si sente quasi predestinato al suo ruolo, nel quale si trova perfettamente a suo agio. Modifica con consapevolezza le notizie che ha, senza alcun tipo di remora morale, ma con la freddezza del professionista navigato. Tutto sembra già scritto nella sua mente. Tutto può essergli utile. E tutto può essere un’arma segreta da tirare fuori dal cassetto al momento giusto. E per il “giusto” scopo.

Alla fine dell’etica giornalistica

Fabio Garriba e Gian Maria Volonté in una scena del film Sbatti il mostro in prima pagina

Oggi come allora, Sbatti il mostro in prima pagina è di un’attualità sconcertante. Certamente, i cinquantadue anni che ci separano dall’uscita nelle sale del film di Bellocchio hanno cambiato le cose. La politica non è più quella di una volta, così come l’opposizione. Nonostante questo, ancora tante cose sono rimaste allo stesso (o quasi) livello di inizio anni Settanta. Ancora troppo spesso ai manifestanti viene tolta (anche con la violenza) parola di bocca e, ancora oggi, l’informazione ha un potere enorme, sia sulle notizie che diffonde, sia sull’opinione del pubblico.

In un mondo sempre più frenetico, dove il tempo per informarsi in modo puntiglioso sembra sempre meno, l’informazione ha semmai rafforzato il suo impatto sulla vita quotidiana, malleabile a interessi che vanno dall’economico al politico. Ancora profondamente efficace nella sua critica, Sbatti il mostro in prima pagina è un monito a tutti coloro che fanno (o cercano di fare) questo mestiere: da che parte porsi? Il confine è labile, ma è necessario prendere una posizione, da una parte o dall’altra. Lo scontro tra l’idealismo del giovane Roveda e il concreto cinismo del navigato Bisanzi è più che mai nel vivo del suo svolgimento. Bellocchio, cinquantadue anni fa, la sua scelta l’ha fatta. Ora sta a noi.

Facebook
Twitter