SanPa: l’amore e le catene, nel nome del Padre

Sin da quando è arrivata nel catalogo Netflix, SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano ha attirato attenzioni e polemiche. Fissa tra i contenuti più visti della piattaforma streaming, è facile comprendere perché una docu-serie simile faccia tanto parlare di sé: da una parte gli spettatori si sono trovati a scoprire (o riscoprire) una realtà italiana recente, importante e problematica, accendendo subito il dibattito; dall’altra ci sono coloro che San Patrignano l’hanno conosciuta in prima persona e che hanno confrontato la propria esperienza con le immagini della docu-serie.

La stessa Comunità di San Patrignano, a partire dal responsabile attuale Antonio Boschini, si è sentita attaccata da SanPa e ha subito preso le distanze dalla serie. D’altra parte, SanPa racconta una realtà piena di contraddizioni, di problematicità. Una realtà che va compresa e analizzata in tutte le sue sfaccettature. La storia di San Patrignano può e deve porre delle domande: Vincenzo Muccioli era un salvatore o un carnefice? La sua terapia era quella dell’amore o delle catene? Nel nome del Padre amorevole e dei figli tossicodipendenti, fino a che punto ci si può spingere?

La docu-serie SanPa

SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano racconta la storia della comunità di recupero per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978. Diretta da Cosima Spender, la docu-serie utilizza 180 ore di interviste (tra membri della comunità, testimoni più o meno diretti, giornalisti e così via) e immagini tratte da 51 archivi diversi.

I cinque episodi analizzano cronologicamente lo sviluppo della comunità di Muccioli, con la sua ascesa e poi il suo declino, fino alla morte del fondatore. Spender sceglie un approccio molto equilibrato per trattare un tema così delicato e complesso. Nonostante le vicende seguite siano di un certo peso, i vari episodi hanno un ritmo rapido, che mantiene alta l’attenzione dello spettatore. Le immagini degli archivi si alternano alle interviste proponendo sempre un quadro chiaro e completo degli avvenimenti.

Nonostante le accuse, SanPa riesce a fare ciò che ci si aspetta da un’inchiesta rispettabile: mantenersi neutrale e favorire la riflessione. Non c’è infatti una voce narrante a commentare: la storia viene raccontata attraverso le interviste dirette. Per questo, capita di ascoltare uno dopo l’altro due interventi che si contraddicono: c’è chi accusa e chi difende, chi sostiene e chi smentisce l’approccio e il metodo di Muccioli. Attraverso la testimonianza delle varie parti (dal figlio di Muccioli al “traditore” Delogu, da Boschini ai parenti di chi è morto in comunità come Maranzano e Natalia Berla) scopriamo una storia ambigua, complessa.

Alle domande che ci siamo posti SanPa non dà delle risposte. Non condanna e non assolve nessuno, ma presenta un problema. Alla fine delle puntate, le questioni sono solo aumentate.

Vincenzo Muccioli: Padre e Padrone di San Patrignano

Muccioli circondato dagli ospiti della comunità

In SanPa, la comunità di San Patrignano si identifica con Vicenzo Muccioli. In effetti fin dalla fondazione, l’istrionico fondatore è stato una colonna portante per la comunità e i suoi ospiti: la crescita di San Patrignano ha coinciso con l’ascesa dello stesso Muccioli, anche nell’opinione pubblica. Figura tanto carismatica quanto ambigua, Muccioli passa dall’essere amato e ammirato, ad essere accusato e abbandonato.

La realtà è che, come traspare anche dalla docu-serie, Muccioli non può essere condannato, così come non va santificato. La serie Netflix fa attenzione a delineare il contesto nel quale la comunità nasce, elemento fondamentale per comprendere l’importanza di San Patrignano. Nel 1978 le comunità di recupero per tossicodipendenti erano molto poche, quasi tutte di matrice cattolica. La droga, ed in particolare l’eroina, era un problema grave, diffuso e mal gestito. E’ in questo contesto che nasce la comunità di San Patrignano: un luogo di accoglienza, di comunanza, in cui trovare una speranza di sopravvivenza. Muccioli era colui che offriva, gratuitamente, salvezza e ascolto a persone considerate perdute.

Vincenzo Muccioli era il padre pronto a ritrovare e rieducare il figliol prodigo, con severità e amore. Era il Cristo pronto a tutto per salvare i lebbrosi, gli ultimi, i dimenticati. Era la Speranza. Tutto questo è innegabile: lo testimoniano le madri intervistate, che ringraziano Muccioli, piangendo, per aver salvato i propri figli. Lo testimoniano gli stessi ospiti della comunità, che tornano nella docu-serie a raccontare la propria esperienza. Nelle prime puntate, San Patrignano è un sogno.

Muccioli ha dei meriti importantissimi, che vanno riconosciuti e ricordati. Ha il merito di aver fatto luce su un problema, quello della tossicodipendenza, che lo Stato preferiva ignorare. Il merito di essersi preso la responsabilità, da solo, di occuparsi di persone problematiche, potenzialmente pericolose, difficili. Ha il merito di aver salvato da un destino certo moltissime persone. L’errore di Muccioli è stato convincere tutti di essere un Cristo, quando era semplicemente un uomo.

Crescita e declino di San Patrignano

In un primo momento, San Patrignano sembrava funzionare, ma la comunità non è mai stata perfetta. Vincenzo Muccioli non era un uomo qualificato, il suo metodo non era scientifico. In SanPa lo vediamo parlare di “somministrazioni di amore”, di schiaffi dati in qualità di “padre”, di attenzioni e cure personali. Parole intense, efficaci, soprattutto se pronunciate con il carisma che a Muccioli sicuramente non mancava. Ma anche testimonianza di una mancanza di conoscenza di fondo.

Muccioli credeva nei rimedi naturali, nella para-psicologia, nello spiritualismo. Preferiva la forza ai medicinali, l’ascolto alla terapia. La realtà è che il metodo Muccioli sembrava l’unica scelta possibile. Ben vengano allora le catene, i ceffoni, le umiliazioni se l’alternativa è la morte per overdose. D’altra parte è giusto riconoscere che non è così: al giorno d’oggi i percorsi di recupero dalle tossicodipendenze si avvalgono di psicologi, di medicinali come il metadone, e di tutti quegli elementi che a San Patrignano si rifiutavano senza vere competenze scientifiche.

La realtà è che il metodo Muccioli non funzionava sempre, non del tutto. Oggi la tossicodipendenza viene trattata come una malattia, spesso con radici psicologiche. All’epoca si considerava semplicemente una dipendenza da superare con l’astinenza. SanPa non lo dice esplicitamente, ma si coglie mettendo insieme le varie testimonianze; il metodo Muccioli consisteva nell’annientare gli ospiti, far loro un lavaggio del cervello, per dar loro una nuova personalità, non più legata alla droga, ma dipendente dalla comunità.

Gli ospiti di San Patrignano svolgevano lavori che non potevano scegliere, seguivano orari imposti, venivano puniti per ogni minimo scarto alle regole, non avevano privacy neanche nelle comunicazioni con i familiari, non potevano stringere legami affettivi. In sostanza, perdevano ogni dignità. L’obiettivo era certamente nobile, ma fino a che punto il fine giustifica i mezzi? Inoltre, le terapie non finivano: gli ospiti di San Patrignano non uscivano mai dalla comunità. Rimanevano lì, come collaboratori di Muccioli. Se uscivano spesso ricadevano nella dipendenza, per poi tornare. Questo perché la radice del problema non veniva estirpata: la sobrietà era garantita solo dalla vicinanza di Muccioli.

Per questo quando la comunità si ingrandisce, arriva a contenere migliaia di ospiti, soprattutto con la crisi dell’AIDS negli anni 80, dimostra i suoi veri limiti. Muccioli è costretto a delegare, non può più avere un controllo diretto. La comunità diventa quasi una caserma, la violenza aumenta, l’influenza e la dipendenza da Muccioli si fanno meno efficaci, gli schiaffi paterni diventano pestaggi.

Colpevoli e assolti

Muccioli a San Patignano in una foto d'archivioA A San Patrignano sono stati commessi errori e crimini. Ma è colpa di Vincenzo Muccioli? Solo in parte. Muccioli ha peccato di presunzione, sicuramente. Il suo ruolo nella comunità era realmente quello di un padre. Era pur sempre una generazione convinta che la leva militare fosse un giusto metodo di educazione, così come le pene corporali. Ma neanche il padre più affettuoso sa gestire da solo i suoi figli problematici, soprattutto se sono migliaia.

Sono sempre più gravi gli errori quando sono commessi da un dio. Vincenzo Muccioli aveva convinto tutti, forse anche sé stesso, di saper compiere miracoli. In realtà la situazione gli è sfuggita di mano, inevitabilmente. Le conseguenze sono state gravissime, e Muccioli non è riuscito a prendersene le giuste responsabilità.

Ma l’accusa vera che muove SanPa non dovrebbe colpire Muccioli, nonostante i suoi errori e le sue ambiguità. Non è rivolta a San Patrignano, che oggi continua il suo percorso con metodi più moderni e sicuramente migliori. La vera colpa è quella del grande assente: lo Stato.

Quello Stato che per anni ha preferito ignorare il problema della tossicodipendenza, senza intervenire. Che ha lasciato a privati volenterosi ma poco competenti come Muccioli l’onere di costruire comunità e cercare di arginare il problema, con metodi quasi improvvisati. San Patrignano si è fatto carico di una responsabilità troppo grande e che non gli spettava. Tutt’oggi, sebbene siano molto diverse, la maggior parte delle comunità di recupero per tossicodipendenti sono private. Quello della droga rimane un tabù, uno stigma, un problema tenuto nascosto, un peso da scaricare ad altri.

Per questo al di là di Muccioli, di San Patrignano e delle docu-serie Netflix, quello che rimane è il problema della tossicodipendenza. Cosa si sta facendo al riguardo? Si può fare di più, meglio? E’ questo il dibattito che SanPa dovrebbe fomentare, è questa la realtà su cui fare ancora oggi chiarezza, questo il vero motivo di indignazione generale. Anche quando il dibattito su SanPa passerà di moda e l’attenzione si sposterà al prossimo film del momento, le domande rimangono.

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